Dal(l’irrazionale) senso di colpa dei figli, alla nuova quotidianità di coppia stravolta dalla pandemia.

Qualche giorno fa mi sono piacevolmente imbattuta in un articolo, profondo nelle sue riflessioni anche (e forse, soprattutto) in quanto non politicamente corrette (evento raro in un Paese come l’Italia!), oltre che divertente per il modo in cui ogni singola considerazione veniva sviluppata dal suo autore.

Mentre lo leggevo, mi rendevo conto di quanto in quelle parole ci fosse uno spaccato perfetto delle complicazioni e delle contraddizioni in cui, in questa pandemia, si muove la quotidianità di noi tutti: figli, genitori e figli-genitori.
L’autore, Francesco Piccolo, raccontava, con un coinvolgente sguardo scanzonato, dei timori -quelli intimi e quasi indicibili, persino a se stessi! – strettamente legati all’ipotesi (all’eventualità possibile, per quanto volutamente accantonata nell’angolo più recondito della mente) di venire contagiati dai propri figli, anche in considerazione della diversa evoluzione che generalmente (ma non necessariamente e automaticamente!) tende a mostrare l’infezione da Sars-CoV-2 nei più giovani, rispetto alle persone adulte/mature/con qualche anno in più (ognuno può scegliere la definizione che meglio gli aggrada).
Raccontava di quella sorta di ansia, determinata dall’incessante cantilena di sottofondo con cui ci viene ricordato, a ogni piè sospinto, dai media, dai politici, dai virologi, dagli amici e dai parenti, ma – aggiungo io, per esperienza personale – persino dallo sconosciuto in fila accanto a noi (ma rigorosamente distanziato fisicamente!) davanti all’ingresso della farmacia o della posta, che: i tamponi antigenici non hanno grandi livelli di certezza, perché hanno una percentuale abbastanza alta d’errore; d’altro canto, quelli molecolari, per quanto siano più sicuri, rappresentano pur sempre una mera fotografia del momento. E così, mentre il suono di queste parole rimbomba nelle nostre case, nelle strade delle nostre città e negli studi delle varie trasmissioni televisive, io, abituata all’esegesi, ne colgo il messaggio di fondo: gioia mia, puoi tentarle tutte, ma non la scampi; se devi beccartelo, il virus, te lo becchi! Ed eventualmente potrebbero essere perfino i tuoi amati figli, tamponati e ben disinfettati prima di abbracciarti, “a fartelo beccare” (espressione, quest’ultima, che rende meglio l’idea della trasmissione silente e subdola dell’infezione nei contesti in cui avremmo tutto il diritto e il bisogno morale di abbassare le difese e, al contempo, sentirci protetti).

Ho letto quell’articolo per intero e tutto d’un fiato, con lo sguardo di chi capiva fino in fondo il senso di quelle parole (da figlia e non ancora da madre!) e con un leggero sorriso sulle labbra, perché alcune di quelle barriere difensive mentali e materialmente precauzionali, che l’autore dell’articolo raccontava di mettere in atto nei confronti dei suoi figli, io le metto in atto nei confronti del mio fidanzato, quando – libertà di spostamento permettendo – torna dai suoi viaggi di lavoro all’estero, seppure rigorosamente tamponato!

Una volta tanto è stato bello leggere un articolo (“Maledetto virus, mi hai insegnato ad avere paura dei miei figli”, La Repubblica-Rep: del 31 gennaio 2021) in cui veniva descritta, in un patto di mutua lealtà con il lettore, la propria fragilità di essere umano, prima ancora che di madre o di padre, eliminando il filtro del politically correct. Senza, però, dimenticare, in ultima battuta, di tornare pur sempre a ciò in cui si sostanzia l’essenza della genitorialità in un Paese “figliocentrico” come l’Italia.

