Scampoli d’estate: dell’odio social, dell’insospettabile vicino, dell’ossimoro antropologico e della vita reale.

‪Ieri, in una giornata assolata e ventosa, mentre mi godevo gli ultimi scampoli d’estate (e, sì, lo so che, formalmente, alla fine dell’estate mancano ancora più di 20 giorni, ma per me, da sempre, dopo il 31 agosto l’estate è bell’e finita!), leggendo alcuni tweet e commenti ad articoli vari (botte e risposte in un crescendo di astio e contrasto livoroso), mi sono ritrovata a riflettere su questa generalizzata tendenza a scontrarsi, piuttosto che confrontarsi; a trovare il capro espiatorio, piuttosto che il bandolo della matassa; ad inveire contro l’ultimo anello della catena – che è sempre più facile da individuare -, piuttosto che analizzare con cognizione di causa le singole situazioni e circostanze concrete al fine di individuare i meccanismi (sociali ed economico-politici) ingiusti – e, questi sì, da osteggiare – che a quella catena hanno dato i natali, per poterla smontare dal primo dei suoi anelli: ché è questo l’unico modo per superarle, le ingiustizie.

Di fronte a questo “mare social” di astio ondivago, in mezzo ai mille pensieri che mi attraversavano la mente, mi sono soffermata su un aspetto che all’apparenza potrebbe sembrare di poco conto, ma che invece a ben vedere, forse, è il nocciolo della questione.
Ho guardato con attenzione le foto-profilo degli account degli autori dei tweet e dei commenti più livorosi in cui mi sono imbattuta e la cosa più inquietante, che salta all’occhio anche ad un’analisi veloce, è la profonda discrasia fra, da un lato, l’odio e la cattiveria gratuita vomitati da tali individui nei vari tweet/post (dagli stessi vergati ora con sintassi e grammatica impeccabili, ora con frasi sgrammaticate e sintatticamente inafferrabili) nei confronti di chi, a parere loro (!), avrebbe la colpa di intaccare l’equilibrio socio-economico della propria comunità e del proprio Paese e di essere – per di più – “causa (in)diretta” di tutte le difficoltà che la vita ha portato loro in sorte (sic!) ‬e, dall’altro, la semplicità quotidiana e serena delle foto-profilo di questi “odiatori seriali”.
Che, ad un certo punto, mi sono ritrovata a pensare: ma con quanti, fra i miei conoscenti, i vicini di casa, i colleghi o i dipendenti dei vari negozi in cui normalmente faccio acquisti (dal commesso del supermercato, al panettiere, ai due vecchietti tanto cordiali della lavanderia, alla commessa del mio negozio di abbigliamento preferito, ecc.), con i quali scambio solo qualche parola di circostanza e dei quali ho nella mia mente l’immagine di lavoratori seri, vicini educati, nonni amorevoli o madri e padri attenti (e potrei continuare all’infinito), se solo ci scambiassi due parole in più, potrei scoprire di trovarmi di fronte a uno dei tanti diffusori di odio infimo e gratuito, misto a egoismo becero e totale mancanza di empatia, che spadroneggiano sui social?

La questione diventa ancora più seria, se si riflette sul fatto che in tempi recenti, ahinoi, tali “(originari) diffusori di odio social” hanno iniziato ad occupare con la medesima forza e sicumera non più soltanto i “lidi virtuali”, ma anche quelli “reali”: che, fino a 15 anni fa, questa “transumanza (mi si passi il termine) dal virtuale al reale” difficilmente sarebbe avvenuta con la stessa veemenza e con lo stesso senso di autocompiacimento e (auto)legittimazione nel disprezzare, dileggiare e aggredire – seppure solo verbalmente, bene che vada! – l’interlocutore di turno o il terzo, di volta in volta, variamente identificato quale capro espiatorio (seppure sempre in presenza di una costante imprescindibile: la “diversità” da sé – qualunque essa sia -!).
Purtroppo non si tratta più semplicemente di quei soggetti che – talvolta, suscitando negli astanti anche una sorta di tenero dispiacere per le colpe di una vita che sembrava averli oppressi a tal punto da indurli a mostrare platealmente l’abbrutimento dei loro pensieri più nascosti – si ritrovavano a “colonizzare”, con i loro discorsi pieni di astio e aggressività, i bar, a cui accennava il compianto Umberto Eco. Quei bar, dove, dopo qualche bicchiere di troppo, la mente di alcuni fra i frequentatori prendeva il volo e le parole cominciavano a manifestare quella “imbecillità” (per ritornare alla tesi di Eco) che, per ritegno nei confronti dell’amico, del conoscente o del parente, fino a quel momento avevano tenuto ben nascosta e che solo l’effetto di quel “bicchierino in più” aveva (sfortunatamente) reso manifesta. Ché bastava una bella dormita e si ristabiliva il senso del pudore (per le becere posizioni di odio aggressivo, che covavano dentro, nei confronti di chiunque venisse da loro ritenuto diverso) e ritornava a farla da padrone, nelle loro menti, il senso della realtà (vera!) delle cose.

Oggi – e sta qui la gravità inaudita dei tempi odierni! – siamo ormai definitivamente un passo oltre.
Quelle stesse persone – fino a ieri munite almeno di un sentore di ritegno e di un adeguato freno inibitorio, che ne limitava le intemperanze verbali gratuitamente offensive, ingiuriose e razziste a sporadiche circostanze (di solito collocate in raccolti contesti familiari o amicali, resi “allegri” da qualche eccesso di fumo alcolico) – ormai si sentono “in diritto” di poter perfino urlare a squarciagola le proprie posizioni d’odio, nella realtà di tutti i giorni e nei luoghi e nelle circostanze più varie, ogniqualvolta capita l’occasione di affrontare con amici, parenti, conoscenti o sconosciuti una qualunque delle “questioni incandescenti“ (e senza neanche aver prima alzato un po’ il gomito!).

Tutto questo mi terrorizza, perché – seppure su piani diversi (che sia chiaro!) – è la stessa situazione straniante che ti avvolge quando ti trovi di fronte a persone di grande educazione e cordialità, nelle circostanze spicciole del quotidiano (dal parcheggio, alla fila alla posta, al piccolo imprevisto per strada in cui c’è bisogno di un’anima gentile che sprechi anche solo due minuti del suo tempo per darti una mano), mentre nella realtà (talvolta ancora giudizialmente non attestata, ma “certificata” dal clima che aleggia nel paese o nel quartiere!) si tratta dello ‘ndranghetista o del mafioso di turno. Che quell’occasionale cordialità è mera facciata opportunista, atta a riempire i “momenti di vuoto diletto”, che fungono da intermezzo nel loro ordinario percorso di vita: la realtà delle cose, inutile sottolinearlo, è diversa. E lo sanno bene coloro i quali in quell’ “ordinario percorso di vita” del mafioso o dello ‘ndranghetista si sono imbattuti (o meglio, si sono ritrovati a sbatterci contro!), vedendo finire in frantumi pezzi di vita lavorativa e familiare, costruita con sudore e sacrificio.
E non mi si parli della complessità della personalità umana, delle mille sfaccettature che connotano l’animo dell’essere umano, ché il mafioso e lo ‘ndranghetista si muovono sempre, in ogni circostanza, secondo specifici “canoni morali” (tutti loro, ovviamente) e sanno bene che non si fa (e non si deve fare) mai nulla per nulla: neanche fosse tenere aperta gentilmente la porta dell’edificio da cui si sta uscendo all’anziana signora acciaccata, che fatica a camminare fino a quell’ingresso.
Per loro tutto è business e controllo, anche i gesti. E perfino quelli cordiali.
Alla fine della fiera, è proprio il controllo a rappresentare la linfa vitale, immutata e immutabile nel tempo, del loro business. Sta tutta lì l’essenza del loro potere: sulle cose e sulle persone.

Tornando a noi e agli (originari) odiatori social, è bene precisare come, in parte, essi siano stati recentemente rinvigoriti dal vento politico che spira (spesso ampiamente indisturbato) nella nostra complicata società odierna, tanto da aver deciso di trasferire la loro astiosa indole discriminatoria nella dimensione del “reale quotidiano”. Mi riferisco a quel vento politico che ha preso ispirazione dai più oscuri e bassi moti dell’animo umano (tendenzialmente tenuti celati) e li ha elevati (incomprensibilmente ai più, ma non a chi questi fenomeni li studia e li analizza) a simbolo di “lotta per il riscatto” (sic!) in una sorta di Uroboro – per riprendere (e adattare) la perfetta immagine usata dal Professore Ainis nel suo scritto sulla solitudine di massa (“Il regno dell’Uroboro. Benvenuti nell’era della solitudine di massa”, edito da La nave di Teseo) -, dove i due estremi di questo serpente che si morde la coda (ossia, gli istinti oscuri che guidano allo scontro costante e al gratuito e becero attacco altrui, da un lato, e la politica abbrutita e abbrutente, dall’altro) si alimentano a vicenda. In un circolo vizioso e infinito.

È opportuno, però, mettere da parte il risvolto politico sopra accennato (ché, evidentemente, richiederebbe un’analisi ben più approfondita) e tornare prontamente ai nostri “diffusori di odio“: coloro i quali, di recente, hanno deciso di (ri)assumere il dominio del reale, per affiancarlo al (quasi) monopolio del mondo virtuale (e per lo più social), nel quale, da un certo momento in poi, si erano auto-relegati, non riuscendo più a trovare altri sbocchi in una società che in tanti, forse peccando di eccessiva ingenuità e dimentichi dei corsi e ricorsi storici, pensavano fosse ormai lanciata definitivamente verso un futuro multietnico, solidale e pullulante di diritti umani riconosciuti in modo imperituro.
Fermo restando l’operare su piani differenti delle due realtà antropologiche sopra richiamate: mafiosi/’ndranghetisti/camorristi, da un lato, e odiatori social, dall’altro; non è difficile cogliere il senso ultimo del parallelismo nella cui esposizione mi sono inerpicata, non senza varcare il limite del paradosso e dell’esasperazione descrittiva delle situazioni messe a confronto. L’essenza, il suo senso ultimo sta proprio nell’evidente contrasto tra le conseguenze nefaste delle parole (nel caso degli “odiatori social” seriali) e delle azioni (nel caso di mafiosi/‘ndranghetisti) e l’aspetto pacifico e sereno di ordinari cittadini che caratterizza tanta parte di tali individui (con buona pace di Lombroso!).

Quest’ossimoro antropologico é qualcosa che mi ha sempre lasciata interdetta, avviluppandomi in un senso di inquietudine, ogni volta che mi è capitato di analizzare le dinamiche del mondo mafioso. E adesso, immerso nella dimensione della banalità dell’odio social traslato nel reale, mi inquieta ancora di più.
È facile, infatti, passare dall’assistere alla valanga di aggressività e cattiveria gratuita che vaga indisturbata su internet, all’ascolto di discorsi privi di empatia intercettati per strada, quando (involontariamente, in quanto, in barba al distanziamento sociale, ti parlano accanto: devo ancora perfezionare la mia funzione salvifica di “ascolto selettivo”!) capita di essere testimoni di scambi di battute fra comuni cittadini, dall’aspetto tranquillo e ordinario e dall’apparenza pacifica, che prevedono sistematicamente la frase di rito con cui, in modo aggressivo, viene data la colpa di tutte le proprie disgrazie a quei quattro poveri disgraziati (a loro volta!) che arrivano in una terra a loro sconosciuta per realizzare il sogno di una vita migliore. Ché non tutti possiamo abbeverare la speranza di un futuro migliore, rimanendo con le radici intatte nel terreno che ci ha visti crescere. A taluni tocca sradicarle, quelle radici: ed è come tagliare un cordone ombelicale, perché si taglia un pezzo della propria esistenza, augurandosi di costruirne uno nuovo e migliore. E farlo non è mai semplice!

Come non è semplice pensare che nel 2020 ci si debba ritrovare a portare avanti lotte, anche all’interno di società con civiltà giuridiche forti e consolidate alle spalle, per diritti e istituti giuridici che si pensava non dovessero più essere messi in discussione (il diritto all’aborto, le unioni civili – da taluni ancora osteggiate -, l’adesione alla Convenzione di Instanbul per il contrasto alla violenza sulle donne – da ultimo, la vicenda della Polonia -, ecc.) e la cui possibilità di un “ripensamento” a livello politico trova terreno fertile nelle menti livorose che formano la base di quei consessi sociali in cui la politica della paura si abbevera a grandi sorsi e che, ahinoi, è facile cogliere negli angoli e per le vie centrali delle nostre città. Dove, non senza difficoltà nel doversi confrontare con una realtà che si pensava fosse ormai relegata ad un passato senza ritorno, ci si può perfino ritrovare ad assistere a beceri rigurgiti maschilisti (mai sopiti, ma a lungo celati: per vergogna e perché i tempi non erano ancora “maturi” per riproporli alla luce del sole), a fronte di una mesta rassegnazione che, incredibilmente, si rinviene in capo a parecchie donne (molte anche particolarmente giovani!), che sembrano considerare quegli atteggiamenti (che lasciano intravedere, qui e là, la subdola considerazione della donna quale soggetto inferiore) come mera “normalità” immodificabile: è un attimo e nel presente (e nel futuro prossimo) sembra proiettarsi il passato antecedente al 1975!

Di converso, la semplicità, o meglio il carattere semplicistico delle spiegazioni a tutti i problemi del mondo che sostiene a spron battuto un numero considerevole di persone (anche di cultura media: il che è ancora più grave, perché dovrebbero già essere in possesso degli strumenti utili ad una lettura critica del reale!) lascia sempre più esterrefatti.

La storia ci ha insegnato che il momento in cui monta la rabbia cieca, l’intolleranza incontenibile nei confronti di chi (quasi sempre, a torto o, molto raramente, a ragione) si ritiene sottragga parte del nostro benessere; quando prende piede in modo aspro e incondizionato la voglia di imporsi e imporre le proprie necessità sugli altri, a fronte di un contesto economico e lavorativo dai toni cupi e minacciosi, per la democrazia non tira una buona aria.

In mezzo a questo vorticare di capri espiatori, di odio che fluisce a fiotti fra il mondo reale e quello virtuale, di una straniante sovrapposizione fra l’immagine di chi potrebbe essere il nostro cordiale vicino di casa e il tenore delle dichiarazioni (scritte e orali) rilasciate dagli stessi individui e che tracimano cattiveria e odio totalizzante, per mia fortuna si inserisce il piacevole incontro, avvenuto qualche giorno addietro – giornata interamente dedicata al mare e al sole, alle nuotate (inframmezzate da vari ed eventuali timori per meduse vaganti) e alle buone letture sulla spiaggia – con una coppia di signori: marito e moglie, con un’età fra i 50 e i 60 anni, cordiali, gentili e con i quali, pur nel rispetto del distanziamento sociale (sì, anche in spiaggia!), ho avuto la possibilità di scambiare piacevolmente qualche battuta. E così, uscendo da quella bolla di odio e astio che talvolta sembra avvilupparci tutti – amici, conoscenti e sconosciuti -, durante una chiacchierata sulla battigia, mentre le onde arrivavano e subito ripartivano, mi sono riconciliata con la bellezza dell‘umanità: quella vera, quella vissuta, quella fatta di sacrifici e principi, di valori e senso della dignità, di empatia e rispetto, di difficoltà (quelle serie, quelle che fanno fare un giro contorto alla vita!) e forza di volontà (di quella che è indispensabile a grandi dosi, per affrontare le sfide che la vita porta in sorte).

Ché la vita non è mai semplice, ma, come ha giustamente precisato questa mia improvvisata compagna di chiacchiere in spiaggia, se ci togliamo anche il sorriso, cosa ci resta, gioia mia?”.

Esatto, cosa ci resta?

Accadono incontri inaspettati, talvolta, e accade che ti senti fortunata perché in quei fuggevoli scambi di umano sentire riconosci il senso ultimo dell’essere umano: ciò che ha permesso, nel tempo, di superare le brutture causate dall’uomo a danno di altri uomini, per far emergere, presto o tardi, il meglio che al mondo (e al futuro che attende noi e chi verrà dopo di noi) ciascuno ha la possibilità di donare.

Italia, 31 agosto 2020

ph. arialmac
“…durante una chiacchierata sulla battigia,
mentre le onde arrivavano e subito ripartivano,
mi sono riconciliata con la bellezza dell‘umanità

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