Stimati professionisti e social network: il grande salto (nel vuoto).

Dagli epici (e fruttuosi) scontri fra uomini (e donne) di cultura, nell’era pre-digital,
all’adolescentizzazione dello scontro via social fra stimati professionisti, nell’era digital.

Chi, nel tempo, ha avuto la curiosità di approfondire i retroscena meno noti dei rapporti fra i grandi uomini di cultura scientifica e umanistica e, in minor numero -ahimè! – , le grandi donne di cultura (ché si sa , la parità di genere nel riconoscimento dei meriti scientifici, artistici e letterari è sempre stata una chimera), ossia dei rapporti fra quegli uomini e quelle donne che hanno arricchito i continenti del nostro bel pianeta con i loro saperi nel corso dei secoli, non guarda con sorpresa alle “liti” e agli “scontri”, in sé e per sé considerati, tra scienziati (virologi, epidemiologi, clinici, analisti dei sistemi complessi, ecc.), che stanno pervadendo l’attuale scena mediatica.
Che fra geniali scienziati, fra grandi scrittori, fra eccellenti pittori e scultori, fra mirabili filosofi, fra magistrali musicisti ci siano sempre stati battibecchi, frecciatine, accese liti (e non poche!) è cosa che appartiene alla storia delle scienze, della letteratura, dell’arte, della filosofia e della musica ed è, ovviamente, cosa che appartiene anche a chi ha avuto il desiderio e la curiosità di approfondire tali aspetti, un po’ più nascosti ma di grande fascino, della cultura nel suo farsi ad opera dell’umanità tutta.
In fondo, è anche da questi retroscena che si può capire la base da cui è emersa l’eccellenza scientifica, artistica e letteraria di coloro che hanno lasciato un’impronta più profonda di altri nella storia dell’umanità: ma soprattutto attraverso questa via si possono aggiungere nuovi tasselli nel proprio personale percorso di comprensione dell’opera dell’ingegno che quegli scienziati, letterati e artisti hanno regalato al genere umano.

Il problema non è, quindi, la lite in sé.
Il problema è, piuttosto, il modo e la forma della lite.

Intendiamoci, nel XVII secolo Newton e Hooke se le sono date di santa ragione a furia di epistole infuocate, aventi ad oggetto diverse posizioni sull’ottica e la teoria dei colori, sulla modalità di risolvere i problemi relativi all’aberrazione nel telescopio, sulle sfide sperimentali. La rivalità era così pungente fra i due, che quelle lettere dai toni gentili ed educati trasudavano antipatia pura. Eppure, proprio in virtù dell’affermarsi del metodo scientifico, quello fra Hooke e Newton fu uno scontro basato su fatti, su risultati derivanti da rigorosi esperimenti, su ipotesi contrapposte, a sostegno delle quali ciascuno dei contendenti cercava di portare prove e argomentazioni mediante la ripetizione di esperimenti che validassero la propria ipotesi, al fine di fare acquisire dignità di legge alla teoria originariamente formulata, una volta divenuta solida e verificata.
In sostanza, quei battibecchi, che celavano antipatia e antagonismo – a volte anche becero: basti pensare all’ostruzionismo praticato nei confronti di Hooke, i cui meriti, si narra, in tanti casi vennero fatti passare in sordina, una volta che Newton, accresciuto il suo peso nel mondo accademico dell’epoca, divenne Presidente della Royal Society – contribuirono ad arricchire il mondo scientifico di scoperte con basi sempre più solide. Costantemente sottoposte alla critica altrui, quelle “scoperte” necessitavano di persistenti interventi a difesa, avallati da argomentazioni sempre più forti, nel caso in cui si desiderasse che proprio quelle “scoperte”, che avevano comportato anni di studi, rimanessero in piedi e non venissero abbattute e gettate nell’oblio o, peggio ancora, nel cestino degli errori grossolani.

