Di una giovane vita sottratta, di una realtà di arrogante violenza e del futuro che verrà.

Affinché l’ingiusta e assurda morte di Willy non sia vana. Sguardo prospettico e azione consapevole: questi gli elementi che potranno fare la differenza.

Il 6 settembre 2020, quando ormai mancavano poche ore all’alba, un ragazzo di 21 anni, Willy, è stato barbaramente ucciso: massacrato a calci e pugni.

È stata indegnamente sottratta un’intera vita di belle speranze e buoni propositi, tutta ancora da costruire, ad un giovane leale e generoso, dal viso solare: quel viso nel quale si allargava un bel sorriso in grado di rallegrare il cuore di chi, pur non avendolo mai conosciuto, oggi, con il dispiacere nell’anima, osserva le foto che lo ritraevano nella sua quotidianità. Una quotidianità fatta di forti legami familiari, amicizia, sport, sogni lavorativi, ormai infranti.
Era la quotidianità di uno di quei cd. giovani di seconda generazione (con tutta l’approssimazione che questa terminologia porta con sé): quei ragazzi e quelle ragazze i cui genitori sono nati e si sono formati in altri pezzi di mondo; mentre loro, i figli, sono cresciuti in Italia, assorbendo il clima, il cibo, la cultura, la lingua del paese che li ha accolti fin dai loro primi giorni di vita. Quei ragazzi e quelle ragazze la cui anima è ancora più ricca, perché racchiude in sé le radici piantate in due terre diverse: quella di origine (familiare) e quella di approdo.

La storia di Willy è la storia di un giovane che viveva serenamente la sua vita di ventenne, perfettamente a suo agio in un Paese che sentiva suo. Perché suo, questo Paese, lo era davvero. Perché lui qui c’era nato. Perché ogni Paese è di tutti coloro i quali se ne sentono parte e che in esso vivono la propria vita, con i suoi alti e i suoi bassi, nel rispetto di se stessi e degli altri.

La vile uccisione di questo ragazzo, che, sembra – stando alle prime ricostruzioni – fosse intervenuto a difesa di un suo amico coinvolto in una rissa, nel tentativo di placare gli animi ed evitare che una serata in allegria potesse finire in un dramma, ha colpito tutti. Sentire di un ventunenne ucciso a calci e pugni da quattro/cinque quasi coetanei (in base alle prime indiscrezioni) lascia l’amaro in bocca a chiunque. E non potrebbe essere altrimenti, salvo che il nostro “essere umani” non sia solo di facciata e che il senso profondo dell’umanità non ci abbia nemmeno minimamente sfiorati.

Ovviamente, la notizia ha aperto buona parte dei telegiornali e dei quotidiani (o almeno la relativa sezione riguardante la cronaca del Paese) nella giornata di domenica e in quelle a seguire. Così, la domenica del nostro Belpaese è stata scaraventata nel buco nero della violenza gratuita di un gruppo di bulli di periferia, già noti alle forze dell’ordine, e – se le accuse dovessero essere confermate – definitivamente “elevatisi” al rango di criminali.

Ed ecco che, da un lato, vi è la pregevole azione svolta (almeno questa volta!) dai media, che stanno scavando nella vicenda, permettendo a lettori/ telespettatori/ radioascoltatori/ internauti di avere gradatamente una più chiara conoscenza dei fatti e un’idea, seppure abbozzata, delle personalità dei protagonisti di questa triste e drammatica vicenda.
Che, mettendole a confronto, le personalità di Willy e dei picchiatori (che, in quanto attualmente indagati, è giusto definire “presunti autori del delitto”) che lo hanno scaraventato nella morte, sembra quasi di trovarsi di fronte alla descrizione di due archetipi di giovani agli antipodi.
Da un lato, la vittima. Il ragazzo “di origini capoverdiane” (come tanti hanno tenuto a sottolineare), ma nato e cresciuto in Italia (!); rispettoso delle regole; dedito a uno sport che l’unica violenza che prevede (non considerando i cd. (finti) ultrà, che nulla hanno a che fare con lo sport!) è quella contro un pallone, da calciare nella porta avversaria; un tranquillo ragazzo con il giusto e sacrosanto desiderio di costruirsi il proprio posto nel mondo: e il suo mondo, a parte il calcio, era quello culinario, in cui aveva iniziato a muovere i primi passi. Quei passi che, in 20 minuti di inaudita violenza, sono stati gettati nel nulla da un gruppo di picchiatori, divenuti assassini – qualora le accuse contro gli indagati troveranno adeguati riscontri -.
Dall’altro, gli indagati. Un gruppo di giovani originari del posto, dediti a sport da più parti definiti semplicemente “violenti”: ed è vero, in questi sport vi è una gran dose di violenza; eppure, a voler approfondire meglio la questione, più che di mera violenza, dovremmo parlare di una gran dose di forza, di controllo del proprio corpo e di gestione mirata di quella forza che può essere letale e che questi sport espressamente richiedono. Perché lo sport, qualunque sport (anche, in teoria, quegli sport che possono apparire semplicemente “brutali”, guardandoli con occhio profano: a me – profana di questi sport -, ad esempio, lo appaiono!), di per sé dovrebbe avere il fine di apportare un contributo positivo all’umanità e non di determinarne appositamente un danno: mens sana in corpore sano, dicevano i latini.

