Partendo da una foto…

Viaggio nel tempo in epoca di (post?)Covid-19

Facevo pulizia fra le migliaia di foto dell’Iphone e, “cancella che ti cancella”, andando a ritroso, sono arrivata al 21 febbraio 2020.

Ed eccola lì, l’ultima foto in cui ricordo di un pomeriggio normale, senza il pensiero assillante della pandemia. C’era solo nell’aria un’eco lontana di “una qualche influenza”, “poco più che un’influenza”, “polmonite virale, grave ma poi mica tanto” (?), come si raccontava in quei giorni in cui ancora guardavamo alla Cina con un misto fra compassione, per la loro sfortuna, e sicumera, per il fatto che da noi non sarebbe mai arrivato nulla: ovviamente sbagliavamo!

Ricordo ancora quel pomeriggio: la fila alla posta, affollata come sempre (com’era sempre!); qualche classica battuta – scambiata fra gli sfortunati in attesa del proprio turno – sulla lentezza degli impiegati delle poste e sulla scarsa efficienza dei computer messi a loro disposizione dalle alte sfere (capaci di bloccarsi sistematicamente sul finire delle operazioni più complesse!); un’occhiata al cellulare per controllare le notizie e rispondere a qualche email e messaggio su whatsapp. Dopo l’ufficio postale, un salto in libreria; uno in cartoleria e poi in copisteria; una passeggiata per le vie del centro cittadino, a dare uno sguardo alle vetrine. E poi l’ingresso nell’ottica e, nell’attesa del mio turno per ritirare quanto avevo ordinato qualche giorno prima, un’occhiata all’espositore degli occhiali da sole.

Mi sembra di rivedermi in quel negozio, mentre scatto la fotografia con il mio smartphone: una fotografia di poco conto, se si pensa al suo “soggetto” e al motivo per cui la scattai.

ph. arialmac
Inconsapevole immagine-simbolo
del prima e dopo Covid-19.

Mi rigiravo fra le mani un paio di occhiali da sole, di quelli neri, grandi, di celluloide: insomma, il classico modello di occhiali da sole che lo indossi e sembra che tu abbia, già per il solo fatto di averlo indossato, un tocco di classe in più. Me lo rigiravo fra le mani, indecisa se comprarlo o meno. Anche perché ancora ricordavo quelli che d’estate non avevo acquistato a Venezia, anche allora a causa della mia atavica indecisione, collegata alla ritrosia all’uso di qualunque tipo di occhiali, siano essi da vista o da sole (non fa differenza!), che mi accompagna da sempre: posso ben dire che, fin dall’età di 12 anni, sono devota estimatrice dell’inventore delle lenti a contatto!
Così, mentre rimuginavo nella mia indecisione, ricordo di aver pensato di scattare una foto al codice di quegli occhiali, per poter poi fare una ricerca su Google e, dopo qualche giorno di riflessione (ché la notte porta sempre consiglio!), decidere se acquistarli o meno.

Dopo aver scattato la fotografia, posai gli occhiali sull’espositore; acquistai quanto avevo già ordinato; terminai il mio giro per i negozi; infine passai dal supermercato, prima di rientrare a casa. Supermercato pieno zeppo, ore 20.15. Clienti che si affrettavano con gli ultimi acquisti; commessi, a fine turno, stanchi, ma di una stanchezza normale: non quella opprimente che abbiamo visto, mista alla tensione e alla paura, solcare i loro visi nel periodo del lockdown; distanza fra i clienti in fila alla cassa di una decina di centimetri (a voler essere buoni!). E poi il rientro a casa.

Ricordo che quella sera, dopo cena, mentre cercavo su internet quel modello di occhiali, pensai che: sì, li avrei comprati; la settimana seguente, tempo permettendo, sarei tornata al negozio a prenderli.
La settima seguente.
C’era tutta un’altra concezione del tempo e della programmazione delle giornate, delle “liste di cose da fare” (o “to do list”, come dicono i social addicted) e dell’incastro dei propri impegni quotidiani per riuscire a buttarci dentro anche qualcosa che piacesse davvero fare.

Poi arrivò il 23 febbraio. O meglio, arrivò la sera del 22 febbraio, la conferenza stampa del Presidente del CdM e il decreto legge del 23 febbraio.
Arrivarono le notizie da Codogno. Arrivarono le comunicazioni relative all’obbligo per chi fosse stato a contatto con il collega Tizio o con il collega Caio, risultato positivo al virus, di contattare il proprio medico di famiglia.
Arrivò la chiusura di università e scuole. Era la sera del 4 marzo.
Poi ci fu il D.P.C.M. dell’8 marzo. Poi quello dell’11 marzo.

E poi il mondo che conoscevamo non era più davanti ai nostri occhi.

Mesi e mesi di lockdown, di bollettini della protezione civile, di smart-working (in grado di fagocitare l’intera vita privata del povero – ma paradossalmente fortunato, perché almeno lui lavorava e percepiva lo stipendio! – smart-worker!).
Mesi e mesi di timori e incertezze, conditi per taluni di noi dalle comunicazioni del sindaco della propria città trasmesse in stile “Sta arrivando l’arrotino” per le vie centrali e periferiche, con le quali si ricordava, a mo’ di monito, che “qualora si fosse usciti di casa, ci si sarebbe presi il coronavirus” (ipse dixit!).
Mesi e mesi di confinamento in casa e, poi, di distanziamento sociale, di mascherine e gel igienizzante.

E arriviamo ad oggi.
Oggi, che sembra siano passati fra noi (o, meglio, fra molti di noi!) i Men in Black, brandendo il loro neuralizzatore per cancellare la memoria di tutto ciò che è stato, se si pensa ai comportamenti irresponsabili di quei tanti che, in questi giorni d’estate, agiscono come se fossimo ancora nell’estate 2019, come se il SARS-CoV-2 fosse stato una messa in scena e una realtà mai esistita; se si pensa a quei tanti che non rispettano il metro di distanza, che sono “gel-fobici” (“pussa via, brutto gel igienizzante!”), che non usano la mascherina. O se la “usano”, per la stragrande maggioranza del tempo, la sfruttano come innovativo accessorio dalle più svariate finalità: si passa dalla mascherina-gomitiera, alla mascherina-collare/collana, alla mascherina-cerchietto, alla mascherina-borsetta, alla mascherina-orecchino. Per non parlare dei casi in cui mi è personalmente capitato di assistere a fenomeni estremi di mascherine-ginocchiere e mascherine a mo’ di novello arbre-magique nelle automobili in fila o parcheggiate.
Mi mancava la mascherina in prestito: l’ultima frontiera della post-Covid-19-sharing economy. Ma ieri mi ha aggiornata mia zia, raccontandomi di una conversazione telefonica che un adolescente, suo vicino di posto in metropolitana (ma socialmente distanziato!), intratteneva ad alta voce con un amico. Il fulcro della conversazione consisteva nella richiesta del giovane in metropolitana all’amico di incontrarsi nella piazza Tal dei Tali, affinché l’interlocutore dall’altro capo del telefono potesse dargli in prestito la sua mascherina, in quanto era ormai arrivato in centro e, avendola dimenticata a casa, ne aveva bisogno solo per pochi minuti: il tempo sufficiente ad entrare nel negozio per il quale era andato in centro città, acquistare il necessario e uscire. [Credo sia inutile che mi dilunghi in un qualunque commento sull’assurda pericolosità di tale pratica della novella “sharing economy” in epoca di (post-)Covid-19!]

Sono gli stessi che ti guardano come se avessi tre teste ogni volta che usi in pubblico il gel igienizzante o indossi (correttamente!) la mascherina o guardi storto il vicino di fila che ti si addossa, invece di rispettare, non dico il distanziamento sociale, ma almeno la civile comfort zone!

Se devo essere sincera (e faccio ammenda!), in mezzo a tutto questo generale allentamento del rispetto delle regole anti-Covid da parte dei singoli, nonostante i continui avvisi delle autorità nazionali e locali per scongiurare una nuova ondata, anche a me di recente è capitato in qualche occasione (davvero poche!) di venire meno alle ferree regole di contenimento del virus, che ho rigidamente seguito da marzo fino a giugno.

E volendo lasciare da parte le nere nubi che si addensano sull’economia dei mesi a venire (trascinandosi dietro il dramma dei mesi già trascorsi), sembra, nelle piccole cose del quotidiano, nei gesti che abbiamo ricominciato a compiere, di ritrovare un che di normalità, in questi giorni. Ma è la copia carbone sbiadita di quella normalità di qualche mese fa. Perché il senso di incertezza e timore resta: di fronte al vicino di casa che incontri per le scale, o al commesso del negozio, o al passeggero di turno che sale sui mezzi pubblici senza usare la mascherina, io ancora mi raggelo. E non perché Tizio o Caio non usi la mascherina, che, oltretutto, a doverla usare sempre e in ogni circostanza, il costo sul bilancio familiare sarebbe non di poco conto! Ma questo è un altro discorso!
Mi raggelo perché penso: neanche una pandemia così sofferta ha avuto la capacità di responsabilizzare? Nemmeno tutto quello che abbiamo passato, nemmeno 3 mesi di rigido lockdown sono stati in grado di renderci più rispettosi per la salute (e la vita) di chi ci sta accanto?

Riguardo quella foto, scattata il 21 febbraio 2020, ripenso ai giorni di metà febbraio, quando mi ritrovavo in luoghi affollati e locali in cui la distanza interpersonale era qualcosa di irrilevante; ripenso alla normalità che c’era nell’incrociare a pochi centimetri da te un passante che camminava sul tuo stesso marciapiede.

Riguardo quello scatto fotografico e penso che poi quegli occhiali non li ho mai comprati, anche perché per diverse settimane quell’ottica, nell’immediatezza del lockdown, è rimasta chiusa.

Ripenso a quante decisioni, in questi mesi, si sono cristallizzate, a quante situazioni sono sfumate, a quanti programmi, a lungo pensati e costruiti al millesimo, si sono polverizzati sotto il nostro sguardo incredulo di fronte a una pandemia che, solo per le prime 3 settimane, ci ha visti tutti (o quasi) cantare sui balconi. Perché poi ci siamo rintanati tutti (!) silenziosamente in casa, in attesa speranzosa che tutto finisse.
E quel silenzio delle nostre città, in quei mesi, faceva più rumore di migliaia di parole.

Eppure nella mia bella città di sole, di mare e di salsedine nell’aria, in queste calde giornate d’estate, sembra quasi che tutto sia finito.
Poi, però, basta un colpo di tosse di uno sconosciuto (o anche di un conoscente, amico o parente!) che ti è accanto in un qualunque luogo chiuso in cui ti trovi e la paura che, in fondo, nulla sia veramente finito ritorna.

Potrà mai, quella foto, pensare lo spartiacque che essa ha rappresentato nella mia vita? Inconsapevole immagine-simbolo del prima e dopo Covid-19.

È un po’ come la vita: non sai mai quale sarà il momento, apparentemente irrilevante, in grado di stravolgerla.

Italia, 18 luglio 2020

Illustrazione di arialmac
…come in un flash-back.
Srotolando e riavvolgendo il nastro della memoria.

