Alert: run or fight. Della giornata contro la violenza sulle donne.

Se devo pensare a un fatto, a un momento, a un gesto visto o subito che per la prima volta ha attivato nella mia mente l’alertrun or fight: violenza in corso”, non riesco ad individuarne uno in assoluto, perché la risposta sarebbe diversa se dovessi riferire del fatto che associo alla violenza per la prima volta vista perpetrare con i miei stessi occhi su altre donne o alla violenza di cui io stessa sono rimasta vittima, in talune occasioni.

Perché, purtroppo, è così.
A ciascuna capita, presto o tardi, di subire la pressione di un mondo maschilista: che per le più fortunate regna solo fuori casa; mentre le più sfortunate ne iniziano ad assaggiare il sapore amaro già all’interno delle mura domestiche.
Rientro fra le fortunate, fra coloro che hanno annusato in maniera consapevole il puzzo di maschilismo, disparità di genere e serpeggiante violenza (anche “solo” psicologica) perpetrata ai danni delle donne, esclusivamente fuori casa. Ne ho avuto personalmente il primo assaggio solo una volta uscita dalla splendida bolla della vita familiare ed entrata nel mondo dei giovani adulti, appena diciottenne e studentessa universitaria fuorisede.
Ed è triste, profondamente triste che nel 2020 io debba considerarmi fortunata per aver visto solo “fuori casa” le conseguenze di un maschilismo portato all’eccesso e di un sistema sociale malamente impostato, fin dalle sue fondamenta, e ostativo, nella sua primigenia configurazione, ad un egualitario rapporto uomo-donna, inquadrato nel contesto sociale nel suo complesso (familiare, lavorativo, politico, economico-sociale, relazionale-affettivo). Ovviamente, nulla può, però, escludere il fatto che tutto ciò che accade “fuori casa” inevitabilmente porti i suoi riflessi anche dentro casa, sia pure solo per sottolineare l’inciviltà di un mondo che difficilmente riesce a sottrarsi a quell’idea che, per lungo tempo, ha accompagnato anche il nostro ordinamento giuridico: l’idea di una donna inadatta ad essere considerata in tutto e per tutto un soggetto di diritto, pienamente capace e legittimata ad autodeterminarsi.

Prima di perderci in considerazioni e riflessioni di principio, torniamo al concreto.
Torniamo al primo momento in cui quell’ alert è suonato nella mia testa e al suo sdoppiamento in due episodi distinti, a seconda che si voglia fare riferimento a quando suonò per me in prima persona e a quando, per la prima volta, suonò nei riguardi di una donna che, in qualche modo, aveva incrociato la mia vita.

Mi tocca precisare, per onestà intellettuale, che i due eventi, visti nella loro essenza, se messi sul piatto della bilancia, potrebbero far pensare a una gravità ben differente. E, fondamentalmente, è indubbio che sia così, se guardiamo alle conseguenze dannose derivanti, nel breve e nel lungo termine, dal verificarsi di quei fatti così diversi per peso e portata nella vita di una persona. Ma se si guarda alla violenza sulle donne non come a un insieme di episodi, più o meno gravi, quanto piuttosto a un’erronea impostazione di base dell’intero sistema sociale, allora la differenza di gravità intrinseca diventa irrilevante. Perché ciò che conta è l’atteggiamento mentale che porta a ritenere normale – quasi una vera e propria consuetudine! – che l’uguaglianza fra uomo e donna, seppure ribadita con la grancassa di norme costituzionali e norme legislative nazionali, norme di diritto europeo e norme di diritto internazionale, di fatto, alla fine della fiera, sia un mero orpello, trascinato via con facilità dal vento della realtà.

Di quella volta in cui vidi volare cocci dappertutto

La prima volta che mi capitò di assistere a un episodio di violenza avevo 9 anni. Trascorrevo l’estate nel paese del miei nonni e, durante un assolato pomeriggio, con la mia migliore amica di qualche anno più grande di me, decidemmo di fare visita a una giovane ragazza che si era trasferita in paese da qualche anno.
Aveva circa 20 anni o poco più, era sposata ed aveva una bambina di circa 4/5 anni. Non ricordo neanche con precisione il motivo per il quale andammo a trovarla, vista la conoscenza superficiale che ci legava a lei; suppongo che la mia migliore amica dovesse semplicemente consegnarle un oggetto (forse si trattava di restituirle un piatto da parte di sua madre o qualcosa di simile: insomma, una di quelle tipiche cose che danno il senso dell’intimità del paese come comunità, almeno all’apparenza!).
Fatto sta che ci ritrovammo a casa sua e lei, da sola in casa con la sua bambina, si intrattenne a parlare con noi: per lo più con la mia amica che, già preadolescente, aveva più argomenti in comune con lei; io me ne stavo lì ad ascoltare i loro discorsi distrattamente e , ora, a guardare i giocattoli che con orgoglio la figlia di 4 anni portava uno alla volta dalla sua cameretta alla cucina, dove la mamma ci aveva accolte, chiedendomi se mi piacessero, ora, ad assecondare la sua richiesta di leggerle un libricino di favole.

