Foga iconoclasta e una lampadina (fulminata) a illuminarci

Non nego di poter comprendere il senso di rabbia e frustrazione davanti a statue che incarnano l’essenza stessa della discriminazione, dell’oppressione e degli abusi subiti per secoli da  milioni e milioni di persone, semplicemente in virtù di qualcosa che la natura stessa vuole che esista:  un colore della pelle diverso.
E non nego che questa frustrazione possa risultare ancora più difficile da gestire, se quei monumenti si ergono, in mezzo a piazze e strade delle varie cittadine, con l’intento originario meramente celebrativo nei confronti di uomini che sono stati corresponsabili dell’idea abominevole per cui esiste un mondo a misura di una parte dell’umanità, i bianchi, mentre gli altri sono ospiti inattesi a cui tocca adattarsi e trovare il modo di convivere con i nostri privilegi da “bianchi”.

In questi giorni i miei sentimenti sono stati contraddittori di fronte a questa foga iconoclasta (in alcuni casi palesemente portata all’eccesso). Anche perché quelle immagini di statue distrutte e, quindi, di un pezzo di storia, seppure oscura  e vergognosa, che si intende quasi cancellare dalla propria vista, hanno portato  per un attimo la mia mente (incredibilmente, inconsciamente e quasi irrazionalmente) a creare un (tirato, lo so!) parallelismo fra quelle scene e i bombardamenti nazisti sui luoghi di cultura delle città italiane, posti in essere allo scopo di annullarne le radici culturali- il ventre di un popolo!-, o ancora i fotogrammi degli appartenenti all’ISIS mentre abbattevano statue e distruggevano monumenti simbolo di cultura, visioni del mondo e religioni diverse dalla loro idea (estremista e inconcepibile) del mondo e della vita. 
Non sto delineando un paragone fra questi episodi, in quanto l’azione di chi protesta in questi giorni ha un nobile intento e si muove dalla parte giusta della storia. Quindi, lungi da me creare sovrapposizioni di sorta fra gli episodi richiamati. 
Ma una statua che crolla, come la storia ci ha insegnato accadere frequentemente anche alla fine delle varie dittature, a simboleggiare giustamente la riconquistata libertà e l’affermazione chiara e urlata (!) della sua riconquista, non sempre riesce ad esprimere quel senso di giusta riappropriazione della propria libertà e ancora più difficilmente riesce a farlo se interviene in un momento in cui la consapevolezza della propria giusta lotta dovrebbe mettere da parte la foga distruttiva e porre al centro uno spirito meramente costruttivo. 

E questo, a mio parere, dovrebbe essere il momento della “foga costruttiva”, il momento in cui si combatte l’arte celebrativa di un atteggiamento sbagliato del mondo (e, seppure non condiviso, a lungo avallato col silenzio – colpevole – dei più!) con l’arte rappresentativa della parte giusta della storia. 
Le proposte di Banksy, che da artista ha rispetto per l’arte altrui (sempre!), potrebbero essere un buon punto di partenza: inglobare le statue (originariamente) celebrative di personaggi storici corresponsabili dello schiavismo e del razzismo in nuove installazioni artistiche, che facciano emergere il senso della lotta portata avanti nei secoli per affermare la vera uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge e al mondo.

Poi, l’altra sera, mi è capitato di vedere un nuovo episodio di “Designated Survivor” in cui si dibatteva in merito allo spostamento o all’eventuale rimozione della statua di un personaggio storico che aveva avallato, secoli prima, il sistema della schiavitù negli Stati Uniti d’America. Un dibattito pienamente attuale, seppure l’episodio risalga a un paio di anni fa.

“Designated Survivor”, episodio 3 – stagione 2
Frase pronunciata dal
Reverendo Dale, interpellato dal governo per esprimere la propria opinione
sulla permanenza o meno della statua, oggetto di acceso dibattito, in una delle vie principali della sua città

Di fronte alle parole del Reverendo Dale, mi sono fermata. E mi sono resa conto di quanto fosse sensato quel ragionamento, in altre sedi appesantito da mille orpelli argomentativi, ma qui riproposto da un personaggio di fantasia (uscito dalla mirabile penna dei coautori di una serie di Netflix) con parole semplici, nette e incisive.