3 pensieri riguardo “Partendo da una foto…

  1. Idea brillante quella della fotografia che per ognuno di noi segna lo spartiacque tra il prima e il dopo! Tra il prima e il dopo quel Covid 19, quel virus così immensamente piccolo ma, nello stesso tempo, immensamente e drasticamente pericoloso capace di mettere in ginocchio l’intera umanità, senza alcuna distinzione, è proprio il caso di dire, di sesso razza, religione e classe sociale. A dir la verità, riflettendo attentamente, purtroppo, anche in questo caso, gli “ultimi” sono stati – e sono – come sempre, haimé, i più falcidiati.
    Per quanto mi riguarda, la fotografia che segna il passaggio dal pre al post Covid, scattata il 6 marzo alle 11.49 immortala il Mausoleo di Adriano, più notoriamente conosciuto con il nome di Castel Sant’Angelo, foto scattata di ritorno dal CNF: quella mattina ero indecisa se andare a depositare la documentazione che il Consiglio Nazionale Forense avrebbe dovuto valutare per accogliere la mia richiesta di iscrizione all’albo speciale degli Avvocati Cassazionisti, indecisa perché avrei dovuto prendere la metropolitana in “quel periodo” in cui iniziava a serpeggiare il timore di frequentare posti troppo affollati, in quel periodo in cui però, nello stesso tempo, era strano utilizzare la mascherina, anzi era esagerato utilizzare la mascherina, in cui riuscire a far rispettare anche solo la propria comfort zone era quasi impossibile, figurarsi il distanziamento di un metro e mezzo…eppure andai a depositare il tutto e, nel tornare indietro, dirigendomi verso la fermata della metro, svoltando da Vicolo del Curato a via del Banco di Santo Spirito, l’immagine di Castel Sant’Angelo mi portò automaticamente a prendere il cellulare e scattare quella foto. Devo dire che passo abbastanza spesso davanti al Mausoleo, recandomi in Cassazione o al Tribunale per i Minorenni – è vero potrei andare con i mezzi pubblici o con la macchina, ma perché privarmi di camminare in un museo a cielo aperto quale è la Città eterna? – ma in genere ammiro il Suo splendore, senza scattare foto, eppure quel giorno…
    E poi, due giorni dopo, assisto, come tutti gli italiani, alla conferenza stampa di Conte: lockdown! Dopo un immediato stordimento, inizio ad organizzare tutte le attività da rinviare “a data da destinarsi” e penso “vabbe’ di diventare cassazionista non se ne parla per ora”, ed invece il 17 marzo mi arriva la pec con la quale il CNF mi comunica “l’iscrizione all’albo speciale degli avvocati abilitati al patrocinio avanti la Corte di Cassazione”. Una bellissima notizia che condivido immediatamente con le persone a me più care.
    Il 17 marzo…in pieno lockdown, quando si stava tutti a casa, si rispettavano scrupolosamente le norme per contrastare quel (questo! ) maledetto Covid, quando si aveva paura perché si spegnevano, lontano dall’affetto dei propri cari, 600/700 vite ogni giorno, quando ci si voleva tutti bene, quando si dispensavano sorrisi al vicino che fino a qualche giorno prima salutavi solo per educazione, quando abbiamo voluto credere che il mondo fosse cambiato.
    Marzo, aprile, maggio, giugno…
    Oggi che vediamo: un “singolare” utilizzo, come hai correttamente evidenziato tu, delle mascherine, il mancato rispetto di ogni più elementare regola prescritta per arginare quel “famoso” Covid che così tanta paura ci ha fatto fino ad un mese fa, assistiamo ad assembramenti organizzati dai soliti “politici” (che chiamarli politici è una bestemmia) incuranti delle regole, ci tocca sentire qualcuno che ancora ha il coraggio di dire “è morta più gente l’anno scorso a causa dell’influenza” o “è stata tutta una messa in scena” etc. etc.

    Ahimè, non siamo cambiati…o forse si: siamo peggiorati?

    Comunque: il Mausoleo di Adriano “inconsapevole immagine-simbolo del prima e dopo Covid-19”!

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    1. La pandemia ci ha insegnato cose semplici e mai scontate: la concretezza nel fare o nel decidere, il prefissarsi una meta, la risolutezza del singolo in ogni scelta sono caratteristiche peculiari della forza della volontà…che accompagnata da impegno e dedizione formulano un algoritmo che porta lo sguardo oltre il domani. I complimenti in questo caso non sono solo un banale gesto di amicizia, ma la naturale constatazione che le persone capaci e diligenti camminano sempre una spanna sopra tutti gli altri. Ad majora!👏

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