La verità è che questi sport, che presuppongono un’attenta e controllata gestione della forza, sono utili quando, soprattutto in circostanze particolari, vengono praticati nell’ottica di una prudente autodifesa o quando servono come strumento attraverso cui far incanalare a giovani particolarmente problematici la rabbia per spingerli a sfogarla esclusivamente fra le mura di una palestra (e non per strada!) e, pian piano, consentire loro di imparare a gestirla, quella rabbia che altrimenti ti mangia dentro, e così salvarli.
Quello dell’assassinio di Colleferro, però, è un caso diverso, stando alle testimonianze riportate da più parti e messe in rilievo dalla stampa. Quegli sport che, in virtù della loro “letalità”, presuppongono una grande dose di autocontrollo e responsabilità, praticati quotidianamente (e quasi con totale dedizione) dai ragazzi che hanno portato (direttamente o indirettamente) Willy alla morte, sembra venissero dagli stessi declinati esclusivamente in chiave violenta: nessuno spazio appare esservi nelle loro menti per la nobile filosofia dello sport, purtroppo. E non vi è fallimento più grande di questo in capo a chi quello sport glielo ha insegnato!

Giovani, quei quattro (cinque?) adesso indagati, con una grande (e costante) disponibilità economica (in particolare, si racconta, due di loro): fluido scorrere di denaro che veniva ostentato sistematicamente, facendo bella mostra, tramite le vetrine social, di vestiario, macchine, vacanze in hotel di lusso e gioielli costosi.

Accanto al pregevole lavoro dei media di questi giorni, pronti a sfornare sempre nuove notizie sul caso, in modo da tratteggiare in maniera via via più definita il quadro di quelle drammatiche prime ore di domenica 6 settembre, abbiamo “il lavorio” dei social network: la nuova piazza (virtuale) del Paese. Ed è proprio sui social che, fin dalla mattina di domenica , è (giustamente!) un fiorire di post e tweet di cordoglio: alcuni, delicati e discreti; altri, sterile frutto dell’attività del social media manager di questo o quel politicante di poche e scarne parole; altri ancora, talmente sentiti che diventa straziante anche solo leggerli.

In questo flusso social ininterrotto, la mia attenzione è stata particolarmente attirata da una frase, che ho ritrovato in più di un post pubblicato per esprimere il proprio dispiacere per la morte del giovane Willy: viene ripetuto, quasi a voler esorcizzare questa triste morte, come il povero ragazzo abbia trovato quella drammatica conclusione alla sua vita perché, per sua sfortuna, “si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Forse, anzi sicuramente, in tanti (fra cui anche il Sindaco di Paliano, in un suo post su Facebook) ripetono questa frase in buonafede.
Forse, utilizzando quella (infelice!) frase, intendono esclusivamente fare in modo che neanche lontanamente qualcuno possa pensare di associare l’immagine del povero Willy a quella di un ragazzo dedito alle risse: anche perché probabilmente qualche mente ottusa – e forse anche (celatamente?) razzista – si sarà già attivata per manipolare la realtà e derubricare la vicenda a una semplice rissa, come tante, finita male.
Eppure, pur volendo dare peso e dignità alla buonafede che vi sarà sicuramente dietro i post di quei tanti che, di fronte a un dramma, quale quello accaduto ormai quasi 72 ore fa, vogliono difendere la memoria di questo bravo ragazzo, personalmente ritengo quella frase altamente inopportuna, profondamente infelice e segnatamente irrispettosa. Irrispettosa, anzitutto, per Willy e, in secondo luogo, per la sua famiglia.
Ma anche per tutti noi che, com’è logico che sia, consideriamo un diritto costituzionalmente tutelato poterci muovere liberamente e in sicurezza per le vie delle belle città e degli ameni paesi che costellano la nostra penisola (ferme, ovviamente , le eventuali limitazioni legate alle eccezionali misure anti-Covid: non sia mai che queste parole vengano travisate da qualche infervorato negazionista!).

