Di quell’ultimo saluto mancato e del “Dopoguerra”


Questa storia, che dobbiamo affrontare tutto come se stessimo attraversando una sorta di dopoguerra, è una grande corbelleria! E questo continuo parallelismo tra la (fu) fase 1 dell’emergenza pandemica e la guerra è una idiozia bella e buona (a proposito, ve la ricordate la vecchia fase 1, oggi che in tanti, incomprensibilmente, pensano che il SARS-CoV-2 abbia fatto le valigie in maniera definitiva?!).

E sì, lo so, anche il Presidente Mattarella, qualche settimana fa, nel suo intervento in occasione del 2 giugno, ha richiamato il nostro secondo dopoguerra di rinascita e ricostruzione. Ma in quel discorso non veniva delineato un parallelismo asfittico fra la situazione odierna e quella che seguì alla seconda guerra mondiale e che accompagnò la nascita della Repubblica; diversamente dalle tante inutili giustapposizioni che si rincorrono in questi giorni, soprattutto ad opera di politici ed economisti. Dal canto suo, il Presidente della Repubblica intendeva semplicemente sollecitare tutti e ciascuno a mettere in campo uno spirito di unità morale, qualcosa di analogo a quello spirito costituente che, ora (come allora), sarebbe auspicabile, anche e soprattutto a livello politico-amministrativo, per tentare di uscire da questa notte che sembra infinita, evitando – almeno stavolta! – i soliti “balletti politici”, che creano confusione e schiamazzi e che, sicuramente, non hanno nulla di politico, nel senso nobile del termine, ma, in maniera altrettanto sicura, hanno l’indiscussa capacità di portare ad un unico e inevitabile risultato: ribadire ancora una volta l’italico vizio del tutto cambia affinché nulla cambi o, per riprendere alla lettera la frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa fa pronunciare a Tancredi – nipote del principe di Salina – nel suo “Il Gattopardo”, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»!
Precisato questo punto. È possibile individuare taluni sparuti elementi in comune fra la guerra e quest’emergenza sanitaria che stiamo vivendo? Sì, certo. È possibile parlare di un parallelismo tout court? No, assolutamente no!

Perché la guerra è un’altra cosa.
Il dolore della guerra insensata degli uomini è un’altra cosa. Non c’è paragone che tenga!
É diverso il dolore che porta con sè la guerra, rispetto al dolore – altrettanto rispettabile e dignitoso – di chi ha subito una perdita affettiva a causa di una malattia. Dolore, quest’ultimo, reso fuor di dubbio ancora più straziante, in questa pandemia, dall’impossibilità di lasciare che ci si incollino addosso gli ultimi frammenti di tempo che questa vita concede alla persona cara, vivendoli assieme a lui o a lei nella medesima stanza, nell’intreccio inevitabile di lacrime ed emozioni. Perché questo momento di estremo conforto e ultimo incrocio di sguardi, poco prima che colui o colei a cui teniamo inizi il suo nuovo viaggio, la Covid-19 (e il SARS-CoV-2), in mezzo a tante altre cose, ce l’ha portato via in questi mesi.
E sì, è vero, talvolta, anzi spesso, anche la guerra te lo sottrae, quel momento di saluto fatto di sguardi e di ricordi di chi resta e chi va mescolati assieme, quasi intrecciati in un groviglio inestricabile e giusto: ma il fatto è che, nella guerra, la consapevolezza della sua brutalità ti fa mettere automaticamente in conto che perfino quel breve momento di umanità ti possa essere strappato via; nella malattia, invece, no.

La pietas nei confronti del proprio affetto in fin di vita, a causa di quella patologia che lo sta trascinando via; quella pietas, che é parte del bagaglio culturale, morale ed etico della nostra società, ci impedisce di pensare che quell’ultimo istante ci possa essere sottratto: lo troviamo ingiusto. E, ingiusto, effettivamente lo è.
Purtroppo, però, la pandemia di questi mesi ci ha costretti a privarci di quell’ultimo incrocio di sguardi, di quell’ultimo saluto che cerca di chiudere il cerchio e mettere in pace con se stesso chi resta, mentre guarda allontanarsi da questo mondo chi va. E noi lo abbiamo accettato, in questi mesi; abbiamo accettato (chi più, chi meno) di privarci di questo gesto di conforto e “ristoro emotivo” per tutelare la nostra salute e quella degli altri nostri cari rimasti a barcamenarsi in questo mondo, diventato ancora più strano e complicato. E lo dico con tutto il rispetto che porta con sè la privazione consapevole di quel gesto, di quella mano stretta, di quell’ultima sillaba detta a stento prima di superare la linea dei vivi. Perché l’importanza di quei gesti, di quelle parole, di quegli ultimi istanti la conosco.