Ovviamente, parlando di “Paese figliocentrico” non mi riferisco assolutamente al fatto che l’intero sistema del welfare dell’Italia sia improntato al sostegno alla genitorialità, nell’interesse dei figli, appunto: altrimenti starei descrivendo un Paese ideale e non la triste realtà italiana, in cui l’unico vero welfare per le neo-famiglie è rappresentato dalle famiglie d’origine dei membri della coppia (quando e se hanno la fortuna di averla, questa rete di welfare domestico!). La mia espressione, piuttosto, si riferisce a una semplice e inconfutabile realtà che caratterizza il nostro Paese: l’intera vita delle famiglie italiane (sì, certo, non tutte, ma per una buona parte) gravita attorno ai figli. E questo centro di gravità permanente, rappresentato dai figli, è tale da ancor prima che emettano il loro primo vagito e persiste – imperituro e imperturbabile! – perfino quando ormai sono (siamo) diventati degli adulti consapevoli, avendo tracciato la propria strada lontani dalla casa in cui sono (siamo) cresciuti.

Proprio l’altro giorno in una conversazione telefonica con i miei genitori, che vivono in un’altra regione, sostenevo che, in un periodo come questo, sembra essersi stravolta la scala delle priorità dei timori e che uno dei miei timori più grandi, oggi come oggi, è proprio quello di infettarli, del tutto inconsapevolmente e nonostante le innumerevoli precauzioni prese. Perché affrontare le difficoltà della malattia di un tuo caro è di per sé una realtà complicata e piena di sofferenza: esserne in qualche modo l’inconsapevole vettore deve essere terribilmente devastante.

Mia madre e mio padre, di fronte ai timori da me disseminati qui e là nel corso della telefonata, hanno sminuito la cosa, ovviamente.
Alla fine, non rientra anche questo nel sapiente ruolo di genitore: consentire ai propri figli di abbassare la soglia dei timori irrazionali, affinché possano procedere, cauti ma convinti, nel loro percorso di vita?

Nonostante le loro rassicurazioni, credo che, in fondo, i timori descritti mirabilmente e con sguardo ironico da Francesco Piccolo, in quel suo articolo che mi ha strappato più di un sorriso, siano i timori dei miei stessi genitori e dei genitori di tanti altri fra noi.

A pensarci bene, io dalla mia ho perfino la fortuna di avere dei genitori abbastanza “giovani”, nati attorno alla metà degli anni ‘60, e della cui giovane età, soprattutto da bambina, andavo orgogliosa: perché erano scattanti e dinamici, veloci e forti e avevano la bellezza pervasiva della giovane età adulta, fatta di mille sogni, mille progetti, mille cose da fare, inseguire, costruire e conquistare. Non come i genitori quasi quarantenni dei miei compagni di classe, quando frequentavo le elementari.
Oggi, che sono una trentenne, mi vergogno dei miei pensieri perfidamente critici e intrinsecamente discriminatori nei confronti di quei genitori quarantenni, che albergavano nella mente di quella me seienne e atrocemente impertinente. Perché, fra qualche anno, quel genitore quarantenne di un/a bambino/a della scuola primaria (la fu scuola elementare) potrei essere proprio io, dovessi mai decidere, ora o fra qualche tempo, di metterlo al mondo, un/a figlio/a. Cosa che, al momento, non è nell’immediato cronoprogramma prossimo venturo della mia vita: ma in queste cose, come in politica (crisi di governo e conseguenti consultazioni di questi giorni docent!), mai dire mai.
Fatto sta che sarei proprio una di quei genitori quarantenni di qualche seienne, che la me seienne degli anni ‘90 considerava vecchi, se paragonati ai miei, di genitori: giovani, belli e scattanti.
E si conferma quel detto che spesso ripete mia nonna: “chillu c’un vue all’uartu te nesce!” (reso in italiano: proprio ciò che non vuoi cresce nel tuo bell’orticello).

