Di quel cartello di benvenuto, in mezzo a una stazione affollata

La prima immagine che mi torna alla mente è la stazione di Roma Termini: caotica e piena; voci, urla, sguardi sfuggenti di viaggiatori stanchi e volti tesi di chi è in ritardo e teme di averlo perso, quel maledetto treno; occhi cupi e tristi di chi resta e, a compensarli, occhi luminosi e sorridenti di chi, finalmente, si ritrova, si riabbraccia, in mezzo a quella simpatica “bolgia”, che è vita in movimento, vita che corre e si rincorre.

Immerso in tutto quel caos, mentre io e mia madre, concitate, scendevamo dal treno per raggiungere te e mia zia e vi cercavamo con lo sguardo: eccolo lì, quel cartello.
Un foglio pesante di album da disegno, attaccato con il nastro adesivo a un tubo di cartone. Sul bianco del foglio si stagliava quella scritta nera, che negli anni a venire sarebbe stata più volte richiamata nei discorsi più vari, regalandoci un sorriso: “Benvenute, Stanky e Lilla cacabozzo”. Eri stato tu a tirare fuori dal cilindro quei due nomignoli, per sottolineare, da un lato, la sana abitudine di mia madre ad andare la sera a letto presto e svegliarsi la mattina prestissimo (perché, come dice ancora oggi, “il sonno è medicina!”) e, dall’altro, la mia, di abitudine (un po’ meno salutare, ma infinitamente più divertente), a rompere costantemente le scatole e a ficcare il naso in ogni dove…e, solitamente, nei momenti meno opportuni.
Tu stavi lì, imponente, mentre la gente fluiva a destra e a sinistra, con quel sorriso a 32 denti, che negli anni avrei imparato a conoscere, stampato sul viso e reggevi quel cartello; mia zia, accanto a te, era l’immagine della felicità.

Entrambi poco più che ventenni, entrambi studenti universitari della facoltà di Giurisprudenza (una fuorisede, mia zia, e uno del luogo, tu), entrambi con lo sguardo pieno di speranza, sogni e futuro.

Era la prima volta che ti vedevo.
Sì, certo, era capitato che ci sentissimo per telefono, tramite mia zia (ma era l’inizio degli anni 2000: ancora non c’era quell’ossessione folle per il contatto continuo via telefono o via social network – ancora di là da venire, questi ultimi, per come li conosciamo oggi! -); in tua assenza, d’altronde, mia zia aveva parlato lungamente di te a me e a mia madre: quindi, in qualche modo ti conoscevo, pur non avendoti mai conosciuto. E credo lo stesso valesse per te, nei confronti miei e di mia madre.

Lì, in mezzo a quel via vai di gente (“gente che sale, gente che scende / compra il giornale/ chiama il facchino e poi saluta dal finestrino”: memoria di una poesia delle elementari, che mi porto incollata addosso da tempo immemore, forse per quella sorta di rapporto di amore e odio che mi lega alle stazioni), come sempre, abbracciai mia zia con tutta la forza che aveva in corpo quella me appena adolescente, e poi abbracciai te per la prima volta. Io minuta, tu non altissimo, ma con delle spalle da rugbista e delle braccia possenti con cui riuscivi a infondere con un solo abbraccio protezione e tenerezza.

Ricordo quei giorni romani: la cena al ristorante cinese, perché io, nonostante la riluttanza di voi altri, mi ero incaponita su questa storia della cena cinese (seppure, chissà perché, i giorni a venire furono caratterizzati per lo più da scorpacciate di ottima pizza romana!); la città eterna, che avevo già visitato in passato e amato, ma che con la tua guida e i tuoi infiniti racconti pieni di storia, arte e letteratura latina mescolate assieme, fra chiese, monumenti, vie e pezzi della Roma più sconosciuta, ho imparato ad amare, oltre che con gli occhi, anche con il cuore.

