I social, novelli Tribunali dell’inquisizione 2.0

La vicenda che, loro malgrado, ha coinvolto i Maneskin, dopo la vittoria all’Eurovision song contest di quest’anno, è l’emblema dell’insensatezza e dell’irresponsabilità di cui ormai i social si nutrono, quasi ne fosse la linfa vitale o la fonte di vita (eterna) da cui si abbeverano.
Per comprendere quanto le dinamiche social abbiano raggiunto livelli palesemente inaccettabili, sintetizzo in poche righe l’episodio.

I cumulonembi di fango sui “Maneskin” provenienti d’oltralpe

Accade che, nella notte della finale dell’Eurovision 2021, inizia a circolare sui social un video di qualche secondo, estratto dalla diretta ufficiale della manifestazione canora europea (!) , in cui si vede il frontman di questo giovane gruppo musicale abbassare la testa in prossimità del tavolo a cui l’intero gruppo e il relativo staff erano seduti (con accanto i tavoli occupati dai cantanti degli altri Stati partecipanti all’Eurovision, si badi bene!), e lo si accompagna con il commento, probabilmente all’inizio scherzoso (sempre che si possa scherzare su questioni che possono distruggere la vita delle persone e la carriera di un professionista!), ma poi sempre più intriso di sicumera e “serietà”, in base al quale il cantante starebbe palesemente sniffando cocaina nel corso dello svolgimento della manifestazione, in diretta video.
Bene, palla lanciata!
A questo punto, il circo inizia a mettersi in moto: condivisioni su condivisioni; accuse da un lato (perlopiù, utenti francesi) e difese dall’altro (perlopiù, utenti italiani); la tempesta monta e qualche giornalista fa salire la storia di livello, perché, piuttosto che osservare i fatti e narrare la realtà scevra da condizionamenti, pone in conferenza stampa la domanda su cosa il cantante stesse facendo a quel tavolo, dato che sui social circola la voce che si stesse drogando (come se i social ormai fossero diventati l’inesorabile bocca della verità!). E mi si dirà che il giornalista stava seguendo la notizia; ma mi chiedo io, a questo punto: sarebbe una notizia un’accusa tanto grave lanciata sui social senza alcuna base, all’inizio, forse, anche semplicemente per uno scherzo di pessimo gusto e solo in seguito, soprattutto grazie al fatto di essere stata ripresa da tv, giornali e alcuni – irresponsabili! – personaggi famosi, tramutatasi in una vicenda che sembra aver creato perfino un caso diplomatico (sic!)? Mi si dirà, ancora, che con quella domanda, in realtà, il giornalista stava facendo persino un favore al gruppo, consentendogli di spiegare i fatti, di raccontare la propria verità; in realtà, al mio sguardo disilluso, quella domanda appare ben altro: dietro quel quesito rivolto alla band, in conferenza stampa, sembrava piuttosto esservi il malizioso intento di creare il caso, non fosse altro per il modo in cui la domanda era stata formulata. Non è né la prima, né sarà l’ultima volta in cui ci troveremo di fronte a domande inquisitorie e suggestive, basate sul sentito dire, come quella del caso in questione; ma ogni volta che assisto a vicende del genere, ritengo che analizzare e comprendere la ratio dell’istruzione probatoria del processo e del divieto di porre domande suggestive nel corso dell’esame testimoniale (pilastro imprescindibile del nostro sistema giuridico penale), forse, garantirebbe a questo o quel giornalista, che, volendo muovere accuse più o meno gravi contro qualcuno, decidesse di applicare tali concetti in un contesto ben più ampio e al di fuori delle sole aule di giustizia, di svolgere la propria importante funzione in maniera più rispettosa dello stesso pubblico a cui quella notizia vorrà dare, potendo, così, evitare perfino la deleteria manipolazione dei fatti.
Ma la storia non si ferma alla domanda in conferenza stampa: sarebbe stato meno svilente, se ci si fosse fermati lì. Addirittura, si arriva a un tweet in piena notte di un celebre conduttore francese, assiduo frequentatore dell’Eliseo, che chiede che si dia luogo a un’inchiesta per fare chiarezza sull’accaduto ed eventualmente squalificare i Maneskin, a vantaggio, ovviamente (ça va sans dire!), della partecipante francese, arrivata seconda. La tempesta continua a montare e arriva in alto, molto in alto: arriva al Ministero degli esteri francese, tanto che il ministro Jean-Yves Le Drian interviene, sulla base di tali mere polemiche social (riferitegli probabilmente dal suo staff: anche perché ho i miei dubbi che avesse almeno visionato il video), per affermare che è compito della commissione etica dell’Eurovision verificare i fatti, in quanto si tratta di difendere l’onore della manifestazione, eventualmente anche prevedendo l’effettuazione di specifici test antidroga.

