Sfortunato chi chiude gli occhi davanti a ciò che è palese. Il sottile gioco degli artifici retorici.


Mattina di giovedì 11 giugno. Rapida rassegna stampa personale. Mi imbatto in un articolo, pubblicato su una testata giornalistica orientata a destra: ché, pur se con una necessaria forte dose di autocontrollo e facendo nobile esercizio di tolleranza – talvolta, anche di fronte a immense castronerie, che pensi: “ma davvero l’hanno scritto?” -, è giusto scoprire il punto di vista di chi la pensa diversamente da te. È l’essenza della democrazia: conoscere il punto di vista altrui e confrontarsi.

Dicevo dell’articolo. Si tratta di un’intervista allo zio di Pamela M., la ragazza che, dopo essersi allontanata dalla comunità presso cui era in cura per fronteggiare le sue problematiche collegate al complicato mondo della tossicodipendenza, venne uccisa barbaramente. Della sua morte vennero accusati alcuni immigrati nigeriani e, dalle notizie che successivamente qui e là ho avuto occasione di leggere, almeno uno fra gli indagati (poi divenuto imputato), appartenenti al gruppo di persone che bazzicava gli ambienti dello spaccio e del traffico di droga, con cui per sventura la povera Pamela aveva avuto in sorte di incrociare la propria vita, è stato condannato.

Leggo l’intervista nel pieno rispetto del dolore (immenso e senza fine) di chi ha visto una giovane nipote, già in difficoltà nel barcamenarsi nella vita, tanto da aver desiderato per lei un futuro migliore, attraverso il percorso di recupero all’interno di una comunità, che la ragazza stava seguendo; una giovane donna che, incredibilmente (sic!), si allontanò dalla comunità e il cui allontanamento- dalle notizie che ricordo, non so se confermate, poi, a livello processuale – venne denunciato con un certo ritardo (forse nella speranza che tutto passasse in sordina); una ragazza che, nei moti imprevedibili dell’anima, sembrerebbe essersi fidata delle persone sbagliate, dedite allo spaccio, e che – lo preciso! – solo incidentalmente risultarono essere persone “di colore”, come le definisce lo zio della povera Pamela.

Dico “incidentalmente”, in quanto di italiani , bianchi come lenzuola, dediti allo spaccio e invischiati nel traffico di sostanze stupefacenti ce ne sono a iosa; così come accade per le persone di etnia diversa che, da poco o da molto, vivono in Italia.
La capacità criminale, diciamolo pure, è molto democratica: non distingue fra censo, sesso, “razza” (rectius, origine etnica), religione. Così come il senso di giustizia e di legalità. Non esiste il primato di un’etnia sull’altra, né in un campo, né nell’altro.
Tanta parte, nello sviluppo del senso di legalità o nella capacità criminale, la fanno l’ambiente in cui si vive, le condizioni economico-sociali, l’educazione e l’istruzione ricevuta, le risorse a sostegno di chi si trova in difficoltà e le azioni a tutela di chi resta (incolpevolmente) indietro da parte del sistema giuridico-politico-sociale, quale è emerso e si è radicato attraverso il patto fra i consociati posto alla base della società in cui ci si muove. Insomma, le variabili da prendere in considerazione sono sostanzialmente infinite altre.

