Del fuoco e della neve. Della fine e dell’inizio.

Ancora mi sembra di sentirlo, lo scoppiettio dei ceppi. Assieme a quell’inconfondibile profumo di legna bruciata. Si stagliava lì, imponente e maestosa, nello spiazzo dove si incrociavano le viuzze del paese.

‘A fochera.

Per l’intera settimana che precedeva la notte di San Silvestro, i ragazzi e le ragazze del paese, assieme agli adulti con più esperienza, andavano alla ricerca della legna migliore con cui accendere, nella serata del 31 dicembre, ‘a fochera. Perché non solo doveva bruciare bene, ma doveva anche mantenere la fiamma per una notte intera, fino alla prime luci dell’alba dell’anno nuovo.

E poi c’era tutta una questione di competizione. Ogni rione preparava la sua fochera: non si trattava solo di trovare ottima legna da ardere, ma di sistemarla in modo da garantire la massima resa e, soprattutto, si doveva porre il massimo dell’attenzione affinché l’architettura iniziale di quella monumentale struttura lignea fosse inusuale, particolare, perfino “strana”. L’importante era riuscire a lasciare piacevolmente colpito lo spettatore.

Era una vera e propria gara, quella che si imbastiva. E non vi era solo la competizione dei più piccoli o dei più giovani: erano i “grandi”, quelli che sembravano tornare ragazzini e che si lasciavano trascinare da un forte spirito competitivo, fatto, però, di risate; pacche sulle spalle, ogni volta che il lavoro sembrava essere riuscito al meglio; oltre a qualche urla di troppo, quando qualcuno riteneva che per quell’anno si dovesse fare di meglio, con la consapevolezza, però, che difficilmente ci si sarebbe riusciti.

C’era chi, prima che iniziasse il cenone di San Silvestro, faceva il suo tour per ammirare l’architettura ancora intatta di ogni singola fochera; altri, invece, si mettevano in marcia soltanto al termine della cena e prima di mezzanotte, facendo il “giro delle fochere”, quando ormai erano già tutte state accese. Semplicemente si percorrevano le vie del paese, ammirando il lavoro dei singoli rioni, per poi tornare al proprio e vivere la convivialità di quei momenti con i vicini e i parenti (che di solito coincidevano!).

Ufficialmente nessuno ammetteva, nè la notte di San Silvestro, né il giorno di Capodanno, che una delle altre fochere, quell’anno, avesse avuto una riuscita migliore, ma, quasi come se fosse un rito da celebrarsi senza deroghe, nella settimana che precedeva il 31 dicembre dell’anno successivo, il nome del “vincitore” saltava fuori, seppur sempre in via ufficiosa. Accadeva, infatti, che nell’elaborazione della nuova architettura di legno e fuoco che avrebbe accompagnato l’imminente notte di San Silvestro, si sussurrava, quasi fosse un segreto: “Mi raccomando, quest’anno dobbiamo fare meglio di quelli del Rione Tal dei Tali! Ché l’anno scorso, lo sappiamo tutti: la loro fochera è stata quella più ammirata!”.

Sono state queste, le vigilie di capodanno che hanno riempito la mia infanzia e che ho vissuto nel paesino dei miei nonni. Dove, a dirla tutta, vivevo l’intera durata delle vacanze natalizie: di anno, in anno, fino alla mia adolescenza. Perché nulla al mondo più del paese dei miei nonni aveva la capacità di farmi sentire la magia dell’atmosfera natalizia.

La scorgevo in tutto. Era nei boschi che facevano (e, ancora, fanno) da cintura naturale al paese; era nella neve, che, durante la mia infanzia, imbiancava tetti, vie e alberi, quasi ogni anno; era nell’affetto delle persone che vivevano accanto ai miei nonni e che, in fondo, non solo mi avevano vista crescere, ma avevano contribuito a crescermi, in qualche modo: ciascuno di loro mi aveva vista sgambettare, prima, e correre come una matta, poi, per le vie del paese; combinare pasticci e marachelle a più non posso con la mia migliore amica; costringere quasi ognuno di loro ad assistere agli spettacoli di magia, ai balletti e alle scenette che, rigorosamente, io e la mia migliore amica d’infanzia (duo inossidabile!) organizzavamo in un vecchio magazzino, posto al pian terreno di casa sua (spettacoli per i quali facevamo pagare perfino un biglietto di 1000 lire: lo spirito imprenditoriale non ci mancava!). Ma, alla fine della fiera, ciascuno di loro mi aveva anche vista riservare sempre un sorriso, una parola gentile e una mano di aiuto a chi capitava avesse bisogno (per portare la spesa; per fare da sostegno nel tragitto che qualche vecchietta doveva affrontare da casa propria fino in chiesa – fuggendo, una volta arrivata sulla soglia , per evitare che iniziassero a chiedermi di rimanere per l’intera durata della messa! -; …): e lo facevo non perché lo sentissi come un dovere, né perché qualcuno mi avesse dato indicazioni in merito, quanto piuttosto perché mi sembrava il naturale svolgimento di rapporti di vicinato cordiali, se non addirittura di lontana, a volte, perfino lontanissima e quasi impercettibile (se non inesistente e solo fumosa) parentela.