E così, alla fine, viene comunicato dal gruppo che il cantante si sarebbe sottoposto, anche subito e sua sponte, a test antidroga per eliminare ogni dubbio o insinuazione, in quanto la spiegazione data in seno alla conferenza stampa sul gesto che si vede nel video (il fatto di essersi abbassato perché un bicchiere si era rotto) non soddisfa i Tomàs de Torquemada dei giorni nostri.

Perché ormai, in questi tempi di tweet e post, di influencer e twitterstar, di modelle da Instagram e politici politicanti che pensano di fare politica con dirette Facebook; in questi tempi così bui, insomma, funziona così: vale più la didascalia scioccante inserita a corredo di un video da parte di un perfetto sconosciuto, che la spiegazione più semplice e meno entusiasmante data, mettendoci la faccia, dal diretto interessato.
Si vede che il rasoio di Occam non ha diritto di cittadinanza sui social
.

Evito di commentare lo sconcerto di una politica – sì, anche quella francese! – che si riduce a seguire l’onda di fango dei social e che straparla, senza avere minima contezza dei fatti, in quanto si vede che di soldi attorno alla presunta sicura vincitrice francese dell’Eurovision 2021 ne gravitano, e pure tanti. In effetti, perdere la sede della manifestazione canora europea per il 2022 a favore dell’Italia è un’onta che ai francesi non va giù: e non per il solito scontro fra cugini italiani e francesi, quanto piuttosto per la possibilità di usare l’Eurovision 2022 come ulteriore strumento di ripresa per l’economia francese, dopo questa crisi pandemico-economica.
Ma far pesare queste mire politico-economiche sulla testa di giovani ragazzi dediti alla musica e, soprattutto, sulla base di polemiche social (ché sta tutto qui il problema: il punto da cui l’intera storia ha avuto inizio!), fa capire quanto l’intera politica europea (e non solo italiana) stia messa male: la politica che fa da traino ai social e non più una politica che ha la forza di trainare. Vista la storia antica del nostro continente, meriteremmo ben altra classe politica e dirigente.

E, a proposito dell’insipienza dell’attuale classe politica, mi torna alla mente una frase che il mio professore d’inglese del liceo rivolse a me e ai miei compagni di classe, a conclusione di una lezione, nell’anno della nostra maturità: “In your life, you have to choose if to be a leader or to be led”.
Ecco, siamo al punto in cui la politica, nata per guidare, decide, invece, di essere trascinata nella tempesta di fango creata da un qualunque utente di questo o quel social: la politica in cui non si esprimono più dei leader, ma piuttosto dei meri seguaci di questa o quella polemica social, a seconda di quale, fra le mille polemiche giornaliere, il “politico politicante” ritenga possa andare maggiormente a proprio vantaggio.

Ma passando oltre e guardando la vicenda dal punto di vista del gruppo italiano vincitore dell’Eurovision 2021, evito di proposito di unirmi alla pletora di chi deve necessariamente dire la propria a favore o contro la scelta del cantante dei Maneskin di sottoporsi (spontaneamente o “spintaneamente”) al test antidroga. Perché, in fondo, comprendo il punto di vista di questo giovane ragazzo, ritrovatosi nell’arco di pochi secondi dall’essere proclamato vincitore di una manifestazione musicale a livello europeo all’essere accusato a livello sovranazionale di fare uso di droga e, per giunta, in seno a quello stesso contesto ufficiale, in spregio a ogni regola. Comprendo umanamente la scelta di Damiano di volersi sottoporre al test, quasi fosse davanti a una commissione inquisitrice, in quanto questa scelta rappresenta il modo più semplice per scrollarsi di dosso tale triste vicenda, montata sulla base di pochi secondi di video che non provano nulla.