Dalle lettere pensate, ripensate, scritte, corrette e riscritte da Newton e Hooke, ché a quell’epoca il tempo era cosa preziosa, anche per far sedimentare la rabbia e convogliarla meglio: ciò che non permette di fare, invece, la celerità moderna; da quelle lettere, quindi, dai toni garbati ma dal contenuto perfido, che si scambiarono Hooke e Newton, risulta facile e quasi naturale saltare alla rivalità tanto narrata fra Borromini e Bernini, maestri dell’architettura seicentesca.
Ci muoviamo in quello stesso secolo in cui fra Hooke e Newton volarono gli stracci al di là de La Manica, ma con i due artisti con il cognome dall’iniziale identica ci troviamo nella Roma papale. E la leggenda popolare narra perfino che questo scontro fra artisti si tradusse in un aspetto imperituro dell’opera architettonica del Bernini che si staglia al centro di Piazza Navona, di fronte alla chiesa di Sant’Agnese, la cui facciata fu conclusa dal Borromini: la Fontana dei Fiumi. La tradizione popolare tramanda, infatti, che, in virtù di quella rivalità , il Bernini decise di realizzare il Rio della Plata (una delle figure allegoriche della fontana) con la mano tesa di fronte al viso, quasi a volersi proteggere dall’imminente caduta della chiesa frontistante, e il Nilo, dal canto suo, venne rappresentato con la testa nascosta sotto un velo, come a voler distogliere lo sguardo dall’orribile opera del rivale. Che la facciata della Chiesa, con il suo andamento appositamente concavo, il Borromini l’abbia terminata qualche tempo dopo l’opera del Bernini e che, quindi, difficilmente l’interpretazione popolare di quelle scelte scultoree del Bernini possa corrispondere alla realtà, poco conta.
Conta il fatto che la rivalità fra menti brillanti , in quei secoli , era vissuta come strumento di arricchimento dell’intero genere umano. Perché il voler dimostrare di saper fare meglio dell’altro era la via maestra per migliorare se stessi e l’ambito culturale nel quale ci si muoveva.

Liti, scontri e perfidie che, alla fine della fiera, portavano a qualcosa di buono. Analogamente accadde con le critiche al vetriolo che un già maturo Lorrain rivolse a un giovanissimo Proust, impegnato a dare alla luce le sue prime prove letterarie. Critiche aspre a tal punto da voler coinvolgere non solo profili prettamente letterari, ma anche aspetti rigorosamente personali ed intimi della vita di Proust. Ciò che spinse il giovane e ancora acerbo (futuro) maestro del romanzo del ‘900 a sfidare “a singolar tenzone” il suo aspro e maturo critico.
A discolpa della reazione del Proust degli esordi possono menzionarsi, anzitutto, la giovane età e, in secondo luogo, le convenzioni sociali dell’epoca: è bene, infatti, tenere in debito conto il tipo di “accuse intime” rivoltegli da Lorrain, a inizio ‘900, per insinuare che l’improvvisa emersione sulla scena culturale del giovane scrittore più che frutto di un pieno e assoluto merito letterario, fosse conseguenza di altre “strade” da questi percorse, da scorgere nelle sue amicizie intime. Ad ogni modo, Proust seppe come rispondere a quelle critiche: si perfezionò opera, dopo opera, trasformando man mano la sua penna in un miracolo letterario, fino ad arrivare al suo imponente e impareggiabile “À la recherche du temps perdu“.

E ritorniamo sempre al nocciolo della questione: liti e scontri, rivalità, antipatie ed antagonismi che non sono stati sterili battibecchi fra uomini di cultura, ma terreno fertile per far emergere nuove opere, nuove scoperte, nuove teorie, nuove e più brillanti menti. Come la leggendaria rivalità – da recenti studi , in realtà, negata – fra Shakespeare e Marlowe; o fra Picasso e Matisse: dalla cui amicizia travagliata e scostante nacque un reciproco sentimento di competitività virtuosa. O fra Hemingway e Faulkner, che vide il secondo criticare il linguaggio povero e semplice del primo, fino a parlare di mancanza di coraggio da parte di Hemingway, in quanto mai i suoi lettori si sarebbero trovati di fronte a parole nuove, per la cui conoscenza del significato vi sarebbe stata la necessità di utilizzare il vocabolario. Faulkner ricevette come stoccata, in risposta , il seguente commento di Hemingway: “Povero William, che continua a credere che le grandi emozioni nascano dalle grandi parole”.
Si trattava di uno scontro fra registri linguistici, fra idee di scrittura e letteratura. Da un lato lo stile ricco, complesso, fatto di periodi lunghi e parole ricercate di Faulkner; dall’altro uno stile più semplice, minimalista, ridotto all’essenziale. Del resto Hemingway sosteneva che se uno scrittore vuole comunicare la verità deve usare la “parola giusta”, che è sempre la più semplice: questione di punti di vista, appunto! Anche qui uno scontro non sterile, ma basato su visioni differenti del mondo e della letteratura: visioni tradotte in opere fra loro molto diverse, ma ognuna, a suo modo, tesoro dell’umanità.

Velenosa fu sicuramente anche la critica aspra che Virginia Woolf rivolse all’Ulisse di Joyce: romanzo di cui la scrittrice ebbe ad esprimere pareri negativi in più di un’occasione, finché arrivo a definirlo, con apice venefico, “un’opera noiosa e irritante di un nauseabondo studente universitario che si gratta i brufoli”.