Ricordo come, tutt’a un tratto, cambiò l’atmosfera: quella scena è rimasta cristallizzata nella mia mente, nonostante siano passati ormai diversi anni.
Lo sguardo di lei, che da leggero e scanzonato, mentre parlava sorridendo, divenne rigido e circospetto; le sue mani, che lasciarono cadere la sigaretta che stava fumando (sì, erano gli anni ‘90 e ancora la campagna contro il fumo non aveva raggiunto il suo obiettivo) e si strinsero in un pugno; il suo corpo che divenne talmente teso da sembrare un pezzo di marmo. La bambina, accanto a me mentre le leggevo la favola, sembrò d’un tratto rintanarsi in se stessa e farsi talmente piccola da diventare quasi invisibile.
Tutto questo accadde mentre alla toppa della porta d’ingresso si sentì il rumore di chiavi che ruotavano per aprire.
Entrò il marito, altrettanto giovane. Aveva un passo pesante: come se volesse palesare la sua presenza senza mezzi termini. Ero piccola, sì, ma questa manifestazione di arroganza ricordo che mi infastidì, tanto che mi voltai a guardarlo e fu lì che vidi quei suoi occhi azzurri quasi sempre sorridenti, che segnavano un viso angelico all’apparenza (così mi era sempre parso, quando, vedendomi con i miei nonni e fermandosi a parlare con loro, mi salutava con tenerezza), tramutati in due finestre aperte su uno sguardo vacuo e arrossato. Ne dedussi che doveva aver bevuto, perché sentivo la puzza di vino, nonostante la distanza, e quegli occhi rossi ne erano l’ulteriore prova inconfondibile.
Notai il fastidio per la nostra presenza. Salutò me e la mia amica, lanciò uno sguardo infuocato alla moglie e diede un bacio sulla testa alla figlia, che seppure infastidita dall’odore di vino che il padre trasudava, sembrò rilassarsi di fronte a quel gesto affettuoso.

Il giovane marito, palesemente ubriaco, si spostò in un’ altra stanza e, nonostante fosse evidente la tensione nell’aria, la moglie sembrava indecisa tra il liquidarci e il trattenerci ancora lì, come un’ancora di salvezza.
Credo la sua mente oscillasse frenetica da un’opzione all’altra. Alla fine scelse di trattenerci lì. Continuò a parlare, simulando tranquillità.
La mia amica, i cui anni in più la rendevano maggiormente capace di cogliere segnali che io, all’epoca, ancora non riuscivo a decodificare bene, mi fece segno di andarcene; per cui iniziammo a fare gli ultimi convenevoli, prima di salutare.

E poi, fu un attimo.
Ricordo che, mentre dicevo alla bambina, alla quale fino a pochi minuti prima avevo promesso di leggere almeno tre favole, che ci saremmo viste un altro giorno e gliene avrei lette quattro, di favole, e mentre la mia amica diceva a quella giovane donna qualcosa che le aveva raccomandato di riferirle sua madre, si scatenò l’inferno.
Il marito tornò in cucina a grandi passi, si avvicinò al frigorifero per non prendere nulla, in realtà, ma semplicemente per sbatterne la porta e far tremare la moglie. La bambina mi si aggrappò alla vita. Io guardavo la mia migliore amica che si affannava a salutare per uscire.
E poi quel ragazzo, che a me era sembrato fino a quel tardo pomeriggio d’estate una persona dolce e giocosa, dai lineamenti delicati ed eleganti, divenne d’un tratto una furia. Iniziò ad urlare contro la moglie, a inveire, a spintonarla.
Ad essere sincera, non riesco a ricordare cosa le urlasse contro. Ricordo solo lei, che aveva lo sguardo di un animale che con fierezza cercava di difendersi. Ad ogni spintone e ad ogni frase urlata, rispondeva colpo su colpo. Io e la mia amica, con la bambina di 4 anni che mi si era incollata addosso e non mi lasciava più, ci guardavamo per capire come andare via da quell’inferno, dando il minimo disturbo.