Ovviamente, quando anche il test dovesse risultare negativo, nessuno rimanga sorpreso se poi ci sarà il complottista della situazione che, ben felice, si farà trovare pronto a scrivere (rigorosamente in maiuscolo): “SVEGLIAAAAA!!1! Anche se al test antidroga il cantante fosse risultato positivo, non l’avrebbero mai detto. Questo test non esclude quello che tutti abbiamo visto! SVEGLIAAAA!1!!!1!1”. Volendo, l’ipotetico complottista da me immaginato, riferirsi ai pochi frame di un video, dai quali oggettivamente è ben difficile ricavarne la certezza che qualcuno stesse sniffando cocaina, oltre ad essere anche alquanto implausibile. Ma tant’è, il complottista di turno ci sarà e troverà i suoi seguaci social, che continueranno a far montare la tempesta.

La forza travolgente delle shitstorm:
macigni a cui si legano le corde della vita di tanti, di troppi

Voglio essere chiara.
A me, in sè e per sè, non interessa (se non, ovviamente, dal semplice punto di vista umano) la triste vicenda che ha investito questo giovane gruppo musicale, né la specifica scelta di Damiano di sottoporsi o meno al test antidroga; anche se il coinvolgimento del Ministero degli Esteri francese fa effettivamente fare un salto di qualità alla potenza della shitstorm, oltre che dare prova, da un lato, dell’incapacità di certa politica di capire il funzionamento e le dinamiche dei social, e, dall’altro, dell’uso strumentale e manipolatorio che dei social fa la rimanente parte della politica: quella cinica e irresponsabile, per intenderci.
Ciò che a me interessa, in realtà, al di là della specifica vicenda, è l’essenza della storia, il nucleo di questo spiacevole episodio: il punto da cui si è partiti e il punto a cui si è arrivati.

Mi interessa che tutti noi iniziamo a renderci conto e a prendere piena coscienza della deriva a cui sta portando questo continuo Tribunale dell’inquisizione che sono diventati i social. Ormai si tratta sempre e solo di trovare il (reale, presunto o inventato!) peccatore o peccatrice del giorno e scagliarvisi contro, individuando il girone infernale a cui destinarli.

La conseguenza?
Di solito, certo, non si arriva alle assurde e paradossali interferenze politiche, che hanno caratterizzato l’episodio che ha coinvolto i Maneskin. Ma il più delle volte accade che, a seguito delle famose shitstorm, abbia luogo un’autolimitazione della propria libertà, perché la gogna social diventa un macigno a cui alla fine, spesso, è lo stesso destinatario della “tempesta di fango” (per usare una traduzione meno cruenta dell’espressione inglese) a legare, a quel macigno, la corda della sua vita.
E, quando non va particolarmente male, la vittima della macchina social del fango può “semplicemente” deviare il percorso della propria vita, autolimitandosi nelle scelte; quando va davvero male, la povera vittima può persino essere trascinata giù da quel macigno, diventato, purtroppo, insostenibile, perché pervade la sua vita h 24. Va da sé, infatti, che il mondo virtuale (e le relative polemiche, gli attacchi, le provocazioni, come anche il cyberbullismo) invade e pervade, senza soluzione di continuità, la vita reale del destinatario del fango, in quanto il substrato virtuale della nostra dimensione sociale ha la capacità di operare in modo continuo e costante: di operare senza sosta.
Non serve chiudere la porta o staccare la spina, perché ormai virtuale e reale sono così compenetrati l’uno nell’altro che è impossibile sottrarsi alla gogna social, fintanto che la gogna social non decide di stancarsi di te.
E tutto questo accade a prescindere dalla fondatezza o meno delle accuse che vengono rivolte al “peccatore/inquisito/strega” di turno: fermo restando il fatto che, anche qualora le accuse fossero fondate, mi sfugge il momento in cui i social sono stati riconosciuti ufficialmente come luogo in cui tutti sono legittimati, se non costretti, a fare la morale agli altri, anche e soprattutto se della vicenda di cui si parla si conosce poco o nulla. L’importante è commentare. L’importante è aumentare la potenza della shitstorm.