Lasciando da parte un discorso che richiederebbe un’analisi ben più complessa di quella che si può racchiudere in poche righe, torniamo, quindi, all’articolo che ieri mattina ha destato la mia attenzione.
Leggo l’intervista e mi sembra di ricevere un pugno in faccia, quando vedo scaraventata sulle pagine di un giornale la vicenda di quella povera ragazza a confronto con le recenti giuste e sacrosante proteste per l’uccisione di George Floyd.
Dice lo zio – avvocato, lo zio! , utilizzando uno stilema retorico, che fa dubitare circa la sua onestà intellettuale, e ricordando la nipote con una manifestazione, a favore di servizio fotografico (e/o di social), che è consistita nell’inginocchiarsi davanti alla palazzina in cui fu orribilmente trucidata quella giovane ragazza: Pamela , che doveva ancora scendere a patti con la vita e imparare che, dagli errori e dai piccoli e grandi inciampi , la vita stessa – se ti impegni e se lotti – può portarti in dono la possibilità di un riscatto e di un futuro migliore (insegnamento di vita che tragicamente le è stato strappato via, assieme alla sua, di vita); dice lo zio, sfruttando appositamente un gesto a cui in questi giorni ci hanno abituato le proteste contro la brutalità della polizia americana, soprattutto – ma non solo – nei confronti degli afroamericani, “che sarebbe bello arrivasse il giorno in cui “all lives matter”“.
E qui mi blocco.
Il resto dell’intervista si basa sul fatto che non ci fu una “sollevazione popolare” per la terribile morte della nipote per mano di immigrati “di colore”; che alcune vite conterebbero di più in virtù di convenienze politiche; che la vicenda di sua nipote sta sempre più diventando un caso di verità processuale lontana o comunque non pienamente sovrapponibile alla verità storica; che la vicenda di sua nipote passò sotto silenzio – a suo parere – in quanto, essendo i colpevoli esclusivamente degli immigrati “di colore”, in quella storia sarebbero stati tirati in ballo troppi interessi politici legati all’immigrazione et similia.

Non voglio tornare sulle parole dell’avvocato, zio di Pamela, oltre che militante e simpatizzante di un partito di destra, per evidenziare che, in quelle settimane in cui venne fuori la storia della sua bella (come solo l’essenza della gioventù sa rendere tutti gli adolescenti) e giovane nipote, ci fu un moto di orrore e di vicinanza alla famiglia della ragazza; che alcuni scalmanati politicanti di destra sfruttarono a piene mani la vicenda di quella povera ragazza, spostando l’attenzione dal problema di una gioventù fragile di cui tutti siamo corresponsabili e di un sistema socio-politico-economico che non sa realmente prendersene cura, oltre che dal reale problema della criminalità organizzata (anche e soprattutto italiana) che fa “big money” con il traffico di droga, sul problema dell’immigrazione e della “mafia nigeriana” (quasi come se , incredibilmente, in Italia esistesse una mafia nigeriana avulsa dal contesto di associazioni a delinquere di stampo mafioso con radicamento e origine italica: mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita!) ; che quegli stessi politicanti di destra, in un periodo storico in cui il peso della crisi economica era già presente (e da diversi anni), soffiarono sul fuoco della lotta dei penultimi contro gli ultimi, (consapevolmente o inconsapevolmente?) aizzando le folle ad un atteggiamento razzista e discriminatorio, e mettendo poi a frutto – elettoralmente parlando – quel clima di intolleranza e insofferenza, avallato ad hoc. Non voglio neanche evidenziare, da ultimo, che come esito di quel clima di follia generalizzata, un uomo, anche lui giovane, militante in un’area politica di destra, prese in mano un fucile e uscì di casa per sparare, come se praticasse il tiro al bersaglio, contro qualunque “nero” gli capitasse a portata di sparo, per vendicare Pamela – sostenne il giovane – e terminando la sua sceneggiata avvolgendosi nel tricolore: bandiera verde, bianca e rossa, che in quel momento piangeva di vergogna per quell’italiano che stava agendo in nome di un’Italia di cui non conosceva la vera essenza, racchiusa nella carta costituzionale.
Non dirò tutto questo, perché sarebbe superfluo.