Finché arrivarono i piatti. Non so come.
Riesco solo a ricordare questa scena di piatti che volavano da una parte all’altra della cucina, s’infrangevano a terra o contro il muro. Cocci. Cocci dappertutto.
Guardavo quei piatti volare, lui urlare e lei reagire, mentre sentivo la stretta della bambina alla vita. Suppongo che, incredula, mi fossi in qualche modo paralizzata di fronte a quella scena. La mia amica mi strinse la mano. Ci guardammo negli occhi e con passi veloci, mentre la bambina mi continuava a restare attaccata, prendemmo la via dell’uscita.

Incredibilmente, una volta alla luce del sole andammo a rintanarci in una vecchia casa in rovina, nelle vicinanze, che di solito usavamo per nasconderci quando giocavamo a nascondino. Continuavamo a sentire le urla e il rumore di oggetti che si rompevano. La figlia di quella giovane coppia aveva gli occhi gonfi di lacrime e tremava come una foglia. La mia amica iniziò a parlarle per distrarla e non so come, ma, alla fine, ci riuscì.
Dopo un po’, non essendo ancora cessato il litigio, decidemmo di portare la bambina da una parente della coppia, che abitava nelle vicinanze: non ci fu bisogno di spiegare nulla, perché appena riferimmo che eravamo a casa dei genitori della piccola e che ad un certo punto era tornato il padre con addosso quella inconfondibile puzza di vino, la signora abbassò lo sguardo, ci ringraziò e ci disse che se ne sarebbe occupata lei da quel momento in poi.

Prima di rientrare a casa, io e la mia migliore amica camminammo un bel po’ per le viuzze del paese: nonostante fosse ormai quasi ora di cena, essendo estate, c’era ancora abbastanza luce per poter rimanere fuori, senza che le nostre famiglie si preoccupassero. Arrivammo alla fine di una discesa, dove c’era un ampio spiazzo, pieno di vasche e lavatoi, immerso nel verde.
Era lì che, nel passato, le donne del paese andavano a lavare i panni. Ormai era utilizzato sporadicamente e solo da alcuni per lavare gli strumenti usati dalle famiglie del luogo per “fare i pomodori” o per “fare il maiale”, per utilizzare le espressioni che sono stata abituata a sentire da piccola e che indicavano tutte le operazioni che venivano svolte, da un lato, per preparare le bottiglie di salsa di pomodoro che un’intera famiglia avrebbe consumato nell’arco di un intero anno e, dall’altro, per preparare salsicce, soppressate, capicolli, salami, ecc. a partire dal maiale che veniva acquistato per riempire la cantina di famiglia di insaccati prodotti “amatorialmente”.
Rimanemmo lì per un po’. A sentire il rumore dell’acqua che sgorgava di continuo dal rubinetto senza valvola e si riversava nelle vasche, senza dire neanche una parola. E poi, come per un accordo tacito, mettemmo da parte quella vicenda che aveva lasciato un buco dentro l’anima di entrambe e tornate alla nostra età (infantile, la mia, preadolescenziale, la sua), iniziammo ad organizzarci su ciò che avremmo fatto il giorno seguente. Perché, sì, io e la mia migliore amica ci organizzavamo perfino le giornate di gioco per l’indomani.

Tornata a casa, raccontai l’accaduto a mia nonna, che anzitutto ci tenne a sgridarmi per essere andata, senza aver il suo permesso, né quello dei miei genitori o delle mie zie, a casa di estranei, non essendo oltretutto nemmeno stata specificamente invitata. E poi mi rassicurò che avrebbe fatto il possibile per aiutare quella bambina e i suoi genitori. Raccontai tutto anche ai miei genitori, non appena quella sera li sentii per telefono (perché il lavoro li teneva impegnati, anche d’estate), e dato che io insistevo sul fatto che non riuscissi a capire come fosse possibile che quel ragazzo tanto gentile si fosse comportato in modo così spaventoso, mi fecero promettere che in futuro non mi sarei mai più basata soltanto sulle prime impressioni e, nel malaugurato caso in cui negli anni a venire mi fossi venuta a trovare di fronte a un ragazzo carino all’apparenza, ma violento e prepotente nei fatti, avrei dovuto fare quello che avevo fatto quella sera: scappare via e parlarne con loro o con il resto della mia famiglia.
Credo fosse il modo che, quella sera, avevano all’impronta trovato i miei genitori per instillare nella loro figlia di appena 9 anni le basi, quelle concrete, quelle crude, della lotta alla violenza sulle donne.