La cosa che mi lascia profondamente allibita, ogni volta che assisto a quei “cumulonembi di fango” che, giungendo da lontano, si addensano per fare scoppiare la tempesta sulla testa di Tizio o di Caia, è l’eterogenesi dei fini che sembra aver subito Internet.
Il fatto è che la portata dell’invenzione di Internet (e della sua diffusione al grande pubblico, più che altro), che è stata ovviamente epocale, avrebbe dovuto consentire all’umanità di raggiungere vette di evoluzione (e non di involuzione, quale sembra essere intervenuta!) ancora più alte. Internet avrebbe dovuto rappresentare lo strumento in grado di mettere tutti e ciascuno nella condizione di poter godere dei privilegi di una società aperta: e di poterlo fare, perfino, da casa propria, considerando che non tutti hanno l’opportunità di girare il mondo (tanti altri, invece, devono girarlo solo per necessità, scappando da fame, guerre, povertà: e questi ultimi farebbero volentieri a meno di mettersi in marcia in un mondo che, il più delle volte, gli piazza davanti solo dei muri e delle forti ostilità!).
La meravigliosa magia di Internet avrebbe dovuto consentire a tutti noi di avere a portata di click la possibilità di scoprire aspetti del mondo che altrimenti non avremmo mai conosciuto, consentendoci di ampliare i nostri orizzonti, di nutrirci di visioni della vita e della realtà lontane e diverse dalle nostre, ma in grado di arricchirci.
E invece? Invece, usiamo Internet come i vicoli dei paesini o le zone del quartiere cittadino in cui c’è sempre quello o quella che ha qualcosa di cui spettegolare, qualche storia da inventare o qualche dettaglio da colorare. E lo fa per invidia, per stupidità, per ricerca dell’attenzione altrui (che, nella pochezza della sua vita, si traduce nello spettegolare delle vite degli altri) o anche per semplice cattiveria o, ancora peggio, in virtù di quella che di solito definisco come la cattiveria degli stolti. Quest’ultima è la forma peggiore di cattiveria, perché non si tratta di una cattiveria accompagnata da uno specifico fine che con le proprie azioni si intende raggiungere (a danno di altri, ovviamente!): che già di per sé è un pessimo modello dell’agire umano. La cattiveria dello stolto è quella forma di cattiveria che promana da chi non solo difetta di empatia, ma è anche totalmente privo della capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di coglierne la vera portata.

In questo complicato groviglio di emozioni umane, si inseriscono, in parte anche amplificandole, i social. I social media, per essere più precisa, che ormai sono diventati un novello Tribunale dell’inquisizione 2.0, in cui pullulano pettegoli e pettegole che attendono il prossimo finto, vero o presunto “peccatore” o “peccatrice” per impiegare il proprio tempo (per il quale, evidentemente, non hanno trovato nella propria vita altri modi di farne un più utile impiego) per attaccarli e, purtroppo, talvolta (e anche fosse una sola volta sarebbe sempre una volta di troppo), deviare il corso della loro vita.

Ci sarebbero mille casi che la cronaca degli ultimi anni mi permetterebbe di portare ad esempio: da quelli che hanno avuto gli epiloghi più tragici, come la storia della povera ragazza campana, il cui video intimo fece il giro del web, e il peso di quella vicenda, aggravato dai commenti terribili di tanti uomini e, ahimè, tante, tantissime donne (che, senza pensarci due volte, su Facebook si misero dalla parte del carnefice, piuttosto che dalla parte della vittima), fu tale da portarla a cambiare città, cognome e, infine, a voler dare una fine anticipata alla sua corsa; alle numerose vittime preadolescenti o adolescenti, oppresse da quello che sui social raccontano di loro; fino ai casi di vero e proprio cyberbullismo di cui ragazzi e ragazze sono stati (e continuano ad essere, purtroppo) destinatari e che, talvolta, ha causato la fine anzitempo di tante giovani vite o, spesso, il loro ritirarsi dalla vita sociale reale: una sorte di novella “morte civile (reale) da social“.