Lasciando agli ormai passati anni ‘90 lo sguardo giudicante e spietato di quella me seienne e ritornando al 2021 e ai miei genitori, che ormai navigano, seppure di pochissimo, oltre quella che all’improvviso è stata percepita un po’ da tutti come la “nuova soglia dell’anzianità”, fissata qualche giorno fa dall’Aifa per il vaccino Astrazeneca (i 55 anni!) e poi ritrattata (e allungata ai 65!), in virtù di una qualche circolare (ma non dell’Aifa, forse era una circolare dell’Ema: per rendere la confusione di questo periodo ancora più confusionaria!): e mi sembra già di vedere lo sguardo inceneritore di mia madre, mentre legge “anzianità” associata alla sua età.
Tornando, quindi, al 2021 e ai miei genitori, credo che, nonostante non lo dicano e nonostante, come loro, non lo dicano tanti altri genitori, il timore più grande non sia tanto ammalarsi – che ovviamente è un timore inevitabile! -, quanto ammalarsi per causa di un figlio. E non perché darebbero la colpa a quel figlio per la malattia, ma perché sarebbero percorsi dalla paura che quel figlio potrebbe sentirsi in colpa e, se le cose dovessero evolvere non per il meglio, quel figlio, che hanno sempre desiderato proteggere, ancor prima che inalasse persino la sua prima boccata d’aria in questo mondo, potrebbe portarsi dietro un fardello ancora più pesante della semplice perdita di un genitore: esserne, in qualche modo, stato una concausa (seppure involontaria, inconsapevole e, fondamentalmente, anche incolpevole).

E mi è sembrato incredibile, nella lettura dei commenti a quell’articolo, da cui è partita questa mia odierna sequela di riflessioni, che in tanti non cogliessero l’essenza di questo patimento, mirabilmente disegnato con sapienti pennellate dal suo autore.
Le tattiche anche rocambolesche, da lui messe in atto (ricordare, quasi come se fosse un leguleio qualunque, divieti e autocertificazioni per gli spostamenti; rammentare i vari “colori” delle regioni, con tutte le relative conseguenze in fatto di limitazioni; evidenziare le incomprimibili esigenze del tempo-studio della figlia universitaria, che verrebbero compromesse da eventuali viaggi di ritorno nella casa di famiglia, e quant’altro) per tenere “lontano”, per quanto possibile, i figli, erano, semplicemente, il suo modo un po’ romanzato per proteggere, non tanto se stesso, quanto i suoi stessi figli dalle conseguenze più devastanti che questa pandemia potrebbe portare con sè.
E cosa potrebbe esservi di più devastante del senso di colpa per non essere riusciti a proteggere coloro a cui vogliamo bene, nonostante ci venga ripetuto come un mantra che per ridurre quanto più possibile il rischio di infettarsi e trasmettere il virus è utile e indispensabile rispettare le regole che ho personalmente ribattezzato con l’acronimo MMD: mascherine, mani igienizzate e/o lavate e distanziamento fisico?

Così, da un lato, mi sono rivista in quel ruolo di figlia che, in un vortice di emozioni che si possono tenere a bada solo tramite un sapiente esercizio di razionalità, vorrebbe finalmente poter riabbracciare i suoi genitori senza complicazioni e che, nel contempo, teme per il senso di colpa che la pervaderebbe, se, nonostante tutte le precauzioni usate quotidianamente, dovesse essere inconsapevolmente e involontariamente veicolo di trasmissione del virus: in ragione del fatto che rivedere la propria figlia, dopo mesi e mesi di lontananza, porterebbe inevitabilmente i miei genitori ad abbassare le difese e a “sotterrare” le misure di prevenzione che caratterizzano, invece, normalmente le loro giornate.

Questo, quello del senso di colpa, è stato il profilo più melanconico affrontato, per vie traverse e indirette, in quell’articolo, che mi ha avviluppata in un vortice emotivo.

