Politica e Scienza: i rischi del rapporto ancillare, nel pieno del caos vaccini.

A voler dare una definizione sintetica di scienza, opterei per questa: la scienza è un processo (perpetuo).

Per sua natura, alla scienza appartiene la dinamicità, come la possibilità che ciò che fino al giorno prima sembrava logico e lineare, il giorno dopo possa non esserlo più, in virtù di nuovi dati, nuove evidenze e nuove scoperte.

Ora, però, che si imposti un’intera campagna vaccinale (a livello europeo!) riservando il vaccino Vaxzevria (già Astrazeneca, in quanto fino a ieri l’altro veniva indicato semplicemente con il nome della casa farmaceutica) alla popolazione più giovane (under55, prima; under65, poi), in ragione di una fase 3 con dati ridotti sugli over65 (queste le dichiarazioni ufficiali di qualche mese fa!) e destinando Pfizer e Moderna ai più anziani e fragili, oltre che ai sanitari (ossia, a quelle categorie che per motivi differenti rischiano di più); per poi arrivare a ribaltarne totalmente l’assetto, prospettando l’uso del vaccino Astrazeneca esclusivamente per gli over60, non è cosa da poco!

Di fronte a un tale revirement, immerso in continui stop and go: Stati Europei (e non solo), qui e là, le cui autorità regolatorie dei farmaci – anticipando l’ennesima pronuncia dell’ultimo minuto di EMA – limitano l’uso di Astrazeneca a causa di eventi particolarmente rari e problematici di trombosi seguiti (quantomeno temporalmente) all’inoculazione di tale vaccino; continue riunioni dell’EMA, che parla ogni volta di correlazione fra rari casi di trombosi e somministrazione del vaccino, ma sottolinea al contempo la mancanza di evidenze scientifiche per poter affermare l’esistenza di un nesso di causalità tout court (e chi ha contezza di cosa sia, a livello scientifico e giuridico, il nesso di causalità, conosce bene anche i tempi infiniti entro i quali un tale nesso potrebbe mai essere accertato!); l’EMA che non vieta, ma precisa; l’EMA che non può dare indicazioni tranchant, ma suggerisce; l’EMA che parla per non dire troppo. Di fronte a questa confusione generale, che si crei un minimo di sconcerto e di timore è naturale: sarebbe forse innaturale (e anche pericoloso, da un certo punto di vista) il contrario.

La situazione diventa ancora più scottante quando si considera che per intere categorie di lavoratori “essenziali” (forze dell’ordine e personale scolastico), per lo più composte da uomini e donne under65, qualche mese fa é stato previsto di “default” l’uso di Astrazeneca, sollecitandone la somministrazione con vigorose iniezioni di fiducia e di senso di responsabilità in capo agli stessi. Molti dei quali, pur in mancanza di un obbligo giuridico, anche (ma non solo) in ragione del rispetto del loro ruolo a servizio della comunità, hanno (giustamente) vissuto come un obbligo morale la propria personale adesione alla campagna vaccinale, sottoponendosi alla somministrazione dell’unico vaccino a loro destinato. E questo, nonostante i numerosi dubbi etici emersi, in considerazione del fatto che, al di là di qualunque ragionamento filosofico-giuridico si voglia fare, la questione della destinazione di un certo vaccino ad alcune categorie in via esclusiva è stata prettamente economica: grandi investimenti europei sul vaccino con minore efficacia fra quelli approvati, poca disponibilità economica dell’UE e poca disponibilità produttiva da parte delle altre case farmaceutiche già impegnate nella distribuzione del loro vaccino (più efficace!) a favore di altri Stati che, al momento della scelta su quale vaccino investire, (forse) hanno guardato per lo più alla storia e all’affidabilità delle varie case farmaceutiche, piuttosto che al prezzo della singola dose.