Ho infiniti ricordi di quelle imponenti fochere, preparate con grande cura nel rione in cui vivevano i miei nonni. Noi, più piccoli, stavamo a guardare il fervere dei preparativi e tutt’attorno c’era un mondo che si muoveva: fra bicchieri di vino offerti e accettati; carte napoletane posate sui gradini delle scale delle vecchie case, dove poi, al calore della fochera, si sarebbe giocato, dopo il cenone; vecchi giradischi, che mio nonno ancora conservava, stereo e casse sistemate nel garage del vicino, perché poi si sarebbero aperte le danze. E quanto amavo quelle tarantelle, che davano il senso pieno dell’allegria e della gioia dello stare assieme, nonostante nessuno le sapesse ballare bene: se la cavavano un po’ solo mia nonna e mio padre (per il buon senso del ritmo che hanno sempre avuto) e un mio prozio, di cui sono rimaste a futura memoria le fotografie delle sue verticali per le vie del paese, dopo qualche bicchiere di troppo. Ricordo quella montagna di legna che veniva trasportata con le carriole in quell’incrocio di viuzze, durante il pomeriggio del 31 dicembre, nelle vicinanze della casa dei miei nonni e di quella della famiglia della mia migliore amica. Ma soprattutto in prossimità del portico di un’abitazione immensa e già, quando io ero bambina, in parte, decadente: di cui il vecchio proprietario, fin da quando era diventato vedovo, si limitava ad usare solo una piccola cucina, un bagno e una stanzetta con un letto singolo, un comodino, una sedia e un comò, su cui teneva un portafotografie di argento, che di tanto in tanto spolverava, con una foto della moglie in bianco e nero, di quando era ancora giovane.

In quel portico, a partire dalla primavera, quell’anziano signore lasciava crescere l’erba, rigogliosa, quasi senza che la toccasse per nulla: eppure nulla appariva fuori posto o disordinato. Lungo i pilastri cresceva la parietaria: come ho poi scoperto, in virtù del fatto che era diventata la causa dei miei infiniti starnuti, durante le mie estati trascorse al paese! Ma di quel portico, sopra ogni cosa, ricordo le sere d’estate in cui, bambina, restavo lì a guardare ammirata la luminosità fluorescente delle lucciole che si scorgevano , qui e là, in mezzo all’erba.

Era sotto una delle scalinate esterne della casa dei miei nonni, frontistante alla grande e misteriosa (ai miei occhi di bambina) abitazione di quel vecchio signore, così solo e così taciturno – seppure mia madre, dopo aver saputo, anni fa, della sua morte, mi raccontò come, quando era più giovane ed era ancora in vita la moglie, fosse un uomo di polso e di spirito -; sotto una di quelle scalinate – dicevo – dopo il cenone, mio padre sistemava la sedia e, imbracciando la sua chitarra acustica, iniziava a intonare “po-ro-po-pò…”: uno alla volta, iniziavano tutti a seguirlo, battendo le mani, mentre io mi mettevo accanto a lui e lo accompagnavo, cantando (o meglio stonando!). La notte si riempiva delle note di mille altre canzoni, mentre, pian piano, si raccoglieva sempre più gente attorno alla fochera: e in quel freddo, che solo i paesini di montagna conoscono, scaldato del calore di quella struttura di legno e fuoco, si beveva, si mangiava – ancora: quasi come che non si fosse mai paghi, pur dopo il cenone! – (grispelle, salame, capicollo o braciole e, infine, di solito in prossimità della mezzanotte, il panettone o il pandoro), si ballava, si giocava, si chiacchierava. Semplicemente, si stava assieme, quasi come se per quell’unica notte fosse lecito o, meglio, necessario mettere tutti i problemi di una vita intera da parte: riprendere fiato, per poi ripartire.

