Intendiamoci, sono ancora fra noi “quelli che non esiste più la mafia di una volta”.

In principio fu la notizia della dichiarazione di una ex senatrice

Un sabato sera qualunque.
Mi compare sul display dello smartphone la notifica di una notizia dell’ultima ora.
Non sono solita cliccare immediatamente sulle notifiche delle app installate sul mio “telefonino” (e lo so che dovrei definirlo “dispositivo mobile”, ma chiamarlo “telefonino” mi fa tornare alla mia preadolescenza): nel mio rapporto con le notifiche tento di attuare una sorta di resistenza morale. L’obiettivo? Evitare di esserne succube: è un duro lavoro e – va da sé! – sono numerosi i casi in cui accetto la debacle e, al primo trillo o spia luminosa, sposto quantomeno l’occhio sul display; eppure, ritengo sia da apprezzare la mia buona volontà di fronte alla potenza attrattiva del suono della notifica (novello canto delle sirene, in un mondo digitale e iperconnesso!).

Accade, così, in una tranquilla serata di un sabato di inizio ottobre dell’anno 2020, che il display dell’IPhone si illumina e compare la notifica dell’app di un quotidiano: viene riportato il titolo di un articolo che ha la capacità, seduta stante, di farmi strabuzzare gli occhi.
Leggo il titolo della notizia, dapprima. Resto perplessa.
Lo rileggo. Potrei pur sempre aver letto di fretta e male: difficile, ma possibile. E, in questo caso, auspicabile, visto il tenore della notizia. Niente da fare. Il titolo è quello.
Nella mia mente inizia a montare uno pseudo-meccanismo di negazione della realtà. Penso: si saranno sbagliati, una ex senatrice della repubblica italiana non può aver dichiarato una simile castroneria. Non può aver pronunciato quelle parole una ex parlamentare, che si è seduta per 5 anni nei banchi dell’aula del Senato: sarà anche leghista; avrà anche idee politiche lontane anni luce dalle mie; avrà anche un senso della logica che, personalmente, reputo difficile da ravvisare di fronte a scelte politiche che l’hanno vista protagonista (ma questo, dal mio punto di vista – politicamente e civicamente connotato -, vale per chiunque sia meridionale, o comunque viva al Sud, e voti o militi nella Lega: che dei meridionali, nel tempo, ha detto peste e corna!); avrà anche una visione della realtà (all’apparenza) priva di empatia (stando, ovviamente, a taluni suoi discorsi pubblici e ad alcune azioni “politiche” di cui si è fatta promotrice; chè della vita privata della signora non so nulla, nè ho necessità di sapere alcunchè, non essendo oggetto di pubblico interesse, ai nostri fini!); avrà anche uno sguardo semplicistico sulla realtà e sui fenomeni complessi, quale quello dell’immigrazione, tanto da lasciarsi guidare verso la proposta di soluzioni che, talvolta, lasciano esterrefatti. Sarà una donna che ha una visione del mondo e della politica totalmente diverse dalle mie, ma, vivaddio (!), la democrazia si nutre anche e soprattutto del pluralismo delle idee: sì, pure di quelle che ci sembrano incomprensibili, inaccettabili e di cui faremmo a meno; il vero segreto sta tutto nell’avere la forza degli argomenti, dei progetti, dei modelli di intervento e dei fatti, così da opporre le proprie idee a quelle che si ritengono inaccettabili, lottando affinché gli altri possano cogliere il valore e l’utilità sociale della propria visione del mondo.
Sarà anche tutto questo l’ex senatrice intervenuta nella giornata di sabato 3 ottobre 2020 sul palco allestito nella città di Catania, nel corso della manifestazione “Noi con Salvini” a sostegno dell’ex Ministro dell’interno, attualmente sub iudice per la disumana vicenda della nave Gregoretti, ma – ripeto fra me e me – non può aver avuto lo stomaco (ché ce ne vuole, di stomaco forte!) per proferire un tale abominio.
Clicco sul link per verificare che quel titolo non sia uno di quei soliti titoli “acchiappaclick”: di quelli che talvolta (e sono sempre troppe, le volte!) si rivelano, purtroppo, non corrispondenti al corpo dell’articolo. Seppure stavolta ci speravo: speravo veramente che a quel titolo non corrispondesse la notizia sottesa.
E così leggo l’articolo. Lo sconcerto mi assale.
Decido di visionare il video in cui la frase incriminata dovrebbe essere stata pronunciata, con l’auspicio che la protagonista dell’episodio raccontato abbia formulato male la frase, magari presa dall’emozione; che abbia incespicato nelle parole e ne sia uscita fuori una dichiarazione orripilante, facilmente fraintendibile, ma non corrispondente alle sue vere intenzioni.
Ho sperato fino alla fine che la realtà dei fatti fosse meno grave di quella narrata.
Speranza vana.
Lo ha detto veramente.

