Della geografia e dell’asimmetria descrittiva.

È vero, talvolta ha modi eccessivi. È vero, in alcune occasioni esagera. È vero, nonostante il suo posizionamento a sinistra, che dovrebbe rendere affini le nostre visioni politiche sulla maggior parte delle tematiche che assillano il reale che appartiene a noi tutti, in diverse occasioni non ho condiviso le sue “uscite” e le sue decisioni. Però, quando il Presidente De Luca ha ragione, ha ragione.

estratto dell’articolo di “Open” del 4 luglio 2020

Parla per la Campania, ma possiamo estendere il suo ragionamento al Sud intero.

Esiste una delirante e generalizzata asimmetria del racconto, condizionata dalla latitudinale e dalla longitudine in cui si verificano fatti ed eventi, che fa quasi paura!

E questa volta non posso che complimentarmi con il sorriso sornione e con la sagacia con cui il Presidente della Regione Campania ha messo brillantemente in rilievo questa discrasia descrittiva, in cui la collocazione geografica diventa determinante per scegliere “opportunisticamente” il colore da dare al racconto.

E dopo 159 anni d’Italia unita, questa, purtroppo, è ancora l’Italia del 2020.

Italia, 4 luglio 2020

Una opinione su "Della geografia e dell’asimmetria descrittiva."

  1. Quando noto quanto da te descritto, mi viene in mente l’assurdità sociale in cui una grande massa di meridionali, con la speranza di un lavoro (pagato!) e una misera illusione di dignità, veniva attirata al nord per l’ingresso nelle fabbriche, dove necessitava manodopera a basso prezzo. Vennero creati dei ghetti dove farli abitare, ammassati e derisi, trattati come degli appestati soprattutto da quelli che, in fondo, erano contadini e operai come loro. Ma non ho intenzione di rivangare una triste storia che oggi si cerca di nascondere come polvere sotto il tappeto. Né tantomeno ricordare la mia piccola esperienza in quel di Ivrea, dove, giunto per una supplenza in un istituto scolastico, quando la sera, per rientrare alla pensione, prendevo un autobus sul quale rumoreggiavano battute come “ma perché non stanno a casa loro, questi terùn!”. Si era in pieno leghismo becero e arrogante, proprio quel leghismo che, a seguito di una teatrale e vergognosa giravolta politica, oggi viene acclamato dai miei concittadini meridionali, i quali, mi dispiace dirlo, ottusamente dimenticano quanto passato dai loro genitori o dai loro nonni. Non voglio con questo toccare l’antistorica piaga del risentimento. Sarebbe poco intelligente e, direi, superfluo. Ma per essere concreti, come spesso lo è simpaticamente il presidente De Luca, bisogna ogni tanto (ogni tanto!) essere obiettivi e riconoscere quanto da te sinteticamente e appropriatamente rimarcato. Mentre negli anni cinquanta e sessanta del secolo breve, senza filtri né remore i meridionali venivano tacciati per “brutti, sporchi e cattivi”, semplicemente per non ringraziarli dell’immane lavoro manuale di ricostruzione dell’allora ancor povero impianto industriale e strutturale del nord; mentre nelle terre del sud imperversavano ancora i latifondisti in altre vesti e sotto altre bandiere, tenendo soggiogata una popolazione ancora alla fame; si stavano costruendo furbamente le basi di quanto evidentemente oggi possiamo osservare: una tecnica mediatica sopraffina atta a delegittimare un benché minimo accenno alla (ancora!) rinascita del sud del Paese. E, per chi pone il dubbio di come le mafie (un inevitabile segno delle disgrazie meridionali) siano riuscite ad insediarsi nelle valli padane, dico a tutti loro, con il pratico esempio di una famosa parabola, che il seme germoglia dove trova terreno fertile.

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