La conosco bene da quando, quasi 3 anni fa, morì mio nonno: colui che con il suo amore per la prosa e la poesia ha contribuito a farmi innamorare dell’arte del racconto; colui al quale, qui e là, ho “rubato” modi di dire, stilemi e aneddoti, oltre che la consuetudine nell’uso (quotidiano) di alcune parole appartenenti al cd. “vocabolario alto della lingua italiana”: perché era così che mio nonno parlava e io, immersa in quel profluvio di parole, fin da piccola, ne sono rimasta felicemente e fortunatamente travolta. Lui che, pur avendo avuto tanti pezzi di vita a remargli contro o forse proprio per questo, aveva saputo amare e coltivare la libertà di spirito e pensiero; lui, che conservava in sè, anche da adulto, prima, e da anziano, poi, il carattere discolo e curioso del bambino pieno di vita, di bivi e di incontri (ora fortunati, ora meno).
Lui, mio nonno, alla fine morì nel chiuso di un ospedale.

ph. Arialmac – luglio 2018
Quando, passeggiando per i luoghi dell’Italia, ti imbatti nel meraviglioso decoro di una pensilina del tram, che ti ricorda la tua infanzia: la casa dei tuoi nonni, il caldo del camino, la neve fuori e tuo nonno, seduto vicino al fuoco, a raccontarti una delle tante storie di Giufà, facendoti ridere, ridere e ancora ridere.
E ti sembra quasi di vederlo lì, a raccontare, ancora e ancora, le vicende di Jugale (come lui preferiva chiamarlo) e a sorridere soddisfatto delle risate ricche, piene, felici e spensierate della sua
nipotina.

Accadde nel pieno della notte: in quelle ore che sono di fatto ancora notte, ma nella forma già giorno. E proprio in quella prima e unica notte in cui, dopo gli ultimi anni di malattia defatigante, soprattutto per mia nonna che lo seguiva da sola e in modo instancabile, e dopo l’ultimo mese ininterrotto di notti trascorse – ora da mia nonna, ora da mia zia – accanto al suo capezzale, in quella stanza di ospedale a più di un’ora da casa, mia nonna, sfinita e stanca, aveva finalmente acconsentito a che un’altra persona competente e di fiducia (ma non di famiglia) rimanesse a fargli compagnia. Proprio quella notte mio nonno decise di lasciarci, esausto da quella malattia che lo aveva privato anche della sua mente brillante e del suo sorriso contagioso: eppure, chi lo conosceva bene sa quanto quel sorriso fosse intervallato qui e là da mugugni e rimbrotti, quando vedeva qualcosa che non gli andava a genio.

Arrivò la chiamata dall’ospedale, nel pieno di quella notte di fine agosto di 3 anni fa.
La sua dipartita proprio nella giornata che precedeva il primo giorno di settembre: il giorno che per mio nonno coincideva, per deformazione professionale, semplicemente con il momento dell’anno in cui la scuola iniziava, con tutto il suo personale, a mettersi in moto per il nuovo anno scolastico. Mio nonno, che dietro la cattedra ci aveva passato una vita intera, a parlare ai suoi studenti dell’Orlando furioso e della bella Angelica , di Dante e Beatrice, di Petrarca e Francesca, dei classici latini e dell’importanza del ben scrivere e ben pensare. Lui che, per il rapporto scanzonato che aveva con i suoi studenti, in qualche occasione, esasperato, al 2 sul compito in classe aggiungeva a matita le orecchie di asino, prima di chiamare il malcapitato alla cattedra per consegnargli il compito e farlo sedere accanto a lui. E lì, in quel momento, attorno a quella cattedra, mentre cancellava con la sua immancabile gomma per la macchina da scrivere i segni a matita, iniziava a spiegargli con minuzia di particolari gli errori riscontrati, sollecitandolo a fare di più e meglio. Mio nonno, che aveva un unico punto fisso nella sua mente di docente e di uomo: recuperare anche e soprattutto gli irrecuperabili. Perché riteneva fosse da loro, da quei ragazzi e da quelle ragazze, dagli ultimi che la società doveva ripartire. Perché a questo doveva servire la scuola!