L’ex senatrice leghista Maraventano, tutt’oggi fervente militante nelle file della Lega, ha effettivamente dichiarato: “La nostra mafia, che ormai non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima, dove sono? Non esiste più, perché noi la stiamo completamente eliminando! Perché nessuno ha più il coraggio di difendere il proprio territorio.

Non state lì a badare alla sintassi, non è quello il problema: il problema non è la forma, nonostante in politica – e dovremmo mettercelo in testa, una volta per tutte! – la forma è sostanza. Ma sorvoliamo la forma: a voler pensar bene, dobbiamo ammettere che l’emozione può giocare brutti scherzi a chiunque.
Il problema, qui, è la sostanza.
Non si tratta di dichiarazioni pronunciate in modo tale da poter essere fraintese (checchè ne dica nella serata odierna, a oltre 24 ore di distanza dai fatti, la senatrice stessa, nel corso dell’intervista all’AdnKronos).
Si tratta di frasi dette con una grande dose di consapevolezza.
E pronunciate nella piazza della città di una delle regioni italiane che, nella lotta alla mafia, ha pagato un prezzo altissimo in fatto di vite umane.

L’intervento dell’ex senatrice leghista verrà forse derubricato dai suoi colleghi di partito a livello di un mero “misunderstanding”? Sì, forse.
Fatto sta che, a conclusione della giornata di domenica 4 ottobre 2020, non mi sembra sia ancora giunta nessuna comunicazione dall’ufficio stampa del partito per prendere in maniera ferma le distanze dalle dichiarazioni della senatrice. Mi è capitato, in serata, soltanto di leggere le dichiarazioni di “interpretazione autentica” della frase pronunciata nella giornata di ieri, rilasciate dalla stessa ex senatrice all’AdnKronos.
Sembra che la sig.ra Maraventano abbia precisato: “Non capisco le polemiche, come se non ci fossero altri problemi. […]Io volevo solo dire che la vecchia mafia, quella locale, non esiste più, questo era il senso, ci sono le altre invece che lavorano indisturbate. […] La nostra mafia l’abbiamo eliminata definitivamente, non esiste più nel nostro Paese, in Sicilia, e questo è stato possibile grazie al centrodestra, grazie a ministri come Maroni, il problema è ora che in questo vuoto, si sono inserite le mafie degli altri, a cominciare dai tunisini“.

E, a dirla tutta, queste dichiarazioni sembrano la classica pezza peggiore del buco, per tre ordini di motivi. Anzitutto, perchè sono espressione di uno sguardo totalmente avulso dalla realtà siciliana e italiana, in genere: realtà in cui le mafie – quelle italiche, se serve precisarlo! – operano a ritmo battente, traendo lauti guadagni dalle loro attività. In sostanza, “la mafia locale”, come ama definirla l’ex senatrice, non è stata eliminata definitivamente, perchè è ancora fra noi: ha solo cambiato obiettivi e strategie di azione. Potremmo dire che le mafie, oggi, hanno semplicemente un “portafogli d’investimenti” variegato: il loro modello di business è al passo con i tempi e, in taluni casi, ne è perfino precursore. In secondo luogo, l’esponente della Lega persevera nel leitmotiv che vede nell’immigrato il capro espiatorio di qualunque problema e dramma nazionale. Parla di mafie straniere che prendono piede nel nostro Paese, tralasciando il fatto che nei contesti in cui esiste il controllo mafioso del territorio, la criminalità straniera occupa taluni spazi perchè, da un lato, può esservi un certo interesse da parte della criminalità locale a che ciò accada (ad esempio, per distogliere da sè l’attenzione non solo dello Stato, ma anche dell’opinione pubblica – mentre si è “in altre faccende affaccendati” – o perchè la criminalità straniera va ad operare in uno specifico settore non rientrante nell’ambito d’interesse della mafia locale) e perchè, dall’altro lato, l’azione della criminalità straniera non risulta essere tale da intaccare gli interessi economici della “mafia locale”, rappresentandone, anzi, in talune occasioni, un’eventuale longa manus (basti pensare agli accordi fra ‘ndrangheta/mafia/camorra e mafia nigeriana, quando si parla di traffico di sostanze stupefacenti). Infine, con le sue dichiarazioni chiarificatrici la sig.ra Maraventano non ha tolto affatto gravità alla portata delle frasi pronunciate il giorno precedente, in merito alla vecchia “mafia” che aveva la giusta dose di “sensibilità e coraggio” per difendere il territorio. Se possibile, ha ribadito il concetto, peggiorandolo e dando ancora adito alla vecchia tesi duale che vedeva, accanto a una mafia “buona”, una mafia “più barbara”. Non si fosse ben colto il concetto, ha infatti tenuto a precisare che: “Per vecchia mafia intendevo la difesa del proprio territorio, nel senso del coraggio che potevano avere i nostri. Non mi riferivo alla mafia brutta, quella che ha ucciso i nostri uomini valorosi“.
A questo punto, totalmente interdetti di fronte al punto di vista chiarito in modo puntuale dall’ex senatrice, possiamo calare definitivamente il sipario sulle sue dichiarazioni.