Nessuno si sognerebbe mai di affermare che valga come regola assoluta la corrispondenza tra qualità/affidabilità e prezzo : spesso sul prezzo si lucra, e pure tanto. Però di fronte ai continui inciampi (nebulosi) nel rapporto fra la casa farmaceutica Astrazeneca (società dall’atteggiamento ondivago, per tacere dell’arroganza del CEO) e la Commissione Europea (e, tramite essa, i singoli Stati dell’UE), mi torna alla mente ciò che mi diceva mia nonna da bambina: “allu caru accatta; allu vile pensace”. Un detto popolare che, al di là del significato metaforico, altro non rappresenta se non un suggerimento a comprare senza tante titubanze ciò che, più che apparire costoso, sembra avere un prezzo rientrante nella media; e a porsi, invece, qualche dubbio in più di fronte a qualcosa che si presenta al pubblico con un costo estremamente contenuto. Chè la fregatura sta sempre dietro l’angolo: se non dal punto di vista della “qualità” del prodotto, almeno dal punto di vista dell’organizzazione, della produzione e della distribuzione del prodotto stesso da parte dell’azienda (Astrazeneca docet, ahinoi!).

In un tale clima incandescente, la recente tendenza a utilizzare termini bellici per descrivere la situazione pandemica che ci attanaglia ormai da un anno, talvolta, dà l’impressione che si stia perdendo il senso della misura.

Il fatto è che in tempi di pace nell’analisi costi-benefici i cd. “danni collaterali” assumono un peso notevole dal lato dei “costi”; in tempi di guerra, le cose, naturaliter, funzionano (e devono funzionare) in modo alquanto diverso. E personalmente, dopo ben oltre un anno di pandemia, ho difficoltà ad accettare che la politica non riesca a far operare la razionalità pacata dei tempi di pace, riuscendo a dare spazio solo a un’idea di gestione emergenziale e tranchant, tipica dei tempi di guerra.

La questione di fondo è che non vi è nulla di peggio, per minare il senso di fiducia dei singoli cittadini nelle istituzioni, che far passare per certezza assodata ciò che necessita di essere considerato e trattato con metodo scientifico (e, quindi, dubitativo). E, ancora di più, non vi è nulla di peggio che una politica che abusa della scienza per farne la sua ancella.

Se, all’inizio, quando la pandemia ha sconvolto le nostre vite, una certa quota di errori veniva tenuta in debito conto: si era consapevoli, in quella prima fase, che il peso di quegli errori avrebbe potuto avere nell’immediato un’incidenza perfino enorme, in taluni casi (purtroppo!); ma, al contempo, vi era fiducia nel fatto che quel peso non sarebbe stato tale da proiettare le sue conseguenze dannose (e imperiture) verso il futuro. Si sarebbe fatto tesoro di quegli errori, nel caso di un’eventuale futura pandemia, certo; ma vi era la predisposizione mentale a comprendere e accettare la possibilità di una dose più o meno considerevole di sbagli e inciampi, in quell’improvviso e repentino sprofondare in una pandemia, che stava sconvolgendo le vite dell’umanità intera.

A distanza di un anno, però, gli errori di comunicazione e di gestione ad opera della politica (nazionale ed europea), che stanno caratterizzando questi mesi (e, in generale, l’intera seconda fase della pandemia), non solo devono preoccupare oggi, che siamo travolti da questo tsunami pandemico, ma, ancor di più, devono preoccupare per il futuro, a causa degli strascichi nefasti che si porteranno dietro.