Ed è in quel calore del fuoco – quello che si sprigionava non appena si accendeva la fochera e che illuminava i volti di chi assisteva al rito dell’accensione, per poi far sfociare quella spasmodica attesa in uno scrosciante applauso – che racchiudo il ricordo di quelle vacanze natalizie, di quelle vigilie di capodanno della mia infanzia. Quei ricordi, li racchiudo in quel calore del fuoco e in quel freddo della neve candida e soffice, tanto desiderata, nella notte di Natale, e tanto temuta, durante la vigilia di capodanno: la sua caduta, infatti, avrebbe mandato all’aria ogni progetto di buona riuscita della fochera di fine anno.

Quella fochera che, da un lato, era il saluto all’anno vecchio e in cui, simbolicamente, si gettava tutto ciò che di brutto e di difficile aveva segnato i giorni di quell’anno pronto ormai a lasciarci e, dall’altro, era l’abbraccio pieno di calore e di vita nei confronti dell’anno nuovo: che era lì, già in attesa di fare il suo ingresso, con un pesante carico di aspettative, di speranze e con l’inconfondibile profumo di futuro ad impregnarlo.

Se questi miei ricordi corrispondano in tutto e per tutto alla realtà di quelle festività della mia infanzia non posso dirlo con certezza. Si sa, la mente seleziona, cesella, addolcisce e racchiude in una cornice fiabesca i ricordi più lieti, rendendoli ancora più belli. Posso dire, però, che la valanga di emozioni che quei ricordi si portano dietro è esattamente quella che riempiva gli occhi e il sorriso della bambina che ero.

Di tempo e di vita, da allora, ne sono passati e durante queste recenti festività, vissute lontane dai miei genitori e dai miei parenti più stretti; vissute lontane dalla mia terra d’origine, ma nella terra che mi ha, in qualche modo, ormai adottata, forse anche perché ha tanto in comune con la terra della mia infanzia e adolescenza. Durante questa conclusione dell’anno 2020, l’anno della pandemia, che tutti abbiamo dovuto vivere riducendo il più possibile i contatti e gli spostamenti e ridando la giusta priorità alle cose e ai valori. Durante uno di questi giorni di festa, mentre volgeva l’imbrunire, voltando le spalle al mare, che per me è da sempre simbolo di vita piena, e rivolgendo lo sguardo alla Muntagna, nello scorgere la traccia rossa della lava incandescente che segnava uno dei versanti dell’Etna, imbiancato da una coltre di neve, mi è sembrato di rivivere, in quell’immagine imponente e maestosa di fuoco e di neve a contrasto, le emozioni di quell’infanzia che mi porto dietro come un tesoro prezioso. Lontana dalla mia terra d’origine, è stato un po’ come ritrovare casa. Un po’ come ritrovare la forza dei simboli e delle emozioni di quelle festività, che hanno riempito i ricordi della mia infanzia.

E, in fondo, quel carico di aspettative, di speranze e quel profumo di futuro, che accompagnava l’ingresso del nuovo anno, quando ero solo una bambina e ammiravo con sguardo incantato il rito dell’accensione della fochera, sul finire di quest’anno, che ci ha costretti a conoscere il dramma della pandemia, forse è ancora più giusto che si ripresenti tale e quale ad allora.

Sicuramente non avrò, stasera, la possibilità di ammirare la fochera, che ormai, da anni, non si fa più neanche al paese dei miei nonni, anche per evidenti ragioni di sicurezza e di tutela dell’ambiente (che, fortunatamente, grazie all’evoluzione legislativa oggi abbiamo tutti ben presente!): quel paese, che ha arricchito la mia infanzia e che, spopolatosi, nel tempo, ha perso ormai tanta di quella vitalità e di quel senso di comunità, che lo caratterizzavano sul finire degli anni ‘80 e gli inizi degli anni ‘90.

In questo 31 dicembre 2020 (anno 0 della pandemia, come sono solita definirlo), sarò, però, cullata, in questo passaggio verso l’anno nuovo, dal rumore del mare, da un lato, e dalla maestosità de ‘a Muntagna, dall’altro. E come chiusura di quest’anno, così complicato e fuori dall’ordinario (e non in senso positivo!), in fondo, mi può bastare.

Italia, 31 dicembre 2020

ph. arialmac – Lo scroscio del mare d’inverno
ph. arialmac – ‘A Muntagna: maestosa e imponente

Una opinione su "Del fuoco e della neve. Della fine e dell’inizio."

  1. Sconfinate memorie che navigano nei ricordi di una mente libera. Oltre i limiti strumentali che il tempo, gli impegni quotidiani ci impongono. Quelle memorie in cui non necessita un controllo, né un ripasso. No, quelle memorie di sana vita vissuta, che rendono accettabile ogni giorno futuro, ogni ostacolo, ogni fugace e inaccettato attimo di felicità.

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