Quella notte di fine agosto, a quella telefonata fu mia zia a rispondere. E mi chiamò subito dopo. Ricordo la sua domanda, che conteneva già in sè una risposta : “Come lo dico a nonna? Le dico che nonno sta peggiorando e ci mettiamo subito in macchina?”. Così a mia nonna – compagna di quasi 60 anni di vita, gioie, dolori, vittorie e sconfitte di quell’uomo che con quel caldo di fine agosto, che lo faceva sudare troppo e per questo non lo aveva mai sopportato, se n’era appena andato – decidemmo di dire che suo marito era quasi sul punto di lasciarci.
Il viaggio di più di un’ora da casa all’ospedale fu una nube densa di tristezza e dolore, mescolati assieme. Credo che mia nonna, in cuor suo, sapesse che mio nonno, il padre delle sue figlie, suo marito, il compagno di una vita, se n’era già andato (ché certe cose le senti!), ma la speranza (quasi irrazionale) di stringergli per l’ultima volta la mano, prima che la vita lo abbandonasse, fu ciò che le impedì di crollare in quel momento e di affrontare, una volta arrivati al nosocomio, la realtà, con più consapevolezza e con la compostezza che contraddistingue da sempre questa donna forte come una roccia, che mi ha cresciuta come una seconda mamma, e che l’ha contraddistinta anche in quel giorno di fine agosto di 3 anni fa.

Capisco, quindi, quanto oggi, nel mezzo di questa pandemia, possa essere (stato) straziante e straniante, per il senso di pietas che caratterizza la nostra società nel rapporto con i malati , la privazione perfino della speranza di poter stringere la mano e guardare negli occhi per l’ultima volta la persona cara che ci sta lasciando.

Ma questo non esclude il fatto che il dolore della guerra e il dolore che ci sta facendo vivere la crisi pandemica di questo 2020 siano cose ben diverse. Lì abbiamo il dolore causato in tutto e per tutto dall’uomo, che per smania di conquista e di potere stravolge il mondo proprio e altrui, consapevole di portare via in modo tragico vite anche giovani e forti; qui, invece, abbiamo il dolore che anzitutto proviene dall’imprevedibilità della vita e della natura, e la colpa dell’uomo – se e fino a che punto c’è o c’è stata: solo la storia del domani (delle future generazioni) potrà raccontarcelo con oggettività – è soltanto una parte residua di tutto questo immane e drammatico racconto (una parte grave – certo! -, ma residua!).

E volendo ristabilire un minimo di verità nei fatti che si accavallano davanti ai nostri occhi in questi mesi, diciamo chiaramente che non è possibile parlare di questa nostra fase 2-e-poi-3 come di un dopoguerra. Perchè un dopoguerra, per quanto doloroso, straziante, pieno di cocci reali e metaforici, presuppone sempre che tutto il male assoluto della guerra sia finito, che si sia potuto già lasciarselo alle spalle, in un modo o nell’altro (che la guerra, se la vivi, in realtà non ti lascia mai: ti restano dentro per sempre le sue macerie). Di fronte a un mondo distrutto, c’è il momento e la speranza piena della ricostruzione (pur continuando a portarsi nella mente e negli occhi le brutture della guerra): quello è il dopoguerra!

Questa nostra fase 2-e-poi-3 del 2020 non è un dopoguerra, perché siamo ancora in mezzo a tutto il caos che il nuovo coronavirus ha portato con sè. E se di ricostruzione economica (e sociale) si vuol tentare di parlare, allora si deve pensare questo momento come il momento in cui iniziare a porre le basi per nuovi modelli economici (e sociali), piuttosto che continuare a sostenere l’idea di “ricostruire”, sì, ma riproponendo semplicemente tutto il vecchio, imbellettato con un po’ di maquillage (o make-up , che dir si voglia) ben fatto.

Se proprio vogliamo usarlo questo parallelismo con la guerra, possiamo dire che siamo nella fase 2-e-poi-3 della guerra. Ecco!
È, quindi, ADESSO il momento dell’azionedifensiva” (ad opera del sistema sanitario e del welfare), da un lato, e del pensiero economico-sociale (vero e “pensato”!), dall’altro.

A questo dovrebbe servire la fase attuale di questa dannata “guerra sanitaria”.

E considerato che qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata ad Antonello Guerrera per La Repubblica, Richard Horton (direttore del Lancet) ha affermato: “Il coronavorus è sempre tra noi. Anche se ce lo dimentichiamo e i politici non ci dicono che le nostre vite non torneranno mai come prima, fino a quando non avremo un vaccino. E, anzi, non è detto che un vaccino risolva le cose. […] Capisco la necessità di far ripartire l’economia, ma al virus questo non interessa“, vi prego, non parlatemi adesso di dopoguerra.
Non parlatemi ancora di dopoguerra. Che il “dopo” è ancora di là da venire.