Quella frase “si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato” è, quindi, non solo infelice, ma lesiva della dignità e della memoria di Willy.

E mi dispiace profondamente che perfino un Sindaco non si sia reso conto (seppure in buonafede) di quanto sarebbe stato sbagliato utilizzarla. Ma, ovviamente, posso comprendere come l’intera comunità sia stata sconvolta da questa tragedia e l’attenzione alle parole e all’opportunità del loro uso è possibile che, benché involontariamente, sia passata per un attimo in secondo piano. Non dovrebbe succedere, ma può accadere.
Del resto, nel dolore, siamo tutti ancora più umani: e l’essenza dell’essere umano sta anche nello sbagliare, purché, però, poi impari dagli errori.

Il mio soffermarmi sull’infelice frase utilizzata perfino da un Sindaco non è affatto casuale.
Il fatto è che il sindaco di un paese, il sindaco di una città è colui che, immergendo quotidianamente mani e piedi nelle difficoltà della propria comunità , dovrebbe avere, più di ogni altro, piena contezza dell’importanza che ha la profonda e puntuale conoscenza del proprio territorio, con i suoi problemi e i suoi limiti: mi riferisco anzitutto alla conoscenza del territorio di propria competenza, ovviamente; senza, però, escludere, anzi silenziosamente implicando una qualche (seppur minima, seppur non specifica, seppur approssimata) conoscenza del territorio dei “paesi vicinori” (per usare un po’ di burocratese amministrativo), perché soprattutto le piccole realtà del nostro territorio sono fra loro strettamente collegate. Lo sono sempre state, al di là dei veri o fasulli campanilismi, ma adesso, in un mondo interconnesso, in un una società dove – Covid permettendo! – è diventato sempre più facile spostarsi (materialmente e virtualmente), anche e soprattutto per i giovani (ché, invece, i problemi dei trasporti sembra continuino a rimanere centrali solo per i pendolari, che devono spostarsi per lavoro: al resto si riesce sempre in qualche modo a trovare rimedio!), questi stretti collegamenti sono ancora più intensi.
E di questo se ne avvale appieno, ovviamente, l’ambiente criminale, qualunque sfumatura esso assuma.

Proprio in virtù di tale banale realtà dei fatti, i sindaci, ossia le autorità che hanno più immediato contatto con la comunità, dovrebbero avere piena consapevolezza della rilevanza che, al fine di assicurare una vita di comunità quanto più serena possibile e concretamente vivibile, assume l’effettivo “governo” (inteso in senso lato!) del territorio ad opera di ciascuna delle istituzioni coinvolte (enti locali, prefettura, forze dell’ordine, autorità giudiziaria), ognuna per il suo ambito di competenza, ma tutte legate da uno scopo comune: garantire che viga sempre la legge dello Stato e mai la legge del più forte. Questo, fra le altre cose, è lo scopo di uno Stato di diritto.

Il fatto palese, su cui tutti dovremmo concordare e che nessuno dovrebbe mai mettere in dubbio , è che non è stato Willy a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Perché Willy, rispettoso delle regole, educato, genuino e leale, aveva tutto il diritto di trovarsi in quella strada, davanti a quel locale. E aveva anche tutto il diritto di sentirsi in dovere di chiedere che un suo amico venisse lasciato in pace da chi voleva dare sfogo alle mani, tentando di sedare con le parole un’eventuale rissa e richiamando al buonsenso i protagonisti dello scontro.