Nè dirò che hanno una loro ragion d’essere profonda le proteste di questi giorni contro la brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani e , in generale , contro il serpeggiante atteggiamento discriminatorio e razzista che impregna di sè i più disparati campi della vita sociale e politico-economica nei confronti di chi ha un colore di pelle di una sfumatura leggermente diversa da quella bianco-rosata.
Perché l’idea di fondo che esista un mondo a misura di bianco e che “gli altri” siano ospiti inattesi, che devono trovare il modo di convivere con i nostri privilegi da “bianchi”, è un abominio.
Era un abominio durante la schiavitù, praticata convintamente e a lungo negli Stati Uniti d’America e difesa pervicacemente dagli Stati Confederati d’America durante la Guerra di secessione, e che ha visto flotte di africani trascinati nel “nuovo mondo” semplicemente per essere sfruttatati e abusati come se non fossero degni di una vita felice e giusta; era un abominio durante la strage di Tusla del 1921; era un abominio ai tempi di Martin Luther King. È un abominio oggi, che, nonostante tutte le conquiste in fatto di diritti civili e uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge e al mondo, continuiamo a imbatterci in episodi di violenza a sfondo razziale, anche brutale, e maggiormente inaccettabili se provenienti da appartenenti alle forze dell’ordine (che dovrebbero agire come braccio operativo nella gestione della pace sociale: e la pace sociale deve essere patrimonio di tutti, nessuno escluso!); oggi, che continuiamo a dover fare i conti con episodi di insofferenza derivanti da qualcosa che la natura stessa vuole che esista, ossia un semplice colore di pelle diverso: solo questo; oggi, che vediamo ancora episodi di sfruttamento degli immigrati, non solo africani ma anche asiatici (indiani, cingalesi, ecc.), nei non-luoghi di lavoro (nelle nostre campagne meridionali, come nelle nostre fabbriche o fattorie del nord Italia), dove all’abuso del datore di lavoro, che può essere tranquillamente diretto anche nei confronti di un italiano dalla pelle candida (e ce ne sono a bizzeffe che subiscono e spesso in silenzio, purtroppo!), si aggiunge la stizza per il fatto che lo straniero dal colore di pelle diverso deve lavorare, ricevere poco e niente e stare zitto, chè non gli compete parlare, in quanto considerato alla stregua di una bestia da soma.
È la novella schiavitù serpeggiante nel nostro bel mondo 4.0.

Quel “black lives matter”, slogan delle proteste di questi giorni (come di qualche anno addietro), discende da una lucida consapevolezza: la consapevolezza che per troppo tempo il mondo intero, così vario, così eterogeneo, così complesso (e per questo così bello!), sembra essere stato costruito e modellato solo a misura di una parte del tutto. A misura nostra, di noi che viviamo in un occidente agiato (pur con tutte le crisi economiche e le sacche di povertà che imperversano) e governato a vari livelli per lo più da bianchi. È questa consapevolezza che porta a dire “black lives matter”. Che nulla toglie al fatto che tutte le vite, di bianchi, rossi, gialli, neri, contino! È uno slogan alla base di una manifestazione che ti dovrebbe portare a dire: è giusto che le vite di tutti contino allo stesso modo e – va da sé! – anche e soprattutto quelle di chi per il colore della pelle diverso dal mio ha subito soprusi e abusi razziali.
Questo è il senso di quel messaggio.
Non è una parte che annulla il tutto: è una parte di quel tutto.
È una parte che avalla quel tutto.

Ed è per questo che l’artificio retorico sfruttato dallo zio della giovane ragazza, qualche anno addietro sottratta alla vita con brutalità, lascia l’amaro in bocca.
La domanda che nella giornata di ieri mi è ronzata in testa è stata questa: perché l’ha fatto?

Il dolore è, purtroppo, un viaggio senza fine. E il dolore per la perdita, in un modo così inaccettabile e barbaro, di chi incarnava la bella, per quanto complicata, gioventù della propria famiglia è qualcosa che ti entra nelle ossa e diventa compagno della tua vita. Compagno tanto invitato, perché è il filo che continua a tenere fermo il legame con quella vita stroncata, quanto invadente, perché è il promemoria dell’imprevedibilità della vita, che tutto può: anche sconvolgere, da un momento all’altro e inaspettatamente, il senso stesso di un’esistenza. E io rispetto il dolore di questo zio.
Rispetto anche l’eventuale rabbia per un processo – di cui non conosco gli atti e su cui , quindi, non mi pronuncio – che, a parere dei familiari, non sembra riuscire ad allargare l’occhio di bue della giustizia per illuminare tutto quello che si ritiene sia stato concausa della morte tragica di una giovane, giovanissima donna.
E posso anche comprendere il desiderio di attirare, in un modo o nell’altro, l’attenzione della società, della pubblica opinione su un dolore che , a torto o a ragione, si ritiene di vedere non pienamente rispettato da chi, per fare trovare pace a quel dolore, sarebbe dovuto intervenire in modo più mirato ed efficiente.
Se fosse così – e io non ho la possibilità di saperlo-, potrei anche comprendere la frustrazione di questo zio. Come di chiunque si ritrovi a chiedere giustizia e a non vederla pienamente soddisfatta.