Mettiamoci nei panni di una docente (o un docente) o di un poliziotto (o una poliziotta) trentenne, quarantenne o cinquantenne, che qualche settimana fa si è sottoposto all’inoculazione della sua prima dose di vaccino Astrazeneca e che oggi si ritrova con in testa le parole della conferenza stampa tenuta due giorni addietro da EMA: l’autorità europea del farmaco che non ha ancora in mano tutti i dati per poter accennare a qualche certezza rassicurante; che parla di prevalenza di benefici di tale vaccino sui rischi, adottando, ovviamente, uno “sguardo grandandolare”; che constata il verificarsi dei casi rari di trombosi perlopiù dopo la prima dose di vaccino, ma precisa anche che di fatto la maggior parte della popolazione ha ancora ricevuto esclusivamente la prima dose e che, quindi, i dati a disposizione concernono prevalentemente quella prima categoria di soggetti; che sulla possibilità di somministrazione di una seconda dose di un vaccino differente non si può pronunciare, non avendo ancora dati e basi scientifiche forti per poter rendere dichiarazioni di un certo rigore. Mettiamoci nei panni di quel poliziotto o di quella docente che ascolta le dichiarazioni del Presidente del CTS e quelle dell’ISS, che consigliano l’uso del vaccino Astrazeneca “in via preferenziale” per gli over60; mentre l’Aifa a lungo tace (per parlare solo a distanza di parecchie ore). Mettiamoci nei panni di quella poliziotta o quel docente che sulla questione relativa alla seconda dose per gli under60 che hanno già ricevuto la prima vede la maggior parte delle istituzioni competenti che nicchiano per un bel po’, finché il Ministero della Salute dichiara che per chi non ha avuto particolari conseguenze dopo la prima dose si dovrà (!) comunque procedere alla seconda dose esclusivamente con lo stesso vaccino (diversamente da quanto previsto, ad esempio, in Germania e in Francia: dove per la seconda dose si prevederà l’uso dei vaccini a mRna). Perché – sottolinea il Sottosegretario alla Salute Sileri – “le rarissime complicanze si sono verificate con la somministrazione della prima dose, non si sono mai osservate in persone che hanno fatto la seconda dose”. Ed è vero. Dimentica, però , il sottosegretario di aggiungere ciò che è stato precisato dall’EMA in conferenza stampa, a fronte di una domanda puntuale posta da uno dei giornalisti in videoconferenza: la maggior parte delle persone ha ricevuto soltanto la prima dose, quindi i dati e le evidenze inerenti la correlazione fra vaccino a vettore virale, qual è il Vaxzevria, e forme rare e gravi di trombosi riguardano per lo più tali individui. Sugli altri (ossia, coloro che hanno ricevuto la seconda dose), i dati a disposizione sono ancora eccessivamente ridotti per trarre delle conclusioni scientifiche.

Da fervente sostenitrice dei vaccini come strumento di fondamentale importanza nella lotta preventiva alle malattie, lungi da me voler sollevare dubbi ulteriori rispetto al macigno di dubbi che già ci pesa sulle spalle, ma mettiamoci ancora una volta nei panni di quel docente o di quella poliziotta che ha sentito (giustamente) l’obbligo morale di vaccinarsi e, pur consapevole dell’esistenza di vaccini molto più efficaci, ha accettato di vaccinarsi con Astrazeneca, perché l’UE (e l’Italia) ha basato gran parte della campagna vaccinale su quel vaccino e non su altri. Mettiamoci nei panni di quel poliziotto o quella docente che si sono vaccinati con Astrazeneca, invece di fare i “furbi” (perché in Italia si tendono a chiamare furbi quelli che semplicemente violano la legge e che andrebbero definiti in altro modo!), come taluni loro colleghi. Quei colleghi (non tanti, ma pur sempre troppi!), che, pur non avendo mai avuto (particolari) patologie, a mo’ di coup de théâtre, sono riusciti a farsi rilasciare qualche bel certificato medico da sottoporre all’attenzione del medico vaccinatore. E in tal modo quei colleghi “furbi” sono riusciti a farsi inserire nelle liste dei “legittimi” destinatari di Pfizer o Moderna, mentre gli altri hanno rispettosamente osservato i criteri dell’originario piano vaccinale e si sono visti somministrare Astrazeneca poco prima che per la loro fascia d’età venisse sconsigliato.

Mettiamoci nei panni di quel docente o quella docente, di quel poliziotto o quella poliziotta: con quale stato d’animo penseremmo alla nostra seconda dose, per la quale è già stata fissata la data di somministrazione a poche settimane di distanza?

Quale senso di sicurezza potrà mai albergare in loro? Riusciranno a racimolare, negli antri della loro mente e della loro coscienza, la capacità di “affidarsi” nuovamente senza remore e timori nelle mani delle istituzioni, in questo particolare frangente?

Noi ci riusciremmo?

E cosa vi è di più pericoloso di istituzioni che si presentano al cospetto dei cittadini con un bagaglio di fiducia e di credibilità ridotto, se non ampiamente eroso dalle “intemperie” della gestione confusionaria? Quel pericolo, che in tempi normali metterebbe in allarme, in tempi di pandemia dovrebbe far tremare le vene ai polsi.

Italia, 9 aprile 2021

L’informazione che cerca di guidarci nella confusione di questi giorni. A titolo di esempio, nell’immagine il sommario dell’articolo “Rivoluzione AstraZeneca: cosa cambia in Italia per il vaccino di Oxford), pubblicato l’8 aprile 2021 su Repubblica.it

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