Chi si trovava nel posto sbagliato era invece il gruppo di persone che, a tragedia avvenuta, si scopre – quasi fosse il segreto di pulcinella – “terrorizzava” da tempo l’intera area della zona di Artena (in cui gli indagati vivono) e dintorni (Colleferro, luogo del fatto drammatico, si trova – GoogleMaps alla mano – a 13 minuti da Artena; Paliano, luogo in cui risiedeva il povero Willy, a sua volta, si trova a circa 15 minuti dal luogo della tragedia): questo è ciò che viene riportato dai giornali, queste sono le numerose e concordanti testimonianze di chi in quelle zone ci vive e che i giornalisti hanno sapientemente raccolto.
Chi si trovava nel posto sbagliato era questa combriccola di soggetti che, da quello che si apprende, erano già noti (e molto bene!) alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria. Eppure, nonostante tutto, nonostante i loro trascorsi, viene raccontato come tali individui perseverassero, arrogantemente impuniti, in quel loro atteggiamento violento e rissoso, seminando paura per le vie del paese e nelle zone limitrofe.

I quattro (cinque?) soggetti identificati dalle forze dell’ordine e attualmente indagati eserciteranno, come è giusto che sia, il loro diritto di difesa nell’ambito del processo penale. E il profilo penale è questione che, ovviamente, riguarderà esclusivamente l’autorità giudiziaria, che ha tutti gli strumenti per operare bene e restituire giustizia alla famiglia di Willy.

Il profilo morale, invece, non attiene ad altri se non a tutti noi. E lo stesso vale per l’aspetto socio-culturale e politico che fa da corollario a questa triste vicenda: intendendo la politica nel senso puro e originario del termine, come gestione della polis.
Questi sono profili che coinvolgo e interessano tutti e ciascuno.

Non credo vi sia ombra di dubbio in merito al fatto che, da un punto di vista morale, nessuno riesca ad immaginare la benché minima attenuante al comportamento che, stando al racconto dei presenti, è stato tenuto dal branco. Quattro/cinque ragazzi totalmente disinteressati alla vita altrui, incapaci di rispettare qualunque altro essere umano al di fuori di se stessi e (forse) della propria famiglia, tenendo conto di quanto, fra ieri e oggi, è stato riportato sui giornali in relazione a due tra gli indagati: quella coppia di fratelli, che, alla luce di quanto emerge dalle loro pagine social, sembra quasi aver scambiato il normale atteggiamento di cura e protezione verso la propria famiglia per la difesa di un presidio militare in zona di guerra! Ragazzi così disinteressati all’altro e irrispettosi della vita altrui, da averla sottratta all’alba di una domenica ad un loro coetaneo senza pensarci troppo e a suon di calci e pugni.
È una dimensione socio-culturale che lascia sgomenti quella in cui le azioni di quei quattro/cinque ragazzi (che, ovviamente, toccherà alla magistratura scandagliare) hanno trovato la fonte da cui abbeverarsi, giorno dopo giorno: una fonte che – se verrà confermata la dinamica dei fatti – si potrà ben considerare priva di valori sani di solidarietà e rispetto dell’altro.
È questa la triste dimensione socio-culturale della realtà che appare ai nostri occhi increduli, oggi che riflettiamo sulla tragedia di Colleferro.

A me, però, interessa riflettere, sopra ogni altra cosa, su un punto ulteriore, che ritengo racchiuda l’essenza del problema tante volte sottaciuto. O almeno sottaciuto fin quando non irrompe una tragedia sulla scena di una delle tante realtà cittadine del nostro Paese: domenica, ahinoi , è toccato a Colleferro e ne ha fatto le spese un povero giovane che nulla aveva fatto per ricevere tanta ingiustizia dalla vita e dagli uomini.
Accade, così, che, avveratasi – dopo tanti accenni profetici – la tragedia, d’un tratto la realtà, fino ad allora celata, viene miracolosamente svelata!
Eccola lì, nel corpo senza vita di Willy, la realtà nella sua drammatica tragicità: e balena nella mente razionale di ciascuno di noi il pensiero che, se si fosse agito per tempo, forse, si sarebbe potuto evitare l’epilogo più triste.

