L’azzurro nei tuoi occhi. Averti come madre.

Ci sono quelle certezze inossidabili: il sole, che, qualunque cosa succeda, l’indomani sorgerà; i capelli sciolti al vento, che alla fine saranno inevitabilmente scompigliati; un palloncino – di quelli grandi, riempiti di elio: di quelli che di solito si comprano al luna park – che vaga per il cielo, mentre, da qualche parte sulla Terra, il piccolo proprietario (o la piccola proprietaria) si ritrova con gli occhi tracimanti lacrime perché espropriato di quel tesoro volante dalla forza bruta del vento, che ha avuto la meglio sulla flebile stretta del suo pugno sul filo.
E poi, in mezzo a tutto questo, ci sei TU, che per me rappresenti, da sempre, la più grande e invincibile forza della natura.

Avevo circa sei anni e mentre per la prima volta papà, riprendendoci, provava la telecamera, io, di fronte a quella tecnologia per me, all’epoca, nuova, strana e invadente, trovavo in te il mio porto sicuro. Aggrappata alle tue gambe, quasi fossero il pilastro che mi avrebbe permesso di sorreggermi, al di là di ogni tempesta: ora mi nascondevo, ora mi mostravo all’occhio di quella videocamera nuova di zecca.
Quando riguardo quel nostro primo filmato; ascolto la voce di papà in sottofondo che mi chiama; vedo quella me seienne che gioca a nascondino dietro le tue gambe; e vedo te, che cerchi di spiegarmi che quello strumento tecnologico che tanto mi intimorisce è più o meno lo stesso che ha permesso ai protagonisti de “La storia infinita” di arrivare fino a me, tramite quel famoso VHS che, a furia di guardarlo, sembrava quasi si stesse consumando. Quando riguardo quei fotogrammi; quando ripenso a te, allora così giovane, ma ai miei occhi così adulta; quando ripenso a cosa eri andata a pescare per farmi capire la complicata semplicità di quella videocamera, capisco la fortuna che ho avuto e che ho ad avere avuto in sorte una mamma come te.

La tua forza miracolosa è stata sempre quella di portarmi a guardare e a capire il mondo con i miei occhi, senza mai impormi come dovessi interpretarlo; la tua forza è stata e continua ad essere quella di farmi vedere la bellezza e la capacità di riempire i polmoni che ha la libertà (di agire e pensare): e di farlo non semplicemente a parole, ma con i singoli passi che hai compiuto nella tua vita.
Perché di questo non potrò mai smettere di ringraziarti: di avermi insegnato che non esiste meta a cui arrivare, senza mettere, l’uno dietro l’altro, tanti piccoli passi, facendo leva esclusivamente sulle proprie forze (e sì, anche sulle proprie debolezze, con cui dobbiamo imparare a fare i conti).

Da te ho appreso la capacità di guardare ai problemi come quesiti da risolvere, con intelligenza e riflessione, e non come ostacoli insormontabili da cui rifuggire.
Da te, ahimè, non ho preso il colore degli occhi, perché su quel grigio-azzurro cielo dei tuoi occhi, che sembrano quasi aprire una porta sulla meraviglia del mondo, ha avuto la meglio il verde di papà (e di tanta parte della famiglia materna e paterna): e così i tuoi occhi sono una delle infinite cose che ti rende insuperabile e impareggiabile. Come anche la capacità di resistere alle avversità: in questo potresti tenere una lectio magistralis a tanti, forse a troppi. A quei tanti che sanno fare della sterile lamentela il fulcro delle loro giornate, pur senza conoscere la vera portata delle avversità: quelle che, ai più, li avrebbero sommersi e che, invece, per te sono stati vento inarrestabile per le tue vele.

Ricorda, fino al 90′”.
Me lo dicevi prima di ogni esame: e noi due, che di calcio non ci siamo mai interessate, quella metafora – tirata fuori in occasione di un servizio giornalistico relativo a una qualche squadra di calcio che aveva fatto il gol della vittoria al novantesimo minuto o giù di lì e di cui ormai nessuna delle due ricorda il nome -, la usavamo (e, ancora oggi, la usiamo, di tanto in tanto) perché sapevamo e sappiamo bene che è la perseveranza nell’inseguire un obiettivo a fare la differenza fra chi, un traguardo, lo sogna e chi, un traguardo, lo rincorre, per raggiungerlo.
E tu mi hai insegnato che nella vita la forza di volontà è tutto, che nella vita si deve volere qualcosa, sì, ma anche impiegare tutte le nostre forze per ottenere ciò che vogliamo. Altrimenti i sogni resteranno meri disegni impolverati nella mente, senza poter mai (neanche rischiare di) diventare pezzi di vita vera nelle nostre mani.

Io, che ho da sempre questa tendenza ad associare un colore o una delle mille sfumature di un colore alle persone, a TE, mamma, ho sempre associato l’azzurro. Sì, certo, forse anche per il colore dei tuoi occhi, ma credo soprattutto perché è il colore del cielo e del mare (che amiamo entrambe, così come amiamo le nostre lunghissime nuotate). È il colore che associo a ciò che agli occhi appare sterminato e che risulta impossibile da racchiudere, inscatolare, imbrigliare.
Perché tu sei così: una potenza di idee, visioni, azioni, amore, coraggio, libertà e sogni, che non possono essere contenuti da nessuna diga, da nessuna barriera. Sono lì per scorrazzare per il mondo.

Quel mondo a cui non perdoni le ingiustizie e le sopraffazioni; quel mondo a cui non perdoni che ci sia chi approfitta della fragilità altrui e chi appoggia il forte per inveire sul debole; quel mondo a cui non perdoni una visione maschilista della vita e dei rapporti.
Ed io, di questo tuo rifiuto sprezzante verso le ingiustizie, te ne sono grata, perché è stato il concime migliore che potessi piantare nel terreno della mia mente, fin da piccola.
Perché è stata (ed è) questa, nel tempo, la tua forza miracolosa, mamma: avermi fatto capire che non esiste un tempo giusto per la giustizia, la tutela e i diritti dei più deboli.
Ogni tempo è il tempo giusto.

E tu sei la cosa “più giusta” che il tempo potesse donarmi: il migliore esempio di donna (anzi, di persona di genere femminile, come sei solita definirti e definirci), di mamma, di lavoratrice, di essere umano che il destino potesse portarmi in dono.

Buona festa della mamma, a Te, che, dal canto tuo, mi hai donato e continui a donarmi la bellezza e l’orgoglio di sentirmi figlia.

Italia, 9 maggio 2021

Di te e di me: madre e figlia” [dall’archivio fotografico di famiglia]
Perché ogni volta che, vedendo questa fotografia, ti dico: “Peccato per i colori sfocati di questa foto, che non rendono giustizia al vero colore dei nostri occhi e, soprattutto, dei tuoi!“; tu non ti stanchi mai di rispondermi: “Hai lo sguardo che sorride. E questo rende la foto perfetta

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