O ancora potrei richiamare alla mente gli episodi che hanno visto anche alcuni personaggi famosi (adulti e vaccinati, quindi!) essere costretti ad eliminare dalla propria vita i social, perché l’odio e gli attacchi di cui erano destinatari erano diventati insostenibili; fino all’ultimo caso, risalente a una settimana fa, che ha coinvolto Roberto Angelini.
Il chitarrista e cantante, che da 8 anni lavora(va) a Propaganda Live (programma che fa della tutela dei diritti una bandiera), aveva infatti clamorosamente sbagliato, in quanto durante la pandemia aveva assunto in nero del personale; ma era riuscito a peggiorare la sua situazione, gestendo malissimo la vicenda su Instagram, in quanto aveva narrato la storia della sanzione pecuniaria di cui era stato destinatario, dopo un controllo della Guardia di finanza, dal suo esclusivo punto di vista, senza però conoscere i reali presupposti dell’accaduto, ma facendo passare il suo racconto come una verità assoluta. A questo punto, per non farsi mancare nulla, il nostro buon Angelini, purtroppo, forse anche preso dalla foga del momento, aveva usato infelici espressioni nei confronti della povera ragazza che aveva assunto in nero e che lui accusava di averlo denunciato, da buona ingrata (sic!): la quale, neanche a dirlo, era divenuta in poche ore destinataria di numerosi attacchi social. E, però, dato che le shitstorm non si fermano e gli schizzi arrivano ovunque, alla fine, da quella tempesta è stato travolto lo stesso Angelini, che indubbiamente aveva sbagliato, a monte, in fatto di tutela dei diritti dei lavoratori e, a valle, nella gestione pessima della vicenda via social, ma le sue successive scuse per i vari errori commessi e l’accettazione delle conseguenze giuridiche (il pagamento della sanzione prevista per legge) a cui non si era, nè si sarebbe potuto sottrarre, non sono bastate a fare fermare la macchina del fango. Tanto che per sottrarsi alla valanga di insulti social, che sono continuati lo stesso, ha deciso di sospendere la propria partecipazione al programma.
E, si badi bene, se questa scelta fosse dipesa da una presa di coscienza personale, in base alla quale il chitarrista avesse ritenuto di non scorgere coerenza fra la propria storia personale e il narrato della trasmissione di cui era parte, l’avrei anche considerata una scelta importante e da condividere. Ma qui parliamo di una persona che si ritrova costretta a limitare la propria vita lavorativa perché le polemiche social gliela rendono impossibile. Siamo ancora una volta a un percorso di vita deviato dalla gogna social.

Da censori-accusatori ad accusati è un attimo: think about it!

Credo che questa serie di vicende, sempre più frequenti negli ultimi anni, anche in virtù di una pervasività sempre maggiore dei social nelle nostre vite, dovrebbe spingerci tutti, escluso nessuno, a riflettere, a capire quanto i social stiano imbrigliando le nostre vite: ci promettono libertà (di espressione), ma di fatto li usiamo come catene. E ritengo che, giunti a questo punto, l’unica strada da percorrere sia quella di ripensare il nostro modo di rapportarci ai social, ma prima di tutto alle altre persone.

Dovremmo, tutti, toglierci dalla faccia quest’aria da rigidi censori, perché quando gli altri – censori, a loro volta – gireranno il dito verso di noi, per motivi reali o totalmente falsi, potrà essere la corda della nostra vita a legarsi attorno a quel macigno.
E poi sì, che sarà dura muoversi per il mondo con un tale peso da portarsi dietro.
E poi sì, che sarà difficile continuare a fare i sereni censori delle vite altrui.

Italia, 24 maggio 2021

La storia che ha coinvolto, loro malgrado, i Maneskin, a conclusione dell’Eurovision song contest , rimbalzata sui quotidiani nazionali
(nella foto, la notizia del caso riportata dalla versione online del “Corriere della sera” nella serata del 23 maggio 2021)

6 pensieri riguardo “I social, novelli Tribunali dell’inquisizione 2.0

  1. Io farei una commissione di inchiesta per capire come mai i francesi si tengono in casa propria tutte quelle opere d’arte che Napoleone ci ha rubato secoli fa.
    A casa mia, chi si tiene la refurtiva è considerato un ladro. O no?

    Tra l’altro “Voilà” è una pessima canzone.

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