ph. arialmac -Un particolare della Fontana dei Fiumi di Bernini, “Il Rio de la Plata” (Piazza Navona, Roma)
E torna sempre alla mente il ricordo dell’entusiasmo con cui raccontavi l’aneddoto del leggendario scontro fra il Bernini e il Borromini. La tradizione popolare vuole, infatti, che il Bernini avesse nascosto dietro la scelta di rappresentare una delle figure allegoriche della Fontana (Il Rio de la Plata) con la mano a coprirsi il viso, il desiderio di burlarsi del Borromini. Con quella mano la statua si sarebbe voluta proteggere dall’imminente caduta dell’edificio frontistante, la Chiesa di Sant’Agnese in Agone, realizzata dal Borromini, appunto. Del resto, il tuo amore per la precisione, ti portava a ricordare come, in realtà, la facciata della Chiesa fosse stata conclusa anni dopo che il Bernini aveva realizzato la sua opera in Piazza Navona. Ma quell’aneddoto era una piccola perla che ti concedevi di raccontare, perché in grado di rendere quella piazza romana, se possibile, ancora più magica.

Era come se di quella città, della tua città, avessi una conoscenza senza fine.
Come senza fine era il tuo amore per la pura conoscenza, d’altro canto: eri curioso, di un’intelligenza spiccata, di una cultura che pochi possono vantare.

Avevi notato che, avendo trovato un paio di fumetti di Diabolik nella stanza di mia zia, li avevo divorati in un lampo. Qualche sera dopo, me ne portasti una scorta. Che, sistematicamente, terminai in pochi giorni.
Sapevi che amavo leggere, per informazioni passate sottobanco da mia zia, che ovviamente desiderava che il suo nuovo ragazzo riuscisse a legare bene con due delle persone più importanti della sua vita. Ma forse non sarebbe nemmeno stato necessario che ti venissero dati suggerimenti e informazioni di supporto, perché avevi quell’innata capacità di comprendere le persone e di farle sentire “accolte”, celando, dietro a grandi sorrisi e valanghe di parole, la tua timidezza: che solo chi ti conosceva veramente poteva, di tanto in tanto, scorgere, qui e là. Perché di solito eri un fiume in piena di simpatia travolgente e cultura spiazzante: e quella tua timidezza diventava un velo quasi trasparente e impalpabile.
E se, da sempre, è mia abitudine collegare libri, romanzi, racconti o saggi ad eventi e persone, per le più svariate ragioni, a te ricollego “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Perché, consapevole del mio amore per i libri – di cui in più di un’occasione, in quei giorni romani, capitò di parlare -, a conclusione di una di quelle intense giornate di studio che tu e mia zia dedicavate alla preparazione dell’ultimo esame della sessione estiva, mi dicesti: “Dovresti leggere questo libro; secondo me ti piacerà. Domani te lo porto”.
Mantenesti la promessa: me lo portasti. E avevi ragione, mi piacque. Se devo dirla tutta, è diventato uno dei miei romanzi preferiti: per il libro in sé, ma anche per il ricordo di quel mese meraviglioso che trascorsi nella città eterna assieme a mia zia, a mia madre, a te e ai tuoi familiari, che avevano la simpatia festante e l’allegria coinvolgente che caratterizzavano anche te. Virtù di famiglia, si potrebbe dire.

Era il 2001, l’anno dello scudetto della Roma.
La città eterna era in festa, piena di giallo e rosso per le vie. E, nonostante io non sia mai stata una fan del Calcio, i festeggiamenti al Circo Massimo per quel famoso scudetto, a cui andammo tutti assieme (eccetto mia madre, ovviamente: da sempre fervente oppositrice di ogni aspetto, anche collaterale, del calcio), sono un ricordo indelebile. L’allegria pura e beata della gente, fino a sera, raccolta sul terreno dell’antico circo romano a festeggiare; i giocatori della Roma, il cui arrivo scatenò il putiferio; Venditti che intonò la sua nuova canzone, il cui testo circolò fra la folla scritto nero su bianco su fogli A4.

Vedevo mia zia felice, spensierata, dopo tanto tempo, piena della bellezza dei suoi 23 anni, con accanto un ragazzo dall’animo buono e dal cuore gentile, che aveva affrontato, anni prima, la tragedia del dolore: quel dolore che ti si insinua dentro ed è impossibile che ti lasci. Eppure tu, con quel dolore nello zaino che ti portavi sulle spalle con sguardo fiero e schiena dritta, avevi avuto la capacità di ritrovare tutto il bello della vita. E avevi la capacità di prestare i tuoi occhi, in grado di vedere le meraviglie del mondo anche in mezzo a tutte le brutture del quotidiano, a chi ti camminava accanto.