Tornando, invece, all’eventuale presa di distanza dalla Lega, ancora nella tarda serata di domenica, non se ne riesce a scorgere traccia nè sui social network, nè sui siti dei quotidiani in continuo aggiornamento, a cui, quindi, non sembra siano state rilasciate dichiarazioni dal partito. E se mai qualche esponente dovesse averlo fatto, pur non avendo personalmente ancora individuato una tale dichiarazione fra le notizie di giornata , mi scuso per la svista, ma, in ogni caso, si tratterebbe semplicemente del minimo sindacale, sarebbe un mero “principio” di buona notizia in un profluvio di horribilia.
A volerla dire tutta, considerata la potenza di fuoco della grancassa dei social media leghisti, qualora vi sia stata una dichiarazione di presa di distanza da quelle frasi, sembra davvero strano che la cd. “Bestia” non sia riuscita a darle il giusto risalto.
Ad ogni buon conto, non si può non evidenziare che un partito degno di sedere in Parlamento avrebbe l’imprescindibile dovere di mettere un oceano fra sè e dichiarazioni di quel tenore.

Sicuramente non ha rappresentato un ottimo inizio l’intervento dell’Onorevole Morelli, che, nel suo ruolo di “presentatore/moderatore degli interventi” nel corso della manifestazione, tornando sul palco a conclusione del discorso tenuto dall’ex senatrice, ha semplicemente precisato che, provenendo da Lampedusa, “il suo [n.d.r. della collega di partito] calore e la sua passione sono assolutamente giustificate da una situazione che è imbarazzante , delirante, contro ogni regola.
L’Onorevole Morelli ha, però, dimenticato di precisare che la prima cosa che, sul territorio italiano, da sempre é contro ogni regola non è l’immigrazione e la sua gestione, quanto piuttosto la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra: ché la “mafia buona del passato” è una leggenda campata per aria, che taluni voglio dare a bere per continuare a mantenere il controllo del territorio.

… venne, poi, una riflessione sul caleidoscopio attraverso cui guardare il mondo in cui si muovono le mafie.
Da qui occorre ripartire per dare nuova linfa alla lotta alle mafie.

La questione, però, va oltre il singolo caso dell’ex senatrice.
Le parole pronunciate da questa politica leghista, semplicemente, squarciano il velo su una realtà sconfortante, ma che, purtroppo, esiste.
E dobbiamo tenerlo ben presente, per capire da dove sia necessario partire nell’azione di contrasto alle mafie!

Se pensiamo che tutti gli Italiani siano convinti che le mafie siano il male assoluto, sbagliamo: sbagliamo in modo grossolano e assolutamente pernicioso!
La realtà non è tutta bianca o tutta nera.
Non possiamo semplicisticamente pensare che esista una realtà che vede, da un lato, i mafiosi e, dall’altro, chi considera la mafia una montagna di merda, come aveva il coraggio di urlare in terra di mafia Peppino Impastato: non tutti avranno il coraggio di urlarlo (seppure tutti dovremmo averlo), ma in tanti lo penseranno e agiranno di conseguenza, contribuendo nella lotta sociale alle mafie. Quella lotta che parte dal non considerare giusta l’idea che ci sia un’organizzazione criminale che rappresenti il contraltare dello Stato, con cui sia eventualmente legittimo confrontarsi.