Italia, 21 giugno 2020

Una opinione su "Di quell’ultimo saluto mancato e del “Dopoguerra”"

  1. E’ vero, ogni parallelismo con il secondo dopoguerra del secolo breve è inappropriato e fantasioso. Legato forse al bisogno incessante dell’uomo a cercare un punto di appiglio ai nuovi problemi con vecchie esperienze. Ed è anche irrealistico parlare di “ricostruzione” dopo le “macerie”. Come ben detto nel tuo articolo, una cosa è la distruzione fisica (che comporta di conseguenza una destrutturazione anche psicologi-ca), altra cosa è limitare le giuste libertà (lavoro, trasporti, contatti sociali) per estreme necessità a difesa della salute pubblica.
    Con tutto il rispetto per il dolore (che posso solo immaginare!) di coloro che non han potuto cogliere l’ultimo respiro dei propri congiunti periti in questa triste e antistorica pandemia, ma mi sento in dovere di sottolineare (così come ampiamente descritto nel tuo articolo) che in questa cosiddetta “guerra” non guerreggiata ognuno di noi (per chi ha avuto la fortuna di avere un tetto sopra il proprio capo) è stato rintanato in casa. Magari a bisticciare con il vicino molto rumoroso, o stufarsi dopo l’ennesima pizza fatta nello sfornatutto. Non ci son piovute bombe sopra i palazzi, non abbiamo subito rastrellamenti, nessuno di noi è stato davanti ad un plotone di esecuzione, non siamo stati torturati nelle segrete di un oscuro carcere da un gruppo di SS.
    Questa è la guerra, questo è ciò che mi raccontava mio padre, scappato per necessità al nord nel ‘42 dal suo paesino del profondo Sud, in quanto in famiglia non c’era pane per tutti, visto che i fascisti avevano chiuso l’attività artigianale di mio nonno perché socialista. Lui in quel fatidico 8 settembre era a Milano, e, non ancora dicias-settenne, ha vissuto i bombardamenti e i rastrellamenti nazifascisti. Ricordo ancora quando la sera, davanti al tinello ci raccontava di quello che ha visto e degli orrori di quella inutile guerra. Quella vera!
    Come giustamente riportato, il Presidente della Repubblica ha accennato al dopo-guerra, e quindi come figura retorica, come metafora di un possibile futuro impegno da parte di ognuno. Certo, bisogna confidare sulle capacità e su un ipotetico senso di neutralità ideologica da parte di coloro che guideranno la post-pandemia. Ma, mi sorgono i dubbi e le incertezze, dove sono i nuovi De Gasperi, Nenni, Togliatti, La Malfa, che, prima di essere dei personaggi pubblici, erano degli intellettuali. Dove sono i nuovi Enrico Mattei nella classe imprenditoriale? Con questo non voglio dire che tutto ciò che han prodotto politicamente e industrialmente ha avuto un esito sempre positivo, e il nuovo “sacco di Roma” ad opera dei palazzinari nei due decenni a seguito della guerra è un memorabile esempio negativo della inettitudine e ingordigia di improvvisati politicanti e imprenditori in tutte le epoche. O il mancato (ancor oggi, purtroppo) sviluppo del nostro Meridione.
    Ma il nostro Paese era un deserto di macerie, materialmente e psicologicamente. Il cemento e i dollari degli alleati diedero linfa alla ricostruzione, non bastava solo l’impegno. E anche coloro che (come Nenni e Togliatti) storcevano il naso davanti agli yankee, strinsero loro la mano e contribuirono a portare a casa il pane per tutti!
    Oggi vediamo le opposizioni che fanno melina e critiche sul MES. Opposizioni che, lasciatemelo dire, sono solo oppositori a prescindere. Figurine sbiadite di una politica subalterna al consenso e al nevrotico inseguimento del like sui social. Bell’esempio di potenziali futuri statisti!
    Non posso non inchinarmi davanti alla figura da te descritta di tuo nonno, di sicuro uomo di alti valori, che penso provenga da quella generazione che si rimboccò le maniche per risollevare il Paese dopo la guerra. E quindi, persona che avrà conosciuto lo spirito del sacrificio e della tolleranza; persona che, penso, diede un senso alle sue conoscenze per dare un contributo intellettuale di cui si aveva fame e necessità in quegli anni di ricostruzione. Appunto, sicuramente, uno dei tanti uomini di pensiero che, come l’artigiano con la sua opera, scolpì la nuova cultura a venire, ma che in questi ultimi trent’anni altri hanno incessantemente cercato di affondare.
    Così come non posso giustificare i molteplici balletti politico-sanitari dei vari presidenti delle regioni, che, sentendosi come degli imperatori, ad ogni alzata mattutina nel pieno della pandemia, dettavano protocolli da seguire (spesso in contrasto con i dettami sanitari) per poi smentirli il giorno dopo. Questa è l’odierna politica che ci meritiamo, questi saranno gli uomini che ci guideranno nella nuova ripresa, spero non solo economica, ma anche sociale. Nel frattempo, tutta questa gente in giro, senza mascherine, riluttanti al distanziamento, che affollano pub e locali vari, mi fa venire il dubbio che la futura fase4 dovrà attendere un bel po’.

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