D. (ma per noi tutti, M.)

Di te ricordo l’essenziale.
L’amicizia sincera e fraterna che ti legava a mio padre; la bontà, che fluiva come placido fiume nei tuoi occhi; la gentilezza sempre garbata nei confronti di mia madre; lo sguardo sorridente quando parlavi con me.

A voler essere del tutto sincera, su di te ho per lo più ricordi legati ai racconti dei miei genitori: e ognuno di quei racconti ha sempre avuto la forza di far emergere la costante disponibilità e la ferma lealtà che ti hanno contraddistinto in ogni singolo giorno in cui hai solcato le strade di questo nostro strano e complicato mondo.

Eppure, un ricordo indelebile di te e del meraviglioso rapporto che ti legava a mio padre, ce l’ho. È il ricordo chiaro e vivido di quella perfetta sera d’estate in cui andammo tutti assieme a fare la spaghettata di mezzanotte.
C’eravate quasi tutti: la comitiva di amici che, in un modo o nell’altro, era stata testimone di quella storia d’amore che, a dispetto dei mille rivoli vorticosi della vita, era riuscita a costruire il suo porto sicuro. La storia d’amore fra mio padre e mia madre: quei due, così giovani e così sfrontati con la vita e con il mondo. E tu, che avevi assistito alla costruzione di quel porto sicuro, lo guardavi con l’ammirazione e la tenerezza che solo i veri amici -quelli che conoscono tutte le rischiose rapide che la vita ha riservato all’altro! – possono avere.

Ricordo quella serata.
Avevo 8 anni e mamma e papà avevano ritenuto che quella fosse un’occasione per cui era legittimo anche per me fare tardi.
Ricordo l’aria calda per le vie del paese che aveva visto crescere mio padre e che, per qualche tempo, aveva accolto quella bella ragazza, studiosa, intelligente, dai capelli neri come la pece e con gli occhi curiosi da bambina, che sembravano aver rubato un pezzo di cielo ed averlo piantato lì, in quello sguardo. Quella ragazza che mio padre aveva incontrato fra i corridoi dell’università; quella ragazza che, seppure nata nella sua stessa regione, sembrava scendere da un altro pianeta; quella ragazza che mio nonno, il padre di mio padre, reputava la più grande e immeritata fortuna di suo figlio.
Ricordo quell’atmosfera allegra, quella lunga tavolata, gli aneddoti sulla vostra prima giovinezza che ciascuno raccontava a turno, fra le risate degli altri.
Ricordo il tuo camminare placido, con quei ricci pieni e neri che ti incorniciavano il volto: tu, che attraversavi la vita con la tua guida sicura e veloce. Ché le macchine le conoscevi bene e, come nel tempo mi ha ripetuto sempre mia madre, cambiavi le marce sentendo semplicemente i giri del motore, perché eri un tutt’uno con le auto, nonostante non fossero il tuo mestiere.

Sopra ogni altra cosa tu sei stato l’unico a restituire a mio padre amicizia sincera, quando persino alcuni suoi stretti parenti lo avevano tradito.
E di questo ti sarò grata in eterno.

Quando, qualche anno fa, papà mi parlò commosso dei tuoi problemi di salute, mi venne un groppo in gola a sapere che ormai non eri piú neanche l’ombra di quella fisicità solida ma agile che io ricordavo. Erano ormai passati parecchi anni dall’ultima volta che ti avevo visto e la vita, nel frattempo, aveva fatto il suo sporco lavoro.

Stamattina, allo squillo del telefono, credevo fosse una delle classiche telefonate di mio padre. Di quelle in cui mi chiede di raccontargli le ultime novità che hanno investito i pochi giorni (di solito, uno, due, massimo tre!) che ci separano dalla nostra ultima telefonata; di quelle in cui mi parla di lui e di mia madre, per poi addentrarci nelle nostre classiche conversazioni piene di politica, economia, storia, musica, arte e nuovi consigli letterari.
Invece, ho sentito di nuovo quella voce commossa, ma in un modo più profondo e quasi cupo.

Che stai facendo, papà?
-Niente …
-Papà?
-Ho saputo che ieri è morto M. …
-…
-…
-No, M., oddio, ma era ancora giovane, aveva la tua età!
-Eh, sì. Ma lo sai, … la malattia degli ultimi anni. Non ci riesco ancora a credere …

E così ci hai lasciati, caro M.
Te ne sei andato in silenzio, volendo arrecare quanto meno disturbo possibile, come ha detto tuo fratello a mio padre.
Te ne sei andato con il garbo e la gentilezza che ti hanno sempre accompagnato.

E mi sembra di rivederti, in quelle vie di paese, con il mare e il suo odore di salsedine al di là della strada, fra le luci dei lampioni e le luminarie per la festa imminente del Santo patrono, in quel caldo afoso che conoscono bene i paesini del Sud, mentre cammini placido e sereno, in mezzo ai tuoi amici, ridendo di gusto e dando qualche forte pacca sulla spalla a mio padre.
Ti ricordo con la prospettiva che mi permettevano i miei occhi di bambina di 8 anni, mentre, in quella calda sera d’agosto immersa negli anni ’90, io camminavo alle tue spalle e, piccola com’ero, vedevo in te un gigante buono.

Questo, per adesso, è l’ultimo saluto, caro D. (ma per noi tutti, M.).
Continua la tua camminata placida, dove spazio e tempo si annullano e dove il dolore e la malattia non hanno diritto d’ingresso.
E mentre ascolti Guccini, torna a riempire della tua allegra risata tutte le quiete e calde sere di agosto in riva al mare, di cui sarà pieno zeppo il luogo in cui adesso dimorerai.
Che, qui, ci mancherà, quella risata.
A papà, detto per inciso, mancherà infinitamente.

Italia, 6 settembre 2020

ph. arialmac

3 pensieri riguardo “D. (ma per noi tutti, M.)

  1. Quando si è giovani si pensa che la morte appartenga al mondo dei molto anziani. Ci si sente immortali e indistruttibili. Si pensa che gli anni di là da venire non siano dei regali che la vita concede al costo di progetti, ma delle pretese, delle cose che ci appartengono a prescindere

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  2. …a prescindere da ogni umana condizione. Il tempo e le esperienze poi ci inducono a riconsiderare l’evolversi della terrena vita, ci trascinano dentro il vortice del fare. E anche in questo caso le molteplici attività, pur diverse per impegno e necessità dai giovanili anni, ci avvolgono e ci distraggono dalle semplici e umane sofferenze. Da tutto ciò che si da per scontato. E l’amicizia non può essere una pretesa o un qualcosa di scontato. È condivisione, rispetto, cordiale confidenza. È quando uno sguardo, veloce e senza parole, dà una risposta ad un amletico dubbio. È ciò che né il tempo né la distanza possono scalfire. E quando un’amicizia non ha scopi nascosti, allora possiamo considerarla immortale. Anche quando una parte ha varcato le porte del non ritorno.

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