Riflettendo su quelle parole, mi è venuto in mente il racconto che, anni fa, mi fece mia madre, mentre la aggiornavo sulle minuzie della mia giornata e le raccontavo che mi sarei portata dietro, mettendola nella borsa, la lampadina che mi si era fulminata in una delle stanze di casa, con l’intento di comprarne una identica, mostrandola al ferramenta.
Ricordo che mia madre si mise a ridere e mi raccontò che quasi un secolo prima una signora, all’epoca giovane e con famiglia a carico, si trovava in difficoltà economica: era l’Italia in cui la miseria non era nascosta negli antri bui delle città, ma faceva platealmente mostra di sé per quanto fosse diffusa e radicata nella maggior parte della popolazione.
Per dare da mangiare ai suoi figli, ché il poco guadagnato dal marito non bastava, pensò bene di concentrare tutti gli sforzi della famiglia nell’attività di allevamento, ché già possedevano qualche animale e sarebbe stato utile aumentarne il numero. Così, ingenuamente, chiese a un ricco possidente terriero della zona se le potesse permettere il passaggio con il proprio gregge in un lembo di terra infinitesimale in cui si allungava il suo immenso latifondo, poiché se, al contrario, avesse dovuto “circumnavigarlo”, i normali movimenti delle sue pecore ne sarebbero stati fortemente ostacolati. Il ricco possidente terriero, ascoltata la richiesta, le disse che era una brava madre e una brava moglie, oltre che una persona onesta perché era andata a chiedere il permesso per fare qualcosa di cui altri si sarebbero avvantaggiati in silenzio. Eppure non le diede il permesso.
Quello stesso giorno, la banca, a cui si era rivolta per chiedere un piccolo prestito per l’acquisto di nuovo bestiame, glielo aveva rifiutato. E sempre in quella giornata, poiché i guai, quando arrivano, arrivano tutti assieme, le si fulminò perfino la lampadina in casa.
Ed ecco che torna la lampadina.
La svitò, la mise nella carta del pane e la conservò in borsa.
Decenni e decenni dopo, una bambina dagli occhi grandi, azzurri e vispi, mentre rimestava nella borsa della nonna, la trovò e chiese come mai ci fosse una vecchia e brutta lampadina in quella borsa così bella. La nonna, che ormai viveva in una condizione agiata e godeva di una forte sicurezza economica, ché la povertà era ormai un brutto ricordo radicato negli anni a cavallo tra le guerre, le disse che era un MONITO: il ricordo del giorno in cui aveva cercato aiuto per sfamare i suoi figli e non l’aveva ricevuto. E proprio quel giorno promise a se stessa che ce l’avrebbe fatta, che avrebbe lavorato notte e giorno per sfamare la sua famiglia e garantire loro sempre un tetto sulla testa. Mantenne la promessa e i suoi figli ebbero perfino la possibilità di studiare e sfruttare l’ascensore sociale di un’Italia in crescita.
Ma, quella lampadina, la tenne sempre con sé come promemoria del fatto che la vita può essere ingiusta e che, anche quando finalmente sta dalla tua parte e hai la possibilità di dormire e svegliarti con sguardo sereno, non devi dimenticare tutto quello in mezzo a cui sei passato. Perché il ricordo del tuo passato è la base del tuo presente e la forza motrice del tuo futuro.
E talvolta quest’esercizio di memoria necessita di elementi simbolici e materiali a cui aggrapparsi.

Mi è venuta in mente questa storia, mentre ascoltavo le parole del Reverendo Dale, e, pur nel contrasto morale che si agita in me di fronte alle scene di statue abbattute, da un lato, e di giusta lotta a difesa di sacrosanti diritti civili, di diritti umani inalienabili, dall’altro, mi sono detta: perché eliminare un simbolo di bruttura, quando potremmo usarlo come monito? Come abbiamo imparato ad usare, ad esempio , il campo di concentramento di Auschwitz: monito della folle malvagità umana.
Se cancelli i simboli di un passato doloroso è un attimo e quel passato è come se non ci fosse mai stato. Da lì alla riproposizione dei medesimi brutali errori, perché non se ne ricorda la gravità, il passo è breve!

Quella vecchia signora, che teneva la lampadina in borsa e che ora riposa in pace, lo sapeva. E di questa consapevolezza ne ha fatto tesoro, anche quando alla morte del ricco possidente terriero si recò al cimitero per un saluto e, mentre si allontanava dalla tomba, stringendo in mano la lampadina, gli disse: “Non Le serbo rancore, perché la Sua indifferenza al dolore altrui mi ha aiutata a riuscire nella vita e mi ha insegnato il tipo di persona che non avrei mai voluto essere. Adesso riposi in pace, semmai, dove sicuramente si troverà, Le sarà concesso.

Italia, 14 giugno 2020

3 pensieri riguardo “Foga iconoclasta e una lampadina (fulminata) a illuminarci

  1. Ecco un mirabile esempio di realismo e sguardo futuro. La concretezza caratteriale e lo spunto ad una rivalsa sociale della madre in difficoltà fa il paio con chi, politicamente e socialmente cerca di dare basi solide e democratiche al proprio territorio. Si sa che in genere le masse incattivite sono irrazionali, non hanno un cervello plastico, in quanto, soprattutto dopo che il fuoco sotto la cenere è stato un continuo gioco di abusi e discriminazioni, scoppia l’insofferenza e la rabbia repressa; né le si può facilmente incanalare verso un tragitto di razionale confronto. In ogni tempo i movimenti spontanei di protesta hanno sempre avuto la caratteristica naturale del cancellare un passato inaccettato, hanno quasi sempre fatto “cadere” i simboli della propria sudditanza. È un tragico, ma inevitabile insegnamento della storia, oltre che una “naturale” conseguenza fisica della protesta. Ma il punto è non girarci attorno. Sono d’accordo che un simbolo può essere visto sotto molti aspetti (come vittoria o come repressione, dipende dallo sguardo di chi lo ammira), ma è anche vero che, in quanto simbolo, appartiene a chi lo ha posto in essere, tutti gli altri sono solo e semplicemente dei soggetti passivi. Lungi da me condividere azioni brutali, ma la Storia è quella che è, ci insegna ad essere previdenti e razionali, ci aiuta a ricordare che gli errori del passato con facilità si possono riproporre. Ma la Storia ci induce pure, se letta con la mente farcita di false ideologie e di cultura sommaria e superficiale, ad avallare la superbia e l’incoscienza di quanti se ne vogliono servire per giustificare i loro atti non certo affini con un sano principio democratico. E ancor peggio (oggi più di ieri!) quando, avendo la fortuna e il privilegio, nonché l’onere (!), di guidare un Paese, non tenendo conto che la società è variegata e multistrato, non considerando che il cittadino è un interlocutore e non un suddito, non riuscendo a capire la miriade di problemi che attraversano le maglie strettissime della popolazione, con facilità ci si può trovare impantanato nello stesso fango da se stesso prodotto. Come non pensare all’attuale presidente statunitense, il quale in questi anni ha continuamente cercato il nemico dappertutto e in ogni contesto, come si fa con il ddt in mano alla ricerca di un qualche scarafaggio. Un uomo che, giunto all’apice di una grande e importante nazione, ha dato dimostrazione di incapacità dialettica, totale mancanza di empatia, riluttanza ad ogni confronto sociale, interesse esclusivo al lato monetario della gestione governativa. Con questi presupposti (e con il totale appoggio politico, dialettico e fisico dei cosiddetti “suprematisti bianchi” di ogni ordine e grado) era inevitabile un’escalation di violenza popolare come quella vista in questi giorni negli USA. Chi governa non può essere miope, né superbo, non può essere sempre dalla parte della ragione, non può condizionare i cittadini alla sudditanza, né alla passività. Chi governa ha l’immane compito di dover essere, prima che un buon oratore, un eccellente ascoltatore. La Storia (e mi scuso se insisto) ci ha insegnato che le ottusità al potere prima o poi sprofondano in un triste declino. E la tragedia ancora più grande è che a pagare tutto ciò è solo la cittadinanza, nel bene e nel male! La caduta di una statua per noi che lo leggiamo su un libro o su un giornale ci fa impallidire e preoccupare, per chi l’ha tirata giù (per quanto inaccettabile!) lo fa sentire libero e sgravato di un peso storico enorme! Sta poi nella personale coscienza di ognuno di noi orientare i propri gesti e le proprie attività con un razionale sguardo al futuro, che, al costo di sacrificio e (spesso) abnegazione, ci porti verso obiettivi positivi. E la signora con la vecchia lampadina nella borsa ha dato suprema lezione di ciò!

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    1. È vero, è facile parlare non essendo nei panni (difficili) di chi , come gesto estremo, tira giù la statua. E il senso di liberazione del peso storico enorme di abusi e ingiustizie concentrato in quella statua è qualcosa che “a distanza” non si può assolutamente neanche immaginare. E concordo con il fatto che il simbolo può continuare a mantenere nel tempo, finché resta, il suo significato originario ancora e ancora e ancora nella mente di molti (che, in un certo senso, sembrano sentirsi quasi legittimati da quella statua nelle loro idee becere!), mentre altri si lambiccano il cervello per trovare un modo che riesca a “non cancellare” quel simbolo del passato, ma a mantenerne vivo nella memoria tutto il brutto e l’ingiusto che esso ha rappresentato. E so che non esiste un “manuale della rivolta politicamente corretta” o un “manuale della rivolta gentile”: la rivolta è dura e sanguinosa, spesso.
      Però la Storia ci ha insegnato che se non si usa il nobile strumento della razionalità, le rivolte, una volta portate all’estremo, è come se , pur non volendo, facessero fare un giro in tondo agli ideali che portano avanti , per riunire l’estremo opposto della corda che hanno tirato fino a quel momento al punto d’origine, sovrapponendolo con il capo da cui si è partiti. E così incredibilmente si torna , se non totalmente, quasi al punto di partenza!
      So che il mio é un ragionamento razionale che può fare solo chi “vive sicuro nella sua tiepida casa”, però se , in talune circostanze , le menti più razionali che operano come punti di riferimento nelle rivolte avessero tenuto in conto questo piccolo particolare e avessero usato la loro capacità di guida della lotta per rendere tutti consapevoli dei rischi nefasti della rivolta sfociata negli eccessi, forse oggi avremmo qualche conquista in più…sì, probabilmente assieme a qualche vecchia statua , espressione di un periodo oscuro della storia , in più. Però quel periodo , forse, lo si sarebbe definitivamente superato.
      Ferme restando le mie riflessioni, considerata la delicatezza dell’argomento e anche il conflitto che continua ad albergare nella mia mente riguardo a questa rabbia iconoclasta, capisco benissimo il tuo punto di vista e per tanta parte lo condivido.
      È il classico caso di idee affini a cui si danno vesti diverse 😊 È la bellezza del confronto, quando le opinioni degli interlocutori vengono ben argomentate: è il confronto civile che arricchisce tutti e ciascuno ☺️✊🏻

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      1. Confronto civile che nel nostro Paese in alcune occasioni, anche gravissime, portò dei frutti positivi inaspettati, anche ad opera di soggetti politici di dubbia moralità. Il bello del civile argomentare è che, fermo restando i posti limiti dei paletti di un qualsivoglia ideale, si può avere la forza (volontà, direi) e il rispetto di varcare i confini della comprensione reciproca, per continuare il cammino su uno stesso, a volte stretto e periglioso, sentiero, 😊

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