Dall’altro lato, invece, mi sono lasciata cullare dal sorriso che ha accompagnato la lettura dei piccoli strumenti di autotutela domestica che ciascuno di noi (o gran parte di noi) – siamo onesti! – adotta nei confronti di chi reputa, a torto o a ragione, possa avere maggiore possibilità di contrarre il virus ed esserne un inconsapevole ed involontario vettore.
Per quanto mi riguarda, il soggetto in questione è colui con cui condivido, ormai da diversi anni, il viaggio della mia vita: scontratici giovani ventenni, proseguiamo ancora mano nella mano il nostro percorso, persino adesso che siamo ormai dei trentenni (e di questi tempi, fatti spesso di relazioni volatili, lo considero un piccolo grande miracolo).

Il fatto è che il suo lavoro, anche in quest’epoca di pandemia, essendo basato per lo più all’estero, lo porta a doversi spostare inevitabilmente in taluni Paesi europei.
Se durante il primo lockdown, di fronte a qualcosa che nessuno, nemmeno nelle “alte sfere” della politica mondiale, riusciva a capire cosa fosse e quanto fosse grave, abbiamo affrontato con disciplina rigorosa mesi e mesi di distanza, in virtù delle iniziali forti limitazioni imposte negli spostamenti fra Stati. Quest’estate, finalmente, con “l’alleggerimento delle barriere transfrontaliere” (passatemi l’espressione), è potuto rientrare in Italia, con tutte le precauzioni del caso e con l’osservanza delle regole imposte dalla normativa. E poi, durante queste due successive ondate, nel periodo autunnale e invernale, in un contesto lavorativo che in parte ha recuperato un minimo di normalità (seppure ancora “molto minimo”: continua, infatti, a mantenere una notevole divergenza da quella che era la normalità del passato, e chissà se mai o quando ritornerà!) ha potuto, sempre rispettando le varie statuizioni normative e tutte le precauzioni del caso, ritornare in Italia con maggiore frequenza.

Tralascio il fatto che ogni volta che mi annuncia che di lì a poco avrà la possibilità di rientrare in Italia, prima ancora di dirgli – come facevo in era pre-Covid – “finalmente!” (con inevitabili occhi a cuoricino, che lui percepisce perfino via telefono), inizio a chiedergli se abbia controllato bene la normativa in vigore nei rapporti fra l’Italia e lo Stato da cui in quella particolare circostanza dovrà rientrare: perché ovviamente ciò che valeva ieri, oggi potrebbe non valere più; e ciò che vale oggi, potrebbe non valere per il giorno in cui lui metterà piede sul suolo italiano.
È l’instabilità della normativa anti-Covid, bellezza!

In mezzo a tutto questo caos, però, vi è una circostanza che più di ogni altra mi inquieta e destabilizza.
Il fatto è che ogniqualvolta dettano quella benedetta regola, in virtù della quale è possibile l’accesso in Italia (come anche in altri Stati) semplicemente essendo muniti di tampone molecolare con esito negativo, effettuato entro le 48/72 ore prima della partenza, a me inizia a montare l’ansia. Il motivo è evidente: ripenso a quella famosa storia per cui il tampone è una mera fotografia del momento in cui viene fatto o meglio una sorta di fotografia retrodatata, perché può darsi tu sia già infetto, ma da troppo poco tempo, e il tampone non riesca ancora a rilevarlo. In più c’è da calcolare il volo che tocca affrontare (a volte anche con due o tre scali) in quell’arco successivo alle 48/72 ore, che iniziano a decorrere dal momento in cui ci si è sottoposti a tampone. Nella mia mente quel lasso di tempo fra il tampone effettuato dal mio compagno e il suo ritorno in Italia è una sorta di zona franca per un’ipotetica proliferazione del virus nel suo corpo, ferme restando le infinite precauzioni che lui adotta e che io gli ripeto di osservare, quasi fosse una litania. E lui deve pure sorbirsela in silenzio, la litania: non sembrandomi sufficiente il fatto che debba già di per sé sobbarcarsi ore e ore di volo per tornare da me.