Quello che, però, mi è rimasto impresso più di altri, è stato lo scontro fra Freud e Jung, che, all’ultimo anno di liceo, narrò il mio professore di filosofia quasi come se fosse una storiella, per attirare la labile attenzione della classe su un argomento che, alla fine, coinvolse tutti. Quello scontro, partito da un’iniziale amicizia e dal riconoscimento ufficiale da parte di Freud del titolo di erede della scuola psicanalitica al giovane Jung, divenne nel tempo così aspro – come dimostra ampiamente lo scambio epistolare fra i due – che portò ad una definitiva separazione non solo personale, ma anche professionale fra essi, tale da segnare il terreno della psicologia con la psicanalisi freudiana, da un lato della linea divisoria, e la psicologia analitica junghiana, dall’altro.
La caratteristica di questo scontro, che probabilmente ha inciso in maniera preponderante nel far sì che nel tempo ne mantenessi memoria, fu l’abilità di entrambi – forse in gran parte dovuta anche a una sorta di deformazione professionale – di criticare l’altro pungolando nelle altrui debolezze , come emerge platealmente dallo scambio epistolare.

Ma se questi e infiniti altri litigi e baruffe fra titani della cultura (di ogni campo della cultura!), che hanno caratterizzato i secoli passati avevano, dal canto loro, la legittimità del diverso punto di vista sostenuto in modo, ora più, ora meno, solido e rigoroso, e la bellezza dell’arguzia anche nella critica più aspra e becera, oggi, invece, a cosa ci troviamo di fronte?

estratto dell’articolo di La Repubblica del 27 giugno 2020 “Coronavirus, lite sui social tra il virologo e l’esperto OMS
Lite partita da un commento scritto da Clementi a margine di un’intervista rilasciata ad Agorà (Raitre) da Ranieri Guerra. Nel corso dell’intervista è stato affrontato il problema relativo a una possibile seconda ondata di Covid-19 in autunno, analogamente a quanto accaduto con l’influenza spagnola a inizio ‘900. All’epoca, infatti, si pensò che la mancanza clinica della malattia discendesse tout court dalla scomparsa dell’agente patogeno fra la popolazione e, conseguentemente, si abbassò la guardia (non rispettando più le misure di prevenzione): l’immediata conseguenza fu che il virus ricominciò a circolare, facendo più morti che nel corso della prima ondata.
Va da sè che lo scontro, nato attorno a questa intervista, è legato al fatto che sull’evoluzione che avrà in concreto l ‘epidemia da Covid-19 non esiste unanimità di vedute da parte degli scienziati.

Molti dei recenti battibecchi fra scienziati, in tempo di Covid-19, mi lasciano interdetta: e non per il fatto che si possano avere opinioni differenti e che uno stesso fenomeno, osservato da punti di vista diversi, possa far emergere aspetti che altri non hanno, eventualmente, ancora preso in considerazione. Non è questo che mi inquieta!
Quando assisto (raramente, purtroppo!) a confronti, anche accesi, o leggo di posizioni antitetiche e ben argomentate da ambo le parti protagoniste del “confronto dialettico”, e quando questi scontri vengono portati avanti con garbo – sì, perfino nella critica subdola con cui si sottende, eventualmente, la poca competenza o la scarsa onestà intellettuale altrui -, rintraccio il senso della rivalità fruttuosa e dell’antagonismo competitivo e positivo.
Il problema, invece, si pone quando fra questi scienziati “volano gli stracci” alla stregua dei protagonisti di uno dei centinaia di inutili reality , che affollano reti e piattaforme di streaming e nei quali l’essenza del confronto è l’offesa gretta e fine a se stessa, oltre alla meravigliosa e sempiterna minaccia di querela : che un avvocato al giorno leva il medico di torno!

Di fronte allo scambio di tweet e commenti a favore di agenzia di stampa fra Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’ OMS, e Clementi, virologo dell’Università Vita-Salute “San Raffaele”, se devo essere sincera, sono rimasta profondamente sconfortata.
E lo dico da persona alla quale , purtroppo, talvolta accade di perdere le staffe, se si rende conto che l’interlocutore, nel corso di un confronto , qualunque esso sia, mena il can per l’aia con l’unico obiettivo di creare “ammuina” (come fra i due contendenti della “singolar tenzone 2.0” in parola sembrerebbe essere accaduto, se si osserva lo scontro social con uno sguardo non particolarmente benevolo).
Il fatto è che quella emersa dalla lite via social fra i due scienziati non è scienza.
Non è neanche lotta fra galli per imporsi nel pollaio.
È semplicemente l’onda lunga dell’atteggiamento da influencer narcisista, a cui ci ha abituati questa nostra bella e complicata società immersa nel digitale e nel mondo “social”.