La questione di fondo. su cui è interessante riflettere in maniera ponderata, in virtù del racconto serpeggiante nel paese all’indomani dell’immane dramma (il racconto del senno di poi), è la seguente: possibile che un intero paese (e mi riferisco, anzitutto, ma non solo, alle autorità di varia natura e livello poste a presidio del territorio!) lasciasse passare in sordina gli atteggiamenti di questo manipolo di ragazzi, che, per quanto raccontato, faceva dell’arroganza e della violenza uno stile di vita? Possibile che di fronte a episodi continui, che sconvolgevano il tempo libero di una consistente comunità di giovani (dislocata sul territorio di due distinte province), le autorità operanti sul territorio fossero cieche o, se capaci di vedere, avessero “le mani legate”, non riuscendo ad individuare nessuna efficace possibilità di intervento?

Ad oggi non è noto ai più – sicuramente non è noto alla sottoscritta – il background dei giovani soggetti violenti coinvolti in questa tragedia e tuttora indagati, ma, avendo vissuto personalmente, nel tempo, in terre di mafia e ‘ndrangheta, posso ben dire che, in linea di principio, ciò che non è Stato riesce ad avere il dominio sul territorio semplicemente perché lo Stato arretra.

Per questo sono fermamente convinta che si debba cominciare da lì: dal governo efficace del territorio. Fosse anche il governo di un piccolo paese! Anzi, soprattutto se si tratta di un piccolo paese.

ph. arialmac

E mi viene in mente che sono trascorsi solo tre giorni dall’anniversario della morte di Angelo Vassallo, il Sindaco pescatore del comune di Pollica: un amministratore che si era interessato realmente alla sua terra; che la conosceva come le sue tasche; che aveva lottato per quella terra che sentiva parte di sè; che si era battuto ed aveva agito in modo efficace per dare spazio alla legalità nel suo paese; e che, alla fine, in quella stessa terra (materna, ma anche fortemente matrigna) ha trovato, sfortunatamente, la morte.
Morte per la quale, ancora oggi, lo Stato non sembra in grado di trovare il colpevole.

E sta proprio qui il nucleo del discorso.
Perché la vicenda di Willy e di chi lo ha ucciso a suon di calci e pugni deve farci capire che il punto di partenza imprescindibile per un futuro che non ci faccia assistere a barbarie analoghe deve essere l’adeguata gestione del territorio.
Non si può pensare che un manipolo di giovani ben noti (ad autorità e non!) terrorizzi i (più o meno) giovani di un territorio, usandolo come il garage/ripostiglio (nemmeno il giardino, che è qualcosa di troppo bello e vivo per loro) di casa propria. È indispensabile una sinergia (vera ed efficace, sempre!) fra le autorità che, a vario livello e per i rispettivi diversi ambiti di competenza, operano sui singoli territori. È auspicabile che le cd. reti di (piccoli) comuni abbiano un respiro più ampio, al fine di perseguire assieme un’unica finalità: creare le condizioni affinché ciascuno possa muoversi in un ambiente in cui gli venga consentito di mettere serenamente in piedi i proprio progetti di vita.
Non si tratta di presidiare il territorio quasi fosse uno Stato di polizia!
Non è questo ciò a cui mi riferisco.
La strada deve essere quella della conoscenza reale del territorio, da parte degli amministratori locali, delle forze dell’ordine, della magistratura inquirente, della rappresentanza del governo centrale sul territorio.
E conoscere il territorio significa mettersi in ascolto: non significa fare semplicemente 3 o 4 giri di arresti nell’ambiente dello spaccio per poi regalare alla comunità il servizio televisivo di rito. Significa vedere, sentire, percepire le trame nascoste del tessuto cittadino: quelle che ai più è anche legittimo che sfuggano, ma che non è ammissibile che sfuggano a coloro i quali sono istituzionalmente tenuti a monitorare l’evoluzione dell’ambiente criminale, partendo (certo che sì!) anche da quello di bassa levatura, che poi è il bacino sempre prolifico nel quale gli ambienti criminali di ben più alto livello, spesso, vanno alla ricerca della manovalanza.