Il fatto è che non esiste solo il povero cristo che, vivendo in un contesto in cui anche i sassi sono impregnati del puzzo della mafia, decide di non reagire ai soprusi per paura; non esiste solo quello che, sì, vorrebbe ribellarsi, ma, temendo che la forza dello Stato e gli strumenti a disposizione non siano sufficienti a garantire a se stesso/a e alla propria famiglia un futuro sereno, mestamente soggiace alla legge del più forte.
Allo stesso modo, non esiste solo chi fa affari con le le mafie: la testa di legno messa a capo di una società di facciata; il funzionario pubblico corrotto che agisce al fine di truccare l’appalto a favore del mafioso; il professionista che, in scienza e coscienza (si fa per dire), gestisce, consiglia, aiuta i mafiosi nei loro affari; il politico che tramite i voti delle mafie riesce ad essere eletto (avendo poi l’obbligo di restituire il favore!).
Esiste anche chi, non direttamente coinvolto dagli affari mafiosi, rivendica la “bontà” di questo nefasto fenomeno umano. E lo fa perché ritiene che quello sia lo stato delle cose immutabile e per il quale non vi dovrebbe neanche essere motivo di cambiamento: partendo da questo presupposto, pensa di poter avere in futuro “un ritorno” dal proprio essere non semplicemente tollerante, ma perfino ben disposto nei confronti delle mafie.
E non immaginiamo quel “ritorno” come chissà quale contropartita, come chissà quale considerevole elemento di guadagno personale, perché può semplicemente consistere nel ricevere l’informazione su dove andare e a chi “rivolgersi”, nel malaugurato caso in cui si sia subito il furto della propria macchina (eventualmente sotto casa!), affinché si riesca a rientrarne in possesso, con o senza contropartita economica. Chè la contropartita morale (a lungo termine!), i contatti (diretti o indiretti) dei mafiosi o ‘ndranghetisti se la sono già messa in tasca, appena il derubato è andato a chiedere informazioni!
Vi è chi rivendica la “bontà” delle mafie, perché ritiene che, alla fine della fiera, non facciano nulla di male: hanno un loro modello di business, tutto qui; e se non li disturbi, a te non daranno fastidio.

Come se fosse poca cosa lucrare sulle disgrazie e difficoltà altrui, attraverso le attività criminali; attraverso il riciclo di soldi sporchi, reimmessi sul mercato, mediante investimenti – attraverso giri e scatole cinesi infinite! – in attività legali (seppure solo di facciata!); attraverso il loro attuale modello di azione, che li vede muoversi in un continuo andirivieni di attività fra il legale, l’illegale e l’elusione della legalità: quel complesso di attività, che operano ad incastro e che dopano il mercato della libera concorrenza d’impresa e, soprattutto, permettono di tenere sotto scacco un intero territorio.

Sarebbe irreale pensare che il tempo, anzi i tempi non abbiano inciso sulle mafie, sul modo che le mafie hanno di interfacciarsi con il mondo. L’evoluzione tecnologica; la globalizzazione; la velocità e la facilità dei collegamenti; la mancanza di una legislazione antimafia seria e rigorosa nella stragrande maggioranza degli Stati stranieri, anche quelli a pochi passi dal nostro Paese, nei quali è, però, possibile investire e gestire bene e presto grandi quantitativi di denaro: tutto questo ha spinto le mafie ad adattare il proprio modello di business al nuovo mondo economico-burocratico.
È la mera “evoluzione darwiniana” del principio-guida mafioso: riuscire sempre e comunque a guadagnare il massimo dalle circostanze e a controllare e gestire i settori del territorio che più convengono, eventualmente, incitando (o guardando di buon occhio) al caos negli altri ambiti, in quanto estremamente utile a distogliere l’attenzione dello Stato da sé.

Ciò che mi piacerebbe cogliesse l’ex senatrice leghista – che mi auguro abbia rilasciato quelle dichiarazioni in modo non pienamente consapevole e in virtù di un enorme errore, commesso in buona fede (!), considerato che, da quel palco, ha lanciato un messaggio gravissimo nei confronti dei mafiosi, quasi elevandoli a rango di interlocutori – è una semplice verità inconfutabile: la “bontà” della mafia, delle mafie, non è mai esistita; le mafie non hanno mai difeso nulla, fuorché i propri interessi economici e personali; tutto ciò che le mafie hanno tratto, in passato, e traggono, tutt’oggi, dal tessuto del nostro Paese è sottratto a chi si alza onestamente ogni mattina per lavorare, sacrificandosi e dando sangue e sudore pur di guadagnare quel tanto che basta per riuscire in qualche modo a mantenere se stessi e/o la propria famiglia.