Non me ne vogliano i due scienziati, sicuramente esausti dopo 5 mesi di lavoro intenso e di incertezze collegate all’emersione di un virus e di una malattia totalmente nuovi, sicuramente pervasi da mesi e mesi di sacrosante paure scientifiche e tensioni continue; ma, leggendo quello scambio di battute via social, è stato un attimo e mi è sembrato di vedere scorrere i frame, che dilagano su internet, dei litigi (ben architettati a monte? Chissà!) fra le due punte di diamante di Maria De Filippi, Tina e Gemma, sapientemente montati ad arte , a favore di telecamera.
Accade, così, d’un tratto che la distanza fra reality o talk-reality e realtà spaventosamente si annulli. E ancora più tragicamente, accade che la realtà in oggetto sia quella scientifica.

In mezzo allo sconcerto per i livelli infimi degli scontri avvicendatisi soprattutto nelle ultime settimane, dove quello recente fra Ranieri Guerra e Clementi è solo uno fra i tanti, immagino, presto o tardi, di ritornare a un mondo in cui uno scienziato abbia il perfido garbo di criticare il collega, affiancando agli argomenti e alle prove scientifiche, una frase analoga a quella che sagacemente Newton , estraendola dalla tradizione medievale, fissò eterna in una delle sue epistole (quella del 5 febbraio 1676) indirizzate a Hooke: “Se ho visto più lontano, è stato perché stavo sulle spalle di giganti”.

Non svelerò il motivo per cui quella frase venne da molti ritenuta garbatamente perfida, perché, sfrutterò uno degli insegnamenti che devo a mia madre e che lei deve, in sostanza, alla sua esperienza di docente.
La professoressa che è in lei , in più di un’occasione, mi ha precisato che “se fornisci un’informazione totalmente esaustiva, spegni la curiosità del tuo interlocutore e il suo desiderio di scoprire qualcosa in più. Il trucco sta sempre nel trasmettere in modo completo l’essenza del tuo messaggio, lasciando cadere, però, qui e lì le briciole per consentire a chi ti ascolta di unire i punti e costruire con le sue forze e il suo tempo il disegno definitivo del concetto che intendevi fare acquisire”.
E così, sulla scorta di queste piccole strategie e tecniche didattiche, mi auguro di aver buttato qui e lì le briciole per spingere anche solo uno dei miei (non venticinque, ché sarebbe un sacrilegio richiamare la formula manzoniana per questo mio blog, ma almeno) cinque lettori a chiedersi non solo perchè la battuta di Newton sia stata considerata intrisa di perfido garbo nei confronti di Hooke, ma soprattutto il motivo per il quale ad oggi siamo costretti ad assistere ad un uso adolescenziale dei social network anche da parte di professionisti stimati.

Questo fenomeno dell’adolescentizzazione perfino di uomini e donne con una forte e importante storia professionale (in ogni campo: dagli scrittori, ai medici, agli avvocati, ai manager, ai politici – che sono forse quelli che più di tutti portano la bandiera di questa tragica adolescentizzazione! -), quando gli metti in mano Twitter, Facebook o Instagram, andrebbe seriamente studiato. Per tentare almeno di trovare un rimedio, prima che la situazione sfugga definitivamente di mano!

Italia, 29 giugno 2020

Una opinione su "Stimati professionisti e social network: il grande salto (nel vuoto)."

  1. Penso che se solo uno sguardo a quanto sopra magistralmente descritto, rapido e intellettualmente sano, venisse dato da parte di buona parte di queste nuove icone (negative, intendo) dei social, dallo scienziato al petulante politico, come in un deformante specchio della loro natura narcisista e ipocritamente bambinesca, si renderebbero conto dell’inutile e pericoloso insegnamento dato a tutti coloro, migliaia, milioni (?) di altri utenti di (purtroppo, dico) cultura non elevata. Utenti (o…clienti di una furba macchina mediatica?) che non aspettano altro che un becero cenno da parte del “maestro” di turno, per improvvisarsi tuttologi del nulla a suon di sproloqui spesso sgrammaticati e molto poco educati. Direi che il tuo intervento meriterebbe una prima pagina, atto a svegliare alcune coscienze dalla bulimia socio-mediatica in cui il mondo (culturale, scientifico, politico) sta sprofondando, lasciando con l’amaro in bocca coloro che sperano in un corretto messaggio di speranza e verità, correttezza e educazione, da parte di questi nuovi narciso-dipendenti.

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