Nel caso di Colleferro si è detto che la comunità locale (giovani e non) conoscevano la natura violenta dei ragazzi ora indagati, perché già altri ne avevano patito le conseguenze, e che alle forze dell’ordine e alla magistratura taluni fra essi erano noti per episodi precedenti penalmente rilevanti (fermo restando che degli esiti dei relativi procedimenti che li hanno visti protagonisti, personalmente, non ho contezza).
È questo che non funziona. È lo stesso meccanismo malato che opera in terre di mafia, ‘ndrangheta e camorra, dove l’aria cupa che circonda la famiglia del boss di turno la sentono tutti (comuni cittadini ed autorità), ma non si riesce a far saltare il tappo che tiene sotto scacco un’intera comunità, un intero territorio.
Ovviamente ci muoviamo su piani ben diversi, ma il meccanismo è lo stesso: se pensiamo che ogni male della società debba trovare la sua conclusione nell’azione salvifica della magistratura, non arriveremo mai ad estirparli, questi “mali”. E non perché la magistratura e le forze dell’ordine non lavorino bene: fra le loro file esistono vere eccellenze e uomini e donne di grande professionalità e competenza, oltre che solerti lavoratori; come del resto – è inutile negarlo – esistono purtroppo anche totali incapaci, ma questo vale per ogni campo della vita, lavorativa e non!

L’ambito giudiziario ha, però, i suoi riti, i suoi tempi, le sue (giustamente) ineliminabili garanzie: nel processo ci si deve muovere (in linea di principio!) supportati da prove, che devono essere resistenti alle altrui confutazioni e rigorosamente ferree nella rappresentazione di una determinata realtà processuale, affinché venga cristallizzata nella sentenza.
Ma il mondo, la vita di ogni giorno, la socialità di chi è giovane o le è stato ormai diverso tempo fa non può attendere la formazione di prove inconfutabili. Con questo non voglio dire che si debbano fare “processi approssimativi” in piazza, ché una società civile e una civiltà giuridica evoluta come la nostra deve tenere sempre ben presente che la reazione vendicativa deve rimanere chiusa negli antri più profondi dell’animo umano addolorato e che un Paese, che ha conosciuto le brutture della dittatura, deve aspirare, come i nostri padri costituenti hanno precisato, alla rieducazione del condannato in via definitiva.

A tal proposito, pur comprendendo il dolore di una comunità, mi ha sconvolto vedere quel clima di linciaggio, al passaggio delle auto dei carabinieri, attorno a coloro i quali sono oggi indagati per aver commesso uno degli atti più gravi e vili al mondo: sottrarre la vita ad un altro essere umano! Anche io sono orripilata da tanta violenza, ma non ci si può abbassare al livello di chi quella becera violenza assassina ha adoperato: non si può chiedere la loro uccisione, come persino ho sentito urlare davanti alle forze dell’ordine e alle telecamere, perché passa da lì e deve sempre passare da lì la differenza fra noi e loro.

In uno Stato di diritto si anela la giustizia, non si brama la vendetta.

Ed è per questo che, in questo clima così complicato, è indispensabile guardare con ancora maggiore insistenza a quella finalità rieducativa di tenore costituzionale: ma si tratta di guardarla, astraendola dalla sua classica dimensione eminentemente esecutivo-processualpenalistica, per immergerla nella quotidianità delle nostre comunità.

Se si colgono i moti sotterranei di un territorio, soprattutto quelli criminali o simil-criminali ancora alle fasi iniziali, quelli che scorrono come piccoli fiumi carsici prima di emergere e rendersi palesemente visibili, allora si può realmente intervenire in maniera efficace.
Lo devono fare i singoli, certo, perché il primo step è l’educazione in famiglia; ma lo devono fare anche le istituzioni che operano sul territorio e che devono agire in sinergia. Lo devono fare gli “spazi di libertà responsabile”, come qualche tempo fa ha detto a gran voce il Dott. Gratteri, in occasione di un’indagine di grande portata che ha consentito di “ripulire” almeno per ora (grazie a una serie di misure cautelari, ma si attende l’esito del procedimento penale) il territorio (calabrese e non solo) dal puzzo della ‘ndrangheta: quando questi spazi di libertà vengono restituiti ai cittadini, ai quali prima erano stati ingiustamente sottratti, si deve immediatamente provvedere ad occuparli. E devono premurarsi di farlo i cittadini onesti con la propria presenza rispettosa della legge, dei diritti e delle persone. Perché la criminalità, di qualunque levatura sia: sì, anche quella di un eventuale manipolo di ragazzi che volevano imporsi nei confronti dei coetanei a calci e pugni, in quello che altrimenti sarebbe stato un tranquillo finale di serata passata in allegria con gli amici di sempre; la criminalità, dicevo, si insinua dove il bello, il buono, il legale scarseggiano.