Non disdegnavi mai di dare una mano a chi ne avesse bisogno. E nei modi più disparati. Fosse anche fare per altri ricerche infinite, in due, tre, quattro biblioteche, pur di trovare il materiale necessario e sufficiente a consentire di svolgere il suo compito di storia a una liceale in preda alla disperazione. Trasferitasi, per motivi lavorativi della sua famiglia, dalla città a un paese, con un’unica biblioteca e per nulla fornita, quella liceale si sentiva fuori dal mondo e priva degli strumenti che le avrebbero consentito di fare del suo meglio, almeno per quel “fastidioso” compito di storia (sic!).
Quelli non erano ancora i tempi di “Internet-trova tutto” e sicuramente non vi era granché sul web in merito a quel benedetto orologio meccanico, di cui avrei dovuto in pochi giorni realizzare una ricerca.
Tu e mia zia giraste alcune delle principali biblioteche di Roma e mi inviaste tutto il materiale di cui avevo bisogno. Riuscii a rielaborare l’intera mole di documenti e a realizzare un’ottima tesina, ottenendo le lodi della professoressa di Storia e Filosofia, che si meravigliò della quantità di fonti su cui avevo lavorato.
Ho sempre pensato che a quel 10 di Storia, a fine anno, abbiate contribuito anche tu e mia zia, con le vostre ore trascorse nelle biblioteche romane.
Anni dopo, quando mi capitò di osservare lo splendido spettacolo visivo e sonoro dell’orologio meccanico di Messina, ripensai a quei giorni liceali, a quell’ansia per il materiale che non trovavo, alla vostra azione salvifica con l’invio di quelle fotocopie e a quell’intera nottata passata a terminare la tesina per consegnarla in tempo utile.

Se devo ricordarti con una frase, opterei per la citazione latina “Semel in anno, licet insanire”, che fu il testo del messaggio che, prima ancora che mia zia potesse pensare a te in altro modo se non come ad un semplice collega di università, le inviasti la sera di San Silvestro per augurarle una buona fine e un buon inizio.
Eravamo nella cucina dei miei nonni e arrivò questo sms sul suo cellulare. Io glielo lessi e le dissi ridendo: “Uno acculturato, finalmente! Ma chi è?”; lei mi rispose con poche parole: “Un collega di corso”.

Poi di strada assieme ne avete fatta tanta e di parole fra voi ne sono corse a valanga: avete viaggiato (tantissimo!), avete condiviso gioie e dolori, vi siete laureati, avete iniziato il vostro percorso forense.

Sorrido con tenerezza se ripenso al fatto che ogni Pasqua, in quegli anni di vita assieme, arrivava per mia zia, immancabile, un piccolo oggettino Swarovski e un biglietto di auguri da parte tua. Il più bello, fra quei biglietti, fu quello che accompagnò il piccolo calamaio di cristallo: riesco a mandare ancora a memoria la bellissima frase che le scrivesti.

L’ultima volta che ricordo una nostra conversazione, eravamo nella cucina dei miei nonni: io ormai frequentavo l’università e avevo iniziato anch’io il mio “percorso giuridico”. Parlavamo di diritto romano, del concetto di Stato di Diritto, sotto lo sguardo divertito di mio nonno, il Professore.
Era la stessa cucina in cui, anni e anni prima, avevo letto il tuo primo sms di auguri a mia zia per il nuovo anno che stava per iniziare.

Accade che poi la vita fa il suo corso.
Le strade si dividono.
Anche gli amori belli, pieni e vivi dei venti anni, finiscono, e tu, uscendo dalla vita di mia zia, sei uscito anche dalla mia. Però, avevi lasciato un ricordo indelebile, per la dolcezza con cui avevi saputo amare una delle persone più importanti della mia vita.
Accade che gli amori, soprattutto se giovanili e vissuti intensamente, si consumino. Ma non per questo non sono da ricordare per tutto il buono che si sono lasciati dietro.

Anni e anni dopo, è capitato che, ormai entrambi avvocati ben avviati, l’una (mia zia) in ambito penalistico, e l’altro (tu) in ambito per lo più civilistico (ma non solo), vi siate incontrati/scontrati per i corridoi del Tribunale e, ognuno ormai con la sua vita e la sua famiglia e i suoi affetti più cari a circondarlo, abbiate scambiato qualche parola, sintetizzandovi nel poco tempo a disposizione, fra un’Udienza e l’altra, tutto il pezzo di vita che ciascuno di voi aveva costruito da solo, una volta separate le vostre strade.
Mia zia mi riferì quella conversazione e mi disse che era felice di averti rivisto sereno e realizzato, soddisfatto di svolgere la professione che sognavi.