A distanza di anni, ho saputo che quella giovane ragazza, ormai donna matura, ha divorziato dal marito e si è rifatta una vita. Quel ragazzo, troppo dedito all’alcol, si è poi disintossicato e ha risolto una serie di numerosi altri problemi che gravitavano attorno al suo alcolismo, perché ha avuto la fortuna di avere accanto persone e professionisti che lo hanno aiutato anche a comprendere il modo giusto di rapportarsi con le donne.
E, ad essere onesta, all’inizio, mi spiazzò la notizia circolata nel paese dei miei nonni – nonostante lui ormai da diversi anni si fosse trasferito in un’altra regione (ma si sa, nei paesi il gazzettino ha fonti confidenziali in ogni angolo del mondo, in relazione ai suoi abitanti passati, presenti e futuri!) – in base alla quale la figlia a cui avevo promesso la lettura di quattro favole, senza averla mai potuta mantenere, e la sua seconda figlia, nata a distanza di pochi anni da quell’episodio a cui io e la mia amica avevamo assistito, dopo la separazione e il divorzio dei genitori, ormai divenute grandi, siano in realtà rimaste a vivere per diverso tempo con il padre. Ma tant’è, questo è successo. E mi auguro nell’interesse di tutte e tutti.
Qualche anno fa mi è capitato di rivedere la figlia (sì, sempre quella delle favole), ormai cresciuta, assieme al suo attuale compagno e mi ha fatto piacere vederla serena e soddisfatta della sua vita attuale, nonostante un passato difficile, che, però, ha avuto la forza e la determinazione di affrontare, riuscendo a costruirsi una vita a misura dei suoi sogni.

Non so se il fatto che io e la mia amica avessimo assistito a quella scena e che io lo abbia riferito a persone adulte estranee al tradizionale cerchio di intimi fra i quali, purtroppo, spesso questi drammi si tengono nascosti, abbia avuto un suo ruolo in tutta questa vicenda. Forse no. O forse sì.
Erano gli anni ‘90 e ancora non esisteva una diffusa cultura della lotta alla violenza sulle donne, neanche all’interno delle istituzioni. Quindi, forse questa storia non ebbe consegue tragiche, anzi, per certi aspetti ha avuto finali (separati e) lieti (almeno all’apparenza) per ciascuno dei protagonisti, dopo la tempesta in mezzo a cui tutti loro si trovarono a passare, semplicemente perché non era destino avesse conseguenze tragiche.

Ma il tema della violenza sulle donne non può basarsi sull’aleatorietà del destino: non è degno di uno Stato di diritto; non è degno di un Paese civile; non era degno dell’Italia degli anni ‘90 e, a maggior ragione, non lo sarebbe oggi, nel 2020.

E poi c’è chi fa del maschilismo una “tecnica di corteggiamento

Se quell’episodio fu l’ouverture, abbastanza tragica e scioccante per una bambina, sul dramma della violenza sulle donne (seppure nulla, se paragonato alle esperienze dei bambini che in prima persona sperimentano la violenza!), ben più lieve è stato il mio primo impatto personale con un atteggiamento maschilista, intriso di quella violenza sottile che mira a minare la stima che ciascuna donna, che ciascuna persona deve avere di sé.
Un impatto personale che è arrivato quando ormai iniziavo a saper ben maneggiare gli strumenti, più che di autodifesa (in senso lato), di autotutela.

Ero al secondo anno di università e mi capitò di confrontarmi con un ragazzo di diversi anni più grande di me, estraneo alla normale cerchia di amici/colleghi universitari, ma di loro conoscenza.