Ma non riesco ad accettare che si perseveri nel contrapporre i penultimi agli ultimi, che si sfrutti una manifestazione di protesta sacrosanta per avallare l’idea che sia una protesta di parte, volta a lasciare scoperti “gli altri” che avrebbero pari dignità di essere al centro di proteste e reazioni sociali. Perché questo è il vecchio trucco di chi vuole mettere tutto nello stesso calderone, affinché in esso si crei un’amalgama tale da rendere impossibile trovare il bandolo della matassa attraverso cui lasciarsi guidare per scorgere, inventare, costruire, immaginare dei percorsi: siano essi nuovi, reinventati, ripresi, “riciclati”, ma, sopra ogni cosa, i più adatti per la risoluzione di problemi fra loro differenti.

Come diceva Don Milani non esiste ingiustizia più grande che fare parti uguali fra diseguali. E se è ovvio e sacrosanto che ogni vita conta come quella di chiunque altro, io aggiungo che non esiste ingiustizia più grande che sottacere il problema specifico di taluni per elevarlo a problema generale di tutti. Perché è facile che quel “problema di tutti” si trasformi, d’un tratto , nel problema di nessuno. Che “tutto va ben, madama la marchesa”!

Tutte le vite contano. Ma non tutte le vite ricevono le stesse ingiustizie. E non tutte le vite ricevono quelle ingiustizie per secoli, sulla base di una loro caratteristica intrinseca e naturale: il colore della pelle.

Black lives matter … because all lives matter.
Questa seconda parte della frase era sottintesa, ma lo era in modo palese.
Sfortunato chi chiude gli occhi davanti a ciò che è palese.

Italia, 12 giugno 2020

ph. arialmac

2 pensieri riguardo “Sfortunato chi chiude gli occhi davanti a ciò che è palese. Il sottile gioco degli artifici retorici.

  1. Il nostro Paese, così come la maggior parte dei Paese guidati da “visi pallidi”, non è nuovo a questo tipo di atteggiamento. E’ il classico modo per soffiare sul fuoco dell’imbarbarimento, del condizionamento di massa, del lucido e strategico opportunismo politico “ideologico” di quanti, con poco sforzo e molta viltà, tengono la posta alta delle problematiche sociali, fingendo (sapendo di farlo!) che tutto il male viene solo da chi non si può difendere. E’ facile speculare sul prossimo, soprattutto quando l’altro è un diverso (di colore, di sesso, di classe sociale); è facile puntare il dito verso chi non ha difese. E’ facile inzuppare il pane dentro i veleni che in ogni società serpeggiano. Mi viene in mente “Rosso Malpelo” del Verga, novella di un giovane ragazzo dai capelli rossi, e per tale motivo (i capelli, appunto) emarginato e deriso, e, causa questa, di carattere scorbutico e irascibile. Un romanzo basato, oltre che sulla povertà e la miseria dei lavoratori (sfruttati e malpagati) delle cave del tempo, anche su pregiudizi popolari che animavano le classi meno abbienti. Pregiudizi che abitavano gli animi del povero sul poverissimo, dello sfruttatore sullo sfruttato. Non so quanto possa essere cambiato oggi nelle menti dei nostri concittadini. Non so se da quel fine ‘800 ad oggi siamo riusciti a diventare esseri superiori (culturalmente e psicologicamente) riguardo ai pregiudizi che affollano le idee più balzane. Fatto sta che, non contenti di come sia andata a finire l’avventura sguaiata e distruttiva dell’uomo solo al comando del ventennio fra le due guerre, e con tutto il sacrosanto principio democratico e tollerante che posso esprimere, ancora oggi esistono testate giornalistiche e televisive, nonché profili sui media sociali, che sul pregiudizio ci campