Di racconti e di radici. Quelle vite che non passano mai.

Mio nonno
(3 settembre 1932 – 31 agosto 2017)

ph. arialmac

Se ripenso a mio nonno, sono due i ricordi che mi tornano alla mente: il primo é il ricordo dei suoi racconti accanto al camino, in quei tardo pomeriggi d’inverno, quando il freddo bussava alle finestre della casa dei miei nonni, in quel tranquillo paesino posto a metà strada tra il mare e la montagna (quella vera, quella fatta di inverni con la neve a coprire ogni angolo del paesaggio e di estati fresche); il secondo ricordo, invece, mi riporta alle nostre avventure per i boschi alla ricerca di funghi, mentre, scovato finalmente il primo fungo (di solito piccolo e perfino mangiucchiato da qualche animale), mi suggeriva di cantare assieme la canzone che mi aveva insegnato con il suo solito entusiasmo coinvolgente e che – in quel mondo fantasioso e poetico che ci avvolgeva in mezzo a tutta quella natura – avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei “compagni micologici”, per farli venire allo scoperto. Ormai ne ricordo solo la strofa iniziale, purtroppo : “Nesce cumpagnu, ‘ca sulu me spagnu…” (“esci compagno, che solo ho paura”); ma ricordo bene come, crescendo e assorbendo l’atmosfera politica che c’era a casa dei miei nonni, come a casa dei miei genitori, dove i discorsi su Gramsci e Berlinguer riempivano meravigliosi momenti di convivialità familiare, io sia arrivata a convincermi del fatto che quel “compagno” della famosa canzone che rallegrava le nostre lunghe camminate nei boschi avesse una connotazione più politicamente poetica di quanto volesse dare a vedere alla sua nipotina di pochi anni, ancora ignara delle dinamiche socio-politico-economiche del mondo che l’aveva accolta.

ph. arialmac – fungo scolpito nel legno
“…il secondo ricordo, invece, mi riporta alle nostre avventure per i boschi alla ricerca di funghi, mentre, scovato finalmente il primo fungo (di solito piccolo e perfino mangiucchiato da qualche animale), mi suggeriva di cantare assieme la canzone che mi aveva insegnato con il suo solito entusiasmo coinvolgente e che – in quel mondo fantasioso e poetico che ci avvolgeva in mezzo a tutta quella natura – avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei “compagni micologici”, per farli venire allo scoperto.”

Mio nonno è nato il 3 settembre del 1932.
Se n’è andato 3 giorni prima che compisse 85 anni.

È stato come se in un colpo solo volesse lasciare questa terra alla medesima età in cui ci aveva lasciati sua madre (quella bisnonna che riusciva, come poche persone al mondo, a farmi salire una rabbia infinita, ogniqualvolta storpiava il mio nome, chiamandomi “aria”: sì, proprio quel nomignolo storpiato che, poi, nel tempo, ho usato come parte del mio pseudonimo – e che, alla fine della fiera, devo proprio a lei! -) e alla vigilia dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Lui, che aveva passato una vita dietro la cattedra; lui, che, quel posto di docente di lettere al liceo e – prima ancora – quella laurea, li aveva sudati; lui, che amava la cultura della sua terra, del suo ampio, caldo, profondo e meraviglioso Sud, e che, dopo aver scritto la sua tesi di laurea su Francesco Jovine, approfondì i suoi studi su Corrado Alvaro (di cui riusciva incredibilmente a piazzare qualche accenno in buona parte dei suoi discorsi). Lui, che aveva conosciuto il Nord, nei suoi lati più umani (legati a quella parte straordinaria di italiani abituati a guardare esclusivamente alla qualità delle persone e mai all’origine geografica, al solo fine di farne quasi un’onta), come in quelli più beceri (quelli del razzismo contro i “terroni”).
Lui, che mi raccontava le storie e mi insegnava che la cultura non può e non deve mai essere avulsa dal sacrificio. Lui, che se l’è costruita, la sua cultura: chè non tutti nascono con la camicia. E mio nonno sicuramente con la camicia non era nato, ma ha avuto la capacità di raccogliere qui e là i pezzi di stoffa necessari a creare la camicia più bella: quella dell’integrità, del senso del dovere, della dignità, del rispetto e della bontà.

Ché buono lo è sempre stato, spesso fin troppo. Ma della sua bontà (talvolta da taluni abusata) non si è mai pentito, perché riteneva fermamente che quello fosse l’unico modo per stare al mondo. Alla stessa stregua in cui considerava l’istruzione l’unico vero viatico salvifico per chi dalla vita aveva ricevuto poco e niente.

E proprio all’istruzione, all’insegnamento ha dedicato una vita intera. Non senza, però, aver prima affrontato ben altri lavori, al fine di mantenersi agli studi e non facendo mai mancare il necessario per una vita dignitosa alla sua famiglia.
Aveva fatto perfino il sarto per un periodo (con relativo riconoscimento professionale), ché l’estro artistico (a modo suo) l’aveva sempre avuto, sebbene inferiore a quello della madre, abile tessitrice. Tanto che nelle estati della mia infanzia, quando si riposava dal suo ruolo di docente, qualche vestitino e gonnellina me li ha pure cuciti, mentre per casa echeggiavano le urla di mia nonna, irritata dal fatto che il marito le sottraesse per interi pomeriggi estivi la macchina da cucire solo per confezionare alla sua prima nipotina degli improbabili vestitini che, alla fine, raramente mia nonna, mia madre e le mie zie mi permettevano di indossare. Perchè era la fine degli anni ’80/inizio anni ’90 e ormai aveva preso il sopravvento il conformismo di massa, persino nel vestiario.
I vestiti di Carnevale che mi confezionava assieme a mia nonna, invece, quelli sì: quelli mi venivano fatti indossare con orgoglio. E sono stati gli unici vestiti di Carnevale che ho desiderato indossare fino ai miei 6 anni, perchè poi, con l’inizio delle “scuole elementari”, mi sono lasciata prendere un po’ anch’io dal conformismo, perfino a Carnevale. Ahimè!

Oggi, 3 settembre 2020, avrebbe compiuto 88 anni.

Quella che ripropongo qui sotto è l’ultima lettera che gli ho scritto: quella che l’ha accompagnato nel suo ultimo viaggio. Quella che sono sicura mi abbia aiutata a scrivere lui stesso, in quel caldo 31 agosto 2017: era la sera prima del suo funerale e ricordo di essermi ritrovata a scriverla di getto su un pezzo di carta improvvisato.

E lì, in mezzo a quell’inchiostro blu impresso su quella carta stropicciata, vi era l’essenza di mio nonno. Tutto ciò che mi ha dato e che mi porterò dietro. Per sempre.

Italia, 3 settembre 2020

Ciao nonnò

Dove immagino mio nonno, in questo momento?
Seduto dietro una scrivania, con la sua immancabile macchina da scrivere “Lettera 32” della Olivetti davanti e con in mano una matita rosso-blé (come lui amava chiamarla), di cui ricordo l’inconfondibile profumo.
Si dice che si tenda ad associare un profumo, un odore alle persone importanti della propria vita o agli eventi che ne hanno particolarmente segnato il corso. Io associo il profumo di quelle meravigliose matite rosso-blé a mio nonno
; lo faccio da sempre e continuerò a farlo.
Il fatto è che, quando ero piccola, ogni volta che mio nonno tornava da scuola e poggiava la sua borsa sulla poltrona dello studio, andavo sistematicamente a frugare nelle tasche di quella borsa, che rappresentava, nella mia mente di bambina, un piccolo scrigno magico. Era “lo strumento di lavoro di mio nonno, il professore” ed io ero così orgogliosa di poter essere la nipote del Professore.
Era proprio in quelle mie incursioni nello studio, durante le mie piccole cacce al tesoro nelle tasche della sua borsa, che trovavo sempre decine di matite rosso-blé più o meno consumate, temperate alla perfezione o spuntate. Da allora, quando negli anni a venire, soprattutto durante il mio percorso universitario, mi è capitato di utilizzarle, ho sempre pensato a lui e alla sua raccomandazione principe, che soleva rivolgermi in dialetto: “Studia, figliama!
Perché per mio nonno lo studio era fondamentale; era convinto che fosse il sapere a rendere l’uomo una persona migliore; era convinto
– e ha tramandato questa convinzione alle figlie e a noi nipoti – che solo impegnandosi seriamente fosse possibile riuscire nella vita, perché la via maestra doveva essere solo e soltanto la via dell’onesto lavorare: le cose, per mio nonno, andavano sudate, dovevano essere guadagnate con lo sforzo e il sacrificio, perché nella vita nessuno ti regala nulla, devi lottare onestamente per ottenere dei risultati.
E lui lo sapeva bene.

La vita lo ha messo di fronte a tante difficoltà, ma lui ne è sempre uscito a testa alta, da persona leale, intelligente, onesta e lavoratrice quale era.
Ha sudato ogni piccolo e grande successo della sua vita; ha sudato, prima, sui libri per ottenere quella laurea in Lettere di cui tanto andava fiero e si è, poi, costantemente impegnato nel suo lavoro di docente, per la maggior parte dei suoi anni di Professore, svolto presso il liceo della zona. Istituto al quale si è dedicato totalmente, anima e corpo, perché amava insegnare, amava i suoi alunni, amava perfino essere il primo ad arrivare a scuola, tanto che mia zia M. scherzava sempre su questa sua piccola mania, sottolineando come avesse la capacità di arrivare persino prima del personale scolastico tenuto ad aprire i locali della scuola.
Perché era questa la sua vita: da un lato, la sua famiglia, costruita amorevolmente con mia nonna, alla quale è stato legato per 56 anni, essendosi sposati nel lontano 1961; dall’altro, l’insegnamento.
Da bambina, per me, entrare nello studio di mio nonno significava entrare nel mondo incantato della poesia e della prosa italiana e latina; ed è stato lì che ho imparato ad apprezzare la bellezza che vi è nello sfogliare un libro, nel leggerlo e nel sentirne l’odore delle pagine
, che – come soleva dire mio nonno – è un odore inconfondibile, perché è l’odore meraviglioso della cultura.
Aveva un amore viscerale per la letteratura italiana e latina, ma soprattutto per la poesia, nella quale, negli anni, si è anche dilettato, componendo versi che ha lasciato in eredità alle sue figlie e a noi nipoti.
Amava raccontare storie e io adoravo ascoltarle. Nei pomeriggi invernali, quando io mi trovavo dai miei nonni, capitava spesso che mi chiamasse a sé, dicendomi di sedergli accanto, vicino al camino, e lì iniziava la magia: iniziava a raccontarmi di cavalieri, di eroi e di personaggi un po’ buffi, ma pur sempre in grado di trasmettere una morale attraverso le loro simpatiche vicissitudini. Le mie preferite erano le storie su Giufà o Jugale, come preferisco ricordarne il nome traslato nei racconti in dialetto, che a me facevano ridere e ridere e ridere. E ricordo lo sguardo compiaciuto di mio nonno e le sue risate accanto alle mie.
Anni dopo, durante il liceo, ho scoperto che alcuni di quei meravigliosi racconti ascoltati da bambina erano la riproposizione in prosa di canti dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide. E il regalo che si può fare a una persona abituandola alla bellezza dell’arte dello scrivere e del ben narrare fin da piccola è davvero di valore inestimabile. Ed io per questo ti ringrazio, nonno.

Ti ringrazio per la persona meravigliosa che sei, che sei stato, perché in te, nella tua splendida anima, regnava la lealtà, la rettitudine, l’onestà e soprattutto la bontà.
Tu eri una persona profondamente buona; in quei tuoi occhi che, nonostante l’età che avanzava, conservavano quel luccichio tipico degli occhi puri dei bambini, era immediatamente percepibile la bontà.

Alcuni, purtroppo, ne hanno approfittato, lo sappiamo bene, ma tu, stoicamente, sei passato anche sopra a questo, seguendo il dantesco “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Tutte le azioni buone che hai compiuto e di cui tanti hanno goduto: tra i quali, taluni, purtroppo, ti hanno voltato le spalle a ogni piè sospinto o nel tempo hanno fatto finta di dimenticare; tutte queste buone azioni, dicevo, le hai compiute semplicemente perché era nella tua indole. Non pensavi a un “ritorno”, come fanno in tanti; per te l’essenziale era dare una mano di aiuto a chi aveva bisogno, perché a te doleva vedere gli altri soffrire o trovarsi in difficoltà. Per cui, dove e quando potevi, eri sempre pronto a farti in quattro, non desiderando mai nulla in cambio.
È la tua bontà e il tuo essere giusto e leale che noi, la tua famiglia, ci porteremo dentro per sempre. Perché tu ci hai dimostrato che si può percorrere la propria vita, raggiungendo i propri obiettivi, senza calpestare gli altri e rispettando le regole.

Mi mancherai, nonno, anzi, nonnò, come io amavo chiamarti.

Mi mancherà sentirmi dire “nonnò”, perché tu non ci sarai per ascoltarlo.
Mancherai a tutti. Mancherai alle tue figlie, sopra ogni cosa; ma mancherai soprattutto a nonna, tua compagna di strada per un’intera vita. Avete lottato assieme, costruito un mondo, creato una splendida famiglia piena d’amore. Vi siete amati per 56 anni e da lassù tu continuerai ad amarla e nel suo cuore tu continuerai a vivere. Perché il vero amore va oltre lo spazio e il tempo. E il vostro lo è stato. Un amore solido e duraturo.
Adesso vai, nonno. Inizia il tuo viaggio dall’altra parte; avrai tutto il tempo per continuare a scrivere le tue poesie, leggere i libri che tanto amavi e guardare i film di Totò e di Stanlio e Ollio che solevamo vedere assieme, ridendo come matti.
Mi mancherà, ci mancherà la tua risata contagiosa.
Ciao, nonnò.

– 1 settembre 2017 –

ph. arialmac
Adesso vai, nonno. Inizia il tuo viaggio dall’altra parte; avrai tutto il tempo per continuare a scrivere le tue poesie, leggere i libri che tanto amavi e guardare i film di Totò e di Stanlio e Ollio che solevamo vedere assieme, ridendo come matti.

2 pensieri riguardo “Di racconti e di radici. Quelle vite che non passano mai.

  1. Quello che si lascia si spera che qualcuno lo colga. Noto che il seminato del Professore ha dato buoni frutti. La sua bontà, il suo essere elevato culturalmente, ma nello stesso tempo aver saputo porgere il suo sapere, pone un importante punto focale su ciò che l’uomo può essere. Quel punto che ci porta nell’esatto limite tra l’istinto e la ragione. Quel limite che, con il sapere e con l’impegno, si riesce a farlo fondere e a far diventare l’istinto come culla per la ragione. Il Professore ha costruito solide basi, spendendo una vita, mattone sopra mattone, per un edificio in continua evoluzione. Quell’evoluzione che, come sopra evidenziato, ci ha portato a conoscere l’erede degna di tale eredità.

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