Mi tocca fare una precisazione, in premessa, non per mero e inutile vanto (che sarebbe fuori luogo e di interesse alcuno), ma semplicemente perché ritengo sia necessaria per poter comprendere il contesto in cui quella vicenda si inserì.
Fino a quel momento, infatti, nessuno aveva mai messo in dubbio la mia intelligenza e la mia preparazione, forse anche perché mi ero sempre circondata di persone che, in qualche modo, avevano conoscenza diretta o indiretta della solidità del mio percorso di studi. Il fatto che fossi una ragazza carina era un quid pluris, ma non aveva mai messo in ombra la mia preparazione: fino a quel momento non avrei mai ipotizzato che la classica idea per cui “se sei bella o carina non puoi essere anche intelligente” potesse essere associata a me. Perché fino alla fine del liceo avevo il mio curriculum scolastico a parlare per me, oltre al mio impegno sui temi della legalità; iniziata l’università, non avevo solo il libretto universitario a parlare per me, ma gli esami pubblici a cui tutti potevano assistere, oltre agli infiniti dibattiti su politica e attualità nei quali io, le mie colleghe e i miei colleghi ci addentravamo nelle pause fra una lezione e l’altra. Alla fine, in quegli anni, la maggior parte del tempo si trascorreva in facoltà a seguire le lezioni e poi a studiare per sostenere gli esami. In mezzo c’era il tempo libero, ma di solito era occupato dalle medesime persone con cui trascorrevo il tempo studio.
Per usare una definizione molto in voga di recente, avevo la mia “bolla” fatta di persone che conoscevano direttamente o indirettamente il mio impegno e la mia storia.
E così ciò che accadde quel giorno mi lasciò a metà fra il meravigliata e lo sconcertata.

Questo ragazzo di qualche anno più grande, che si muoveva con il tipico atteggiamento arrogante del “so tutto io”, mentre si parlava del più e del meno, senza che ce ne fosse motivo, rivolgendosi a me disse: “tu devi essere la tipica ragazza carina, ma senza tanta voglia di studiare”.
All’inizio la presi come una battuta, come del resto i miei colleghi e amici, e risposi a tono, perfino ridendo. E invece, dal seguito della discussione ne uscì fuori una chiara visione del giovane uomo, professionista in ascesa, che si pavoneggiava in mezzo a studenti universitari di qualche anno più giovani di lui.
Nella sua mente esisteva una sorta di relazione biunivoca fra l’essere più o meno piacevole di una donna e il suo essere più o meno intelligente, fermo restando che in ogni caso una donna non avrebbe mai potuto avere le abilità, le capacità, le potenzialità di un uomo.
Di fronte alla mia indifferenza (perché, come dice mia nonna : “a lavare a capu allu ciucciu s’appizza l’acqua, u tiampu e lu sapune” ossia “a lavare la testa all’asino sprechi acqua, tempo e sapone”) e di fronte alla risposta piccata di una mia amica, che riusciva a sopportare la sua aria arrogante e le sue idee ancor meno di quanto ci riuscissi io, che gli disse che gli sarebbe bastato vedere il mio libretto universitario per ricredersi, la sua risposta fu ancora più infelice: “sì, anch’io glielo metterei un voto alto, se fosse una mia studentessa”, lasciando intendere una subcultura fondamentalmente squallida.

La cosa più preoccupante di tutta quella conversazione, a parte l’evidente mentalità da troglodita che il giovane professionista in ascesa rivelava ad ogni parola, credo sia stato il fatto che, nel suo modo contorto di intendere il rapporto uomo-donna, quella doveva essere la sua tecnica per approcciare una donna che, in qualche modo, aveva attirato la sua attenzione. Ed è davvero strano un mondo in cui vi sia un certo numero di uomini convinti che manifestare apertamente le proprie idee maschiliste possa, non solo essere un mezzo per attirare a sé le donne (e qui viene a galla il problema centrale della costruzione dell’autostima delle donne), ma anche un atteggiamento normale e giusto, di fronte al quale nessuno dovrebbe aver motivo di storcere il naso, in quanto si tratterebbe di una verità rivelata.

Nel tempo, crescendo, di uomini così ne ho incontrati ancora, purtroppo! Perché questa mentalità è dura a morire, nonostante i proclami, le campagne sulle pari opportunità e le leggi in materia.
Ma fu lì, in quel momento, di fronte a quel giovane professionista impettito, con una buona istruzione alle spalle, ma una mentalità retrograda come elemento caratterizzante, che per la prima volta colsi fino in fondo il peso di quella frase che, da piccola, sentivo spesso ripetere a mia madre, quando si trovava a confrontarsi con persone, anche solo velatamente, maschiliste: “Sono anzitutto una persona. E poi sì, indubbiamente di genere femminile!”.
Quella frase me la porto dietro da anni e, di tanto in tanto, la uso, quando mi serve rimarcare il fatto che il genere non rileva, quando si tratta di guardare alla competenza e ai diritti e alle libertà fondamentali di una persona.