E non mi si dica: “ma lo Staaaaato? Lo Staaaato cosa fa?”.
Perché lo Stato siamo tutti noi: prima di essere Stato-apparato e accanto ad esso, lo Stato è Stato-comunità! E tutti ne siamo responsabili.
Tutti conserviamo nel nostro zaino un pezzo di responsabilità per quello che viviamo: chi più, chi meno, ovviamente.
Non vi è ombra di dubbio che chi ha potere decisionale abbia maggiori responsabilità, ma il fatto è che il potere decisionale non nasce ex abrupto nei palazzi delle istituzioni: il potere decisionale comincia dalle piazze, dal comportamento tenuto in quelle piazze, dai discorsi declamati dai politici nei comizi per trovare consenso, prima ancora di metterci piede, nei palazzi. Perché in quei palazzi poi trasferiranno il portato della loro esperienza e del consenso raccolto in giro per l’Italia, al fine di “conquistare” questo o quel posto, questo o quel seggio. Il potere decisionale, in senso lato, passa perfino dall’atteggiamento benevolo nei confronti del mafioso o ‘ndranghetista di turno: sì, anche in quell’apparentemente poco rilevante atteggiamento di “ammirazione e rispetto” nei confronti del mafioso o ‘ndranghetista che si siede al bar, dopo aver parcheggiato la sua auto sportiva o la sua berlina nuova fiammante, ordina il caffè e si guarda attorno, parlando ad alta voce, come se avesse il mondo in pugno. Passa perfino da quell’atteggiamento perché è sintomatico di un certo modo di guardare al mondo e di concepire i rapporti di forza.
Il potere decisionale è un’entità complessa, nelle democrazie moderne: checché ne dicano taluni, che lucrano su teorie complottiste o semplicemente astruse, non viene calato dall’alto; il potere decisionale si forma partendo dal basso e risalendo, pian piano, attraverso meccanismi particolarmente articolati.
Sul delinearsi ed esplicarsi del potere incide perfino il peso che diamo a taluni atteggiamenti tenuti dai singoli, rispetto a comportamenti di tipo differente; incide lo sguardo compiacente verso chi si mostra (e viene osannato) come un vincente, nonostante abbia palesemente ottenuto il successo giocando con carte truccate; incide la propagandata guerra contro gli ultimi della terra, al solo fine di dare una parvenza di supporto (nella realtà dei fatti: fasullo, inefficace e inefficiente) ai penultimi, che da quella guerra non otterranno alcun reale vantaggio, tranne che l’aumentata abilità ad odiare il prossimo e a ritenere normale affossare chi sta peggio di se stessi.
Perché, pur senza voler fare alcuna assimilazione di sorta, il meccanismo della cattiva politica è lo stesso che adotta la mafia per restare sempre a galla: mettere gli uni contro gli altri, i penultimi contro gli ultimi, restando a guardare quell’inutile lotta nel fango, per poi proporsi come “pacificatore”.
La buona politica, quella che deve avere il coraggio di dire che “la mafia è una montagna di merda”, è, invece, la politica capace di proporre soluzioni che guidino una comunità a risollevarsi assieme: affinché ciascuno non soltanto si senta parte di un tutto, ma sia realmente parte di quel tutto.

In quest’affresco di una comunità in cammino verso un futuro di giustizia sociale ed equità non trova spazio l’idea di una mafia buona che difendeva il territorio.
Perché quello spazio é occupato dalle riflessioni, dagli insegnamenti, dalle azioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Giuseppe Fava e di tutti gli altri che hanno pagato la loro lotta alle mafie con la vita o che stanno pagando con la libertà, limitata a causa della scorta assegnatagli al fine di garantirne l’incolumità. Quello spazio è occupato anche da tutti quelli che hanno deciso di usare quelle idee e quegli insegnamenti di giustizia e libertà come gambe sulle quali camminare per costruire un futuro più giusto: un futuro libero dalle mafie!

E, detto per inciso, la mafia non è “nostra”, cara ex senatrice: che di mio non ho mai visto, né vedrò mai nulla nella mentalità mafiosa.

Italia, 4 ottobre 2020

ph. arialmac
Saranno sempre le scelte che facciamo a dare la giusta luce ai colori del mondo in cui viviamo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: