Quel Sud: dove la speranza dell’(im)possibile segna la linea dell’orizzonte

Delle contraddizioni, dei cattivi modelli, delle disillusioni, dei fulgidi esempi (di azione e integrità morale) e dell’auspicata rinascita.

Stamattina mi è capitato di leggere su Twitter l’amara riflessione di chi, innamorata della bellezza, della solarità, del buon cibo e di tutta la storia e la cultura che la Sicilia si porta dietro, con una punta di pacata tristezza, si è ritrovata, a conclusione del suo soggiorno sull’isola, a dover fare i conti con il fatto che gran parte dei suoi conoscenti (e non) – quelli che, la Sicilia, la abitano e la vivono 365 (366, nei bisestili) giorni l’anno – hanno deciso di votare Lega.

Capisco lo sconcerto e lo sconforto. Eccome se lo capisco.

Capisco l’incredulità nello scorgere, in una regione del Sud, il livello di consenso raggiunto da un partito che, per quanto sia stato sottoposto ad opera di maquillage dal suo novello leader dallo stomaco di ferro (visto il consistente numero di sagre, con correlate mangiate) e del suo immarcescibile staff, resta sempre il partito che urlava ai “terroni” di restare a casa loro, perché puzzavano e infestavano la purezza della loro (inesistente) Padania “produttiva” (e onestamente mi è sempre rimasto il dubbio che, nella loro delirante ideologia discriminatoria nei confronti del Sud d’Italia, fossero convinti che la Padania sulla cartina geografica esistesse davvero!).

Ciò che sicuramente non rappresenta una novità è il fatto che in Sicilia, alla fine della fiera, ci sia sempre stato un voto orientato al centro/centro-destra.

Lo sconcerto odierno, ovviamente, è accresciuto in ragione del “tipo” di partito di destra che, di questi tempi, ha trovato il suo infinito (ma si spera non troppo!) bacino di voti in quest’isola, culla di miti, di storia, di arte, di civiltà mescolate e di innato senso di ospitalità, che si erge, come un’opera d’arte dalla forma che accenna a un triangolo dal bordo zigrinato, nel bel mezzo del Mediterraneo.
È uno sconcerto che nasce dalla storia fatta di improperi e offese razziste ai meridionali, ai “terroni” (come erano soliti chiamarli … chiamarci!): quella storia che, volente o nolente, è cuore pulsante delle origini (persistenti!) di quel partito.

A tutto questo, oggi, in seno al puro cuore leghista, si sostituisce (ma solo in apparenza, perché, nella realtà, vi si affianca) l’odio nei confronti dei “nuovi immigrati”.
Così, se ieri gli invasori eravamo noi meridionali (i nostri bisnonni e le nostre bisnonne; i nostri nonni e le nostre nonne; e, per taluni, anche i propri padri e le proprie madri); adesso, che hanno bisogno dei voti di quei “terroni che puzzavano” e che al Nord ci andavano per stare in 7/8 (e pure più) in miniappartamenti arrabattati, a lavorare come muli (ché il Nord produttivo, anche e soprattutto (!), con quel sudore e quei sacrifici è stato creato!), – adesso! – gli invasori sono i poveri cristi che dal mare arrivano, scappando da fame, miseria, guerra, incertezza, mancanza di futuro, per tentare finalmente di crearselo, un futuro tutto loro.

Di fronte a tutto ciò, se si vuole cercare di comprendere quanto, di primo acchito, sembra evidentemente incomprensibile (seppure, anche riflettendoci, non è che diventi tanto più facile da comprendere!), dobbiamo immergerci, mani e piedi, in quel Sud, ieri disprezzato e oggi sfruttato come fucina di voti dalla fu-Lega-padana e odierna Lega-sovranista.

Il fatto è che, da un lato, chi “raccoglieva” voti per la DC e poi per FI (et similia), adesso, ha indossato la casacca della Lega: e a prescindere dalla casacca che si indossa, i voti, quelli erano e quelli continuano ad essere. Dall’altro lato, in un contesto in cui, in svariate circostanze, è saltato e salta all’occhio come la linea di demarcazione fra Stato e Anti-Stato sia molto flebile, la propaganda truce della Lega (che non affronta i problemi, nè indica soluzioni, ma inventa semplicemente un capro espiatorio da dare in pasto al popolo spazientito!) trova una vera e propria cassa di risonanza.

E la trova, anzitutto, fra gli “ultimi”, che si barcamenano in una vita resa complicata da trame socio-politiche che lucrano sul bisogno dei più (perché la Mafia, come la ‘Ndrangheta, regna dove c’è “il bisogno” a cui lo Stato non riesce a dare risposta: e questo, lo sappiamo bene, accade anche nel “profondo Nord produttivo”, come dimostra la cronaca giudiziaria!). Ma, questa cassa di risonanza, la Lega la trova anche fra chi ha semplicemente bisogno di svecchiare il proprio allure politico, saltando sul carro del nuovo arruffapopolo.
E così, in mezzo a un vero e proprio caos (creato ad arte e) malamente gestito, chi ha il suo “business” (che ora, nell’era della Mafia-che-viaggia-in-business-class e della Mafia-in-giacca-e-cravatta, estende le sue radici sia nel terreno dell’illegale, che in quello del legale di facciata – e talvolta pure di sostanza -) continua bellamente a muoversi indisturbato.

La Sinistra, dal canto suo, in questa terra ha dato in diverse occasioni pessima prova di sè: perché il cuore del problema è che, nel portare avanti le battaglie di giustizia sociale, legalità e tutela del lavoro e dei lavoratori, è importante non solo scegliere le idee giuste, ma anche le persone giuste, che sappiano incarnarle, quelle idee, e prestargli gambe possenti su cui camminare.

Resta il fatto che questa è l’isola che ha dato i natali (e, i funerali, sic!) a Peppino Impastato, a Pio La Torre, a Placido Rizzotto, a Piersanti Mattarella e a tanti altri che, non solo come politici e/o sindacalisti, ma anche come giornalisti (penso a Giuseppe Fava) o come magistrati (basta menzionare, fra gli altri, Chinnici, Falcone e Borsellino) hanno cercato di agire per il bene di quest’isola meravigliosa, volendone estirpare uno (non l’unico, ma il più rilevante) dei suoi cancri atavici: la mafia.

La Sicilia, come la Calabria e come in generale il meridione, è una terra meravigliosa, ricca di contraddizioni. Quelle contraddizioni che, da un lato, le debolezze dello Stato e, dall’altro, la forza di organizzazioni, che hanno impregnato del loro nauseabondo odore perfino i sassi di quei luoghi, sanno ben sfruttare.

La “politica dell’opportunismo”, in tutto questo, ci sguazza beatamente e a farne le spese sono, come sempre, coloro i quali non traggono alcun reale beneficio dai vari “do ut des” (anche solo virtuali e non concreti!) che viaggiano sopra le loro teste: a farne le spese, più di tutti gli altri, sono quelli che credono che la risposta al proprio disagio economico-sociale sia, ad esempio, la cacciata dell’immigrato, forse perché sanno che la cacciata del mafioso, unitamente all’eventuale politico colluso, (che sono il vero problema!) non appartiene alla dimensione del possibile. Non cogliendo il fatto che, così pensando e agendo, contribuiscono essi stessi, a loro insaputa, a farsi rubare il futuro!

Eppure, fortunatamente, c’è chi ancora continua a lottare e a pensare che ciò che separa l’impossibile dal possibile sia l’azione. E combatte per l’idea di un futuro in cui, usando le parole di Falcone, quel fenomeno umano che è la Mafia prima o poi troverà la sua fine.

Del resto, come diceva Nelson Mandela: “Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto”.

Italia. 4 agosto 2020

ph. arialmac

Una opinione su "Quel Sud: dove la speranza dell’(im)possibile segna la linea dell’orizzonte"

  1. Spesso mi capita di leggere pagine di eminenti sociologi e/o altrettanto eminenti intellettuali sulla condizione del nostro meridione. E spesso mi capita di terminare la lettura con l’impressione che per l’ennesima volta abbia assistito alla solita minestra riscaldata, con alte dosi di banalità e frasi fatte e ripetute, al solo scopo di raccogliere consensi tra la nostra gente. Leggendo la tua riflessione sono rimasto positivamente colpito nell’essere riuscita a cogliere quello che di solito si chiama “nocciolo della questione”. In queste righe hai saputo dar voce ai migliaia di volti che nel nostro Sud vivono in apparente silenzio, ma con l’anima in pena per la quotidiana e impotente presa di coscienza inesprimibile. E ancora mi rende particolarmente orgoglioso, da uomo del Sud, non aver percepito nessun ripiego all’autocommiserazione; sport preferito da nostri molti conterranei, dal politico cialtrone al giornalista conformista. Leggere ciò che ai molti può far prudere il cervello per la schiettezza e il realismo, non è altro che una boccata di aria pura, essendo quotidianamente circondati da una nebbia di pensieri contorti. Complimenti!

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