Ed è da lì che si deve ripartire: si deve ripartire da una grande “rieducazione collettiva”, ad opera dei singoli (in seno alle famiglie, all’interno della propria cerchia di amici e conoscenti), ad opera delle associazioni che operano sul territorio e delle autorità (prima di tutto le autorità amministrative locali, poi le scuole, le forze dell’ordine, ecc.), ciascuna nel limite delle proprie competenze, affinché si restituisca all’umanità, dopo millenni di evoluzione, il senso ultimo di quella sua stessa evoluzione.

E qual è il senso ultimo di cotanta evoluzione (della civiltà) umana se non la costruzione di un mondo che superi l’hobbesiano homo homini lupus e riconosca l’importanza del kantiano “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”? Perché aveva proprio ragione Kant: nulla può destare più ammirazione e venerazione nell’animo umano di questi due pilastri.

Ritorniamo a questo, quindi.
Affinché fra qualche settimana, mese o anno non vi sia un’altra famiglia costretta ad assistere, alle 7.00 del mattino, davanti alle forze dell’ordine – infelici messi notificatori del triste evento -, al corpo inerme del proprio figlio ventunenne nella stanza di un ospedale. Finito lì solo perché aveva tentato di difendere un amico e di dissuadere dalla rissa quattro violenti, che la vera bellezza della vita e dell’umanità non sono ancora stati in grado di scoprirla. E chissà se mai ci riusciranno.

Si deve agire per tempo.
Lo si deve a Willy, alla sua giovane e bella vita assurdamente e ingiustamente troncata.

Affinché la sua morte non sia vana.

Italia, 8 settembre 2020

ph. arialmac

Una opinione su "Di una giovane vita sottratta, di una realtà di arrogante violenza e del futuro che verrà."

  1. Un quadro non solo esaustivo di una certa situazione sociale, ma anche obiettivo nel suo esprimere i forti dubbi su un giustizialismo irrazionale che fa il paio con una violenza arcaica e senza freni. Quella violenza che, per puro spirito estetico oggi vogliamo chiamarla bullismo. Quella violenza che, in realtà c’è sempre stata ed è sempre stata relegata nelle pagine della cronaca di provincia. Quella violenza di cui si sono sempre servite le organizzazioni criminali per soggiogare interi borghi, o paesi, se non addirittura regioni intere. Quella violenza spesso usata a fini politici per avere un sopravvento pseudo-ideologico sull’avversario. Quella violenza che, negli anni di piombo, sconvolse un intero continente, dalla Germania alla Grecia, dalla Francia all’Italia. Quando nel nostro Paese si aveva paura dei rossi, dei neri, delle mafie e dei servizi segreti deviati. Giusto il tuo affondo sulle responsabilità politiche, considerando che, soprattutto dopo gli anni ’80, niente è stato fatto per guidare le popolazioni al sano approccio con il sociale, né culturalmente né economicamente. La politica, in generale, ha lasciato che il fiume scorresse senza argini, né limiti, lasciando sprofondare intere nazioni nell’assurdo ingranaggio dell’indifferenza, la quale, come diceva Gramsci, è sempre madre di una deriva sociale verso il basso, con buona pace di chi ha le mani nella stanza dei bottoni a non essere disturbato. E quando parlo di “politica” non intendo il generico vocabolo astratto. Si parla di persone, di scelte, di azioni mirate a distrarre le attenzioni verso obiettivi di interesse comune, affinché favorire i vizi privati di uomini e associazioni. Affinché i penultimi facciano la guerra agli ultimi e viceversa, un antico e inossidabile modo per mantenere salda la barra del potere, indipendentemente di quale esso sia, economico, territoriale, politico. Vedo nella tua analisi una linea che tratteggia e non delimita le complesse dinamiche sociali, in quanto non vi possono essere limiti di giudizio o di ferree prese di posizioni in una condizione di fluidità comportamentale, spesso legata ad una specie di anarchismo primordiale, figlio di abbandono e povertà culturale.

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