Il fatto è che, fin da piccola, sono stata abituata a battermi per far valere le mie idee, per mantenere un atteggiamento empatico nei confronti di tutte e tutti, ma mai remissivo nei confronti di chicchessia. Sono stata abituata a vedere nella parità fra uomo e donna e nella gentilezza e dolcezza del sentimento che deve illuminare di sé un rapporto di coppia gli elementi imprescindibili del mio percorso di vita.
Eppure, poi, quando la vita con il suo bagaglio di ingiustizie e di meschinità ti bussa alla porta, nonostante tutte le precauzioni prese, capita che resti spaesata e impotente.
Anche solo per un attimo.
Soprattutto se pensavi di aver fatto tutto e bene affinché a te determinate situazioni non potessero mai capitare. E invece, a volte capitano.
Eppure non dovrebbero.

Combattere la violenza sulle donne:
della scalata e del torrente che diventa fiume in piena

Perché la violenza sulle donne, come è stato detto da più parti (da ultimo in un recente intervento e poi in un articolo di Michela Murgia pubblicato oggi su Repubblica.itPrima delle botte il male può iniziare da una parola“), non sta solo nello schiaffo, nel pugno, nel calcio nello stomaco o, eventualmente, nei piatti volanti in una cucina in cui torna un marito ubriaco, nella sottomissione psicologica o ancora nel dramma estremo del femminicidio.
La violenza sulle donne è un fiume in piena, che nasce come piccolo torrente di montagna. Nasce dai piccoli gesti di ingiustizia basati sulla mancanza di reale parità fra uomo e donna: mancanza di parità salariale a fronte di pari mansioni; mancanza di reali pari opportunità, quando nella scelta deve operare l’elemento discrezionale e, nonostante le vagonate di normative per debellare la discriminazione di genere sul posto di lavoro, nelle promozioni spesso e volentieri il genere rileva (e tutto sempre nella cornice della legalità, perché si sa: fatta la regola, trovato l’inganno!).
Nasce dal manipolatorio inserimento in alcuni ruoli apicali (ciò che spesso , ma non sempre – per fortuna! – è avvenuto e avviene in politica!) di “donne di facciata”, ossia persone che (in linea di principio, a prescindere dal genere, ma, nel caso che ci riguarda, di genere femminile), non hanno particolare competenza in materia, ma vengono messe lì come foglie di fico, per soddisfare esigenze di opportunità o necessità legate alle cd. “quote rosa.

Quelle “quote rosa”, che sono nate con intento meritorio e, sebbene nella loro finalità di “azioni positive” (quali tecnicamente sono) siano riuscite in qualche modo a sfondare alcuni margini, delimitati da un sistema tendenzialmente maschilista, per far acquistare spazio al mondo femminile; poi, come tanti altri strumenti che nascono con ottime intenzioni in ordine alle finalità perseguite, possono essere facilmente manipolate, dando luogo a una dannosa eterogenesi dei fini: ed è questo ciò che, in talune occasioni, è accaduto con le “quote rosa”, purtroppo!
Perché a nulla vale una posizione in più occupata da una donna, se non è competente.
E mi si dirà, giustamente: ma esistono pletore di uomini che sono incompetenti e mantengono ruoli e incarichi di rilievo!
Vero. Però il mondo non attende al varco gli uomini: attende al varco le donne.
Quando noi donne potremo godere fino in fondo della tranquillità data dalla reale parità uomo-donna, allora, per quanto sia sempre nell’interesse di tutti che ogni ruolo e incarico sia occupato da persone (uomini o donne che siano!) competenti, potremo anche guardare con lo stesso disappunto con cui guardiamo un uomo incompetente in un ruolo dirigenziale, eventualmente arrivato lì dietro spinte, segnalazioni e favori, una donna incompetente in quel medesimo ruolo. Ma fintanto che questa battaglia non è vinta – e ancora non lo è: mettiamocelo bene in testa! -, alla donna incompetente, talvolta appositamente posta in incarichi di rilievo per rispondere ad un mero “egualitarismo di facciata”, ma con l’obiettivo (analogo a quello perseguito nel caso in cui la scelta ricada su un uomo incompetente, sia ben inteso!) di meglio veicolare, dall’esterno, le sue azioni, dobbiamo guardare con disappunto e timore.
Perché quando sei arrivato alla cima alla montagna e ti ritrovi finalmente su un altopiano, dove puoi riprendere fiato, un passo falso può farti cadere su quello stesso altopiano: basta un leggero sforzo per risollevarsi, nulla di più.
Quando, invece, sei nel pieno della scalata e – checché se ne dica , noi donne siamo ancora nel pieno della scalata! – un passo falso, purtroppo, può costarti veramente caro, perché in pochi minuti ti ritrovi al punto di partenza: e da lì, stavolta, la salita sarà ancora più faticosa.

La violenza sulle donne, quindi, è vero che si combatte con un’ottima legislazione in materia di tutela delle donne dalle violenze fisiche, psicologiche e dagli atti persecutori, di cui una cultura in parte misogina e in parte ancora fortemente maschilista di cui è intrisa una fetta consistente di società (non tutta, fortunatamente: buona parte, di ambo i generi, ne è esente!) le rende vittime: da ultimo il buon risultato cui si è giunti con il Codice Rosso. Seppure, è sempre bene ricordare che nella legislazione, e in particolare nella legislazione in materia di tutela dei diritti fondamentali e di tutela degli individui contro la violenza che mina alla base quei diritti, tutto è sempre perfettibile.
Come è altrettanto vero che la violenza sulle donne si combatte con adeguati finanziamenti ai centri anti-violenza.
Ma tutto questo attiene alla fase punitiva e all’intero universo che gravita attorno a una situazione in cui la violenza è già stata perpetrata.

La questione su cui è indispensabile concentrarsi, perché è lì che si toglie linfa alla pianta infestante la nostra società tutta, qual è la violenza sulle donne, è il sistema di azioni da mettere in campo per prevenire tali criticità.

La violenza sulle donne, infatti, prima ancora che con qualunque altra azione, si combatte anzitutto con una corretta educazione sentimentale, oltre che sessuale, che dovrebbe trovare luogo, in pianta stabile e senza i necessari balletti attorno al consenso dei genitori, all’interno delle scuole. Perché non si tratta di dettare le linee guida di un orientamento sessuale o di un altro: si tratta, piuttosto, di dettare le linee guida del rispetto di sè e dell’altro, del proprio corpo e del corpo altrui.
E su questo non ci possono essere balletti che tengano.
Soprattutto in un’epoca in cui salta a chiunque all’occhio come, nell’ambito dei rapporti di coppia (stabili o occasionali), molti (non tutti, ovviamente!) fra i più giovani non intendano la sessualità come libertà di espressione di sé nel rispetto dell’altro, ma piuttosto come strumento di espressione del proprio dominio sull’altro (in genere, sull’altra!), ancor meglio se suscettibile di testimonianza foto-audio-video.
Gli episodi di abuso nell’uso di immagini di intimità privata altrui, eventualmente anche nella sfumatura del “revenge porn” – che, però, è bene precisare, non è l’unica chiave di lettura di quella fattispecie di reato! – ne sono un esempio lampante.
In un’epoca in cui, d’altro canto, continua a esservi la storia annacquata dell’uomo playboy, se frequenta diverse partner, e della donna p****** , se si comporta allo stesso modo. E anzi, in questi anni animati dai social media, quella diversa visione dell’uomo e della donna nel compimento delle medesime azioni trova la forza di fuoco dell’amplificazione digitale. Perché se in passato le chiacchiere finivano nel bar del paese, adesso il bar del paese è Facebook, Telegram, Whatsapp, ecc.: ed è un bar senza confini spaziali e temporali. A suo modo eterno. Come eterno resta il dramma di chi – e si tratta soprattutto di donne! – si trova sotto il fuoco incrociato di questo delirio da lapidazione pubblica online.
La violenza sulle donne, quindi, si combatte con una buona educazione: in famiglia e, se in essa manca o in aggiunta ad essa, a scuola.

Ma si combatte anche con un’adeguata legislazione del lavoro, che tenga conto del ruolo paritario che nella vita dei figli debbono svolgere ambo i genitori (per chi ha la fortuna di averli entrambi), e che, in virtù di ciò, predisponga la disciplina dei congedi parentali (seppure di recente sono stati fatti passi in avanti che, per quanto piccoli, nel nostro Paese sembrano essere realmente passi da gigante!).

La violenza sulle donne si combatte con un welfare forte, per accompagnare le donne (e in generale i genitori) durante i primi anni di vita dei figli: welfare che preveda una rete di asili nido e scuole dell’infanzia adeguata e sufficiente a rispondere alle esigenze del territorio in prospettiva. Perché si deve creare oggi il terreno per il domani: in quanto solo su un terreno organizzato con sguardo prospettico, sarà praticabile per le coppie pensare di poter realmente far germogliare i propri sogni di vita assieme, anche nell’ottica di ampliare, più in là, la propria famiglia.