Perché per te fare l’avvocato non era semplicemente seguire le cause, scrivere gli atti, discutere in Udienza. Tu amavi il diritto, amavi vedere il diritto farsi vita. Tu volevi contribuire, con le tue azioni e sollecitazioni in giudizio volte ad ottenere rinvii alla Corte Costituzionale o alla CGUE, a creare il Diritto vivente.

E nel pieno di questa tua ars creativa, te ne sei andato a soli 42 anni.
Complicazioni causate dal Covid-19.
A 42 anni, una mente (giuridica e non solo) brillante, come la tua, spazzata via da questo mondo a causa di un virus, che, ancora oggi, tanti imbecilli continuano a sottostimare. Perché, dicono (sic!), si muore solo se vi sono altre malattie pregresse o qualche particolare fragilità. E nella maggior parte dei casi è vero; ma se non avessimo portato, dopo il liberi tutti di questa estate, il virus a circolare in maniera così persistente e intrusiva nella quotidianità di noi tutti, forse oggi avremmo ancora quella mente brillante a vagare per le vie del nostro mondo. Non se ne sarebbe andato così, con una famiglia, immersa nel dolore di una scomparsa prematura, che si ritrova a dover pensare di poter rendere onore a un figlio, fratello e compagno, ai suoi sacrifici, alle infinite ore sudate sui libri e alla passione di una vita intera, soltanto facendo adagiare quella toga, per la quale aveva tanto lottato e che aveva tanto amato, sul coperchio di una bara, che a 42 anni non avrebbe dovuto essere il suo destino.
Perché ci sarebbe dovuto essere il mondo a contenere la sua voglia di vita: quel mondo vivo, contorto e complicato, meraviglioso e pieno di cose inattese, al contempo triste e gioioso, duro e rassicurante, glaciale e accogliente. Ci sarebbe dovuto essere il mondo pieno di futuro a dargli il suo abbraccio, per trattenerlo ancora qui e consentirgli di percorrere le sue infinite strade. Ci sarebbe dovuta essere la vitalità del mondo ad accoglierlo, a 42 anni, e non il ventre inerte e vacuo di una bara.

È strano da dire, ma proprio ieri ci pensavo. Finora, nella mia vita avevo vissuto – fortunatamente! – poche perdite e per lo più di persone che ormai avevano concluso una lunga corsa. Da 8 mesi a questa parte, invece, mi arrivano notizie di vecchi amici di famiglia (non tanto vecchi, però, dal punto di vista anagrafico!) o, in generale, di persone che, seppure solo nel passato, hanno costellato momenti importanti della mia vita, che in questo 2020 hanno abbandonato il nostro complicato e difficile mondo. E, ogni giorno che passa, è come se la morte si stendesse a macchia d’olio nel mondo che mi circonda. La morte, che finora per me era stata una presenza flebile e lontana, in questo anno sta facendo sentire i suoi passi sempre più insistentemente.

Ed è angosciante, a pensarci. A pensarci davvero.
Se solo tutti ci pensassero.
Se solo tutti ci riflettessero, prima di mettere il proprio superficiale egoismo davanti alla salute (propria e) altrui.

Se solo ci fosse stata quest’attenzione in più da parte di tanti, di tutti, forse (ma anche il “forse” sarebbe stato sufficiente!), forse oggi vedremmo ancora quell’uomo dalle spalle possenti, dagli occhi buoni del caldo colore dell’autunno, dalla barba che ricalcava lo stile del Perry Mason-Raymond Burr dei film tv di fine anni ’80 (seppure ancora castana!), con indosso la sua tanto agognata toga, incedere per le aule dei tribunali italiani per dare libero sfogo alla sua ars oratoria e, sopra ogni cosa, per dare il suo contributo e vedere, così, il Diritto farsi vita.

Sit tibi terra levis.

Italia, 11 novembre 2020

ph. arialmac – “Spiccando il volo nel cielo di Roma“, Roma 2017

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