Questa pandemia, oltre a tutto il resto, ha perfino stravolto l’ordine degli argomenti affrontati, a partire dal momento in cui atterra per tornare finalmente a casa, perché l’avviso immediato che gli giunge dalla sottoscritta, prima ancora di un banale “ciao, amore”, con inevitabile abbraccio e baci vari, come accadeva in era pre-Covid, è il seguente: non iniziare a toccare dappertutto in casa, vai subito a farti la doccia! Che poi è la stessa cosa, ma riferita al lavaggio delle mani, che gli dico non appena rientriamo (o rientra) in casa da fuori: è il mio modo di esorcizzare questa nuova quotidianità, con tutti i suoi timori, e di tradurre in parole il primo gesto che io stessa compio, ogniqualvolta attraverso la soglia di casa.
È la quotidianità stravolta anche nelle piccole cose da questa pandemia.

Proprio ieri, dopo aver sorvolato, qualche giorno fa, i cieli d’Europa, mi raccontava dell’universo parallelo che gli è capitato di trovare in un Paese europeo, ma non appartenente all’UE, dove dovrà rimanere alcuni giorni per motivi di lavoro e in cui è come se la pandemia non esistesse. E non perché non vi siano casi, anzi tutt’altro: infatti, prima che partisse dall’Italia, sapendo che si sarebbe dovuto recare nel Paese in questione, ho fatto il diavolo a quattro per fargli portare dietro non solo le mascherine chirurgiche, ma anche le FFP2 in quantità, nonostante le sue lagnanze circa il poco spazio in valigia!
Quindi, un universo parallelo non perché i casi Covid non vi siano, dicevo, perché ve ne sono in quantità (sic!), ma perché, nonostante fino a qualche settimana fa avessi sentito che il relativo governo aveva imposto il lockdown, una volta usciti da questo benedetto lockdown stringente (anche in virtù di forti e violente proteste di piazza), le persone sembrano essere tornate alla quasi totale normalità.
Pensavo stesse esagerando e invece la videochiamata e i video che mi ha mandato mi hanno lasciata interdetta: persone per strada e all’interno di locali chiusi senza mascherina (a parte poche e sparute anime sperse!), ristoranti aperti con all’interno musicisti che cantavano accanto ai tavoli, tavolate con oltre 10/15 persone. Tutte cose che, ovviamente, non mi avrebbero meravigliata neanche in Italia, fino alle prime settimane del 2020, ma che ormai da quasi un anno a questa parte appartengono a un passato che sembra lontano e impensabile che possa tornare a breve.

Di fronte a quei video inviati su Whatsapp, la mia risposta è stata: “Mi auguro che il tuo sistema immunitario sia un campione olimpico, perché semmai uno solo fra quelli presenti dovesse avere il virus, non credo qualcuno riuscirebbe ad evitare di beccarselo!”.
Conoscendomi bene, dopo poco, mi ha inviato una foto con la sua amuchina accanto alla bottiglia del vino, presente sul tavolo del ristorante, dove si svolgeva una cena di lavoro, per tranquillizzarmi, a modo suo.
Così ieri, sono andata a dormire mandandogli il messaggio della buonanotte, sotto l’auspicio della buona stella di quell’ “Amuchina & Wine” con cui mi sono presa la libertà di sdrammatizzare su una realtà pandemica che, quando sembra di potersela lasciare alle spalle, diventa sempre più complicata da gestire.

E, augurandomi sempre che il suo sistema immunitario sia un campione olimpico, non oso immaginare quando tornerà in Italia da quest’ultimo viaggio. Sapendo come sono fatta, a prescindere da qualunque normativa ci sarà, al di là del tampone pure più affidabile del mondo a cui dovrà sottoporsi, temo che gli toccherà farsi una quarantena di due settimane, prima che mi si possa avvicinare.
E il primo a saperlo (e a patirlo!) è lui!

Ma, in fondo, non è questo l’amore? Conoscere i pregi, i difetti, i limiti, i punti di forza, i timori e le capacità dell’altro/a e prendersene reciprocamente cura?

Italia, 8 febbraio 2021

ph. apple of arialmac’s eye” – Sopra i cieli d’Europa

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