La violenza sulle donne si combatte con adeguati strumenti di garanzia delle pari opportunità e della parità salariale fra uomo e donna.

Perché la violenza nei confronti delle donne ha mille sfaccettature: può essere violenza fisica, psicologica, economica.
Può nascere da parole di sottofondo, buttate lì per minare la stima del partner (o della figlia o della sorella); può nascere da immagini di intimità sottratte e fatte circolare sul web, in generale, o sulla chat whatsapp degli amici; può nascere da commenti poco lusinghieri nei confronti di una ex, che in un mondo maschilista diventano come l’esplosione di un ordigno nucleare nella vita della donna presa di mira; può nascere dalla scarsa considerazione delle competenze della donna in quanto donna, in virtù di un mero pregiudizio.
Può nascere, soprattutto all’interno di alcune famiglie monoreddito in cui chi lavora è il marito, dalla sottrazione di qualunque possibilità di gestione dell’economia domestica in capo alla donna: il denaro, poco o molto che sia (non fa differenza!), viene usato come arma di controllo e di sottomissione. Perché il contributo della donna-casalinga nella cura della famiglia e della casa viene considerato come un elemento intrinseco nell’essere donna, moglie e madre: questa tipologia di uomini ritiene, quindi, che gli unici a contribuire concretamente al mantenimento della famiglia con un apporto aggiuntivo siano loro, divenendo con il proprio stipendio quasi titolare di una sorta di diritto di vita e di morte sugli altri membri del nucleo familiare, ma in particolare sulla moglie.
Da qui discende la necessità di creare le basi per consentire quanto più possibile un allargamento della platea del mondo del lavoro al genere femminile: perché, spesso, l’indipendenza economica è un presupposto fondamentale per riuscire a trovare in se stesse la forza per sottrarsi a una spirale di violenza.
Per avere una visione a 360 gradi del fenomeno e piena contezza della sua complessità, è, però, opportuno tenere anche conto del fatto che, talvolta, emergono analoghe dinamiche disfunzionali persino all’interno di famiglie plurireddito, dove la donna lavora e guadagna, ma nelle quali la gestione del denaro viene tenuta ferma esclusivamente in mano maschile: è, infatti, sempre l’uomo a poter usare il “denaro di famiglia” a proprio piacimento, ora, come bastone, ora, come carota nei confronti della donna.
Last but not least, la violenza sulle donne, ovviamente, può nascere anche da un “semplice” schiaffo, perché già un solo schiaffo o un solo spintone è uno schiaffo o uno spintone di troppo!

Ma soprattutto, e credo sia questa la cosa più odiosa, la violenza sulle donne può nascere da altre donne.
La vicenda di recente attualità, che ha visto coinvolta una giovane maestra di scuola d’infanzia, che vittima (vittima!) del “revenge porn” dell’ex ragazzo diventa, d’un tratto, colpevole (sic!) agli occhi delle mamme dei bambini che frequentavano l’asilo e della stessa dirigente dell’istituto, la quale, dopo averla esposta al pubblico ludibrio, ne ha sollecitato le “spintanee” dimissioni, rende perfettamente l’idea dello stato dell’arte.
Il maschilismo, causa primigenia del ruolo di secondo piano che ancora oggi possono “vantare” le donne nel mondo, non è peculiarità maschile: è questo il punto! Spesso esso è avallato e accresciuto dall’ottusità di parte dello stesso mondo femminile.

Donne che remano, incredibilmente, contro altre donne!

In mezzo a tutto quello che ancora c’è da fare, in mezzo a questa scalata verso la reale parità fra uomo e donna, che richiede forza, ostinazione e resistenza, esistono, però, quei piccoli ricoveri di montagna, che sono meravigliose oasi di ristoro.
E in questo 2020, così complicato e tragico, possiamo considerare meravigliose oasi di ristoro: l’elezione di una donna con la storia, la competenza e l’integrità etica e morale, qual è Kamala Harris, nel ruolo di Vicepresidente degli USA e la prospettata futura nomina di una donna altrettanto capace, qual è Janet Yellen, nel ruolo di Ministro del tesoro di una potenza economica mondiale del livello degli Stati Uniti d’America.
Qui. In queste piccole oasi di ristoro si deve raccogliere quanta più energia possibile.
E da qui ripartire.

Italia, 25 novembre 2020

ph. arialmac
Perché di strada davanti ne abbiamo tanta da percorrere, noi donne, ma alle nostre spalle di strada percorsa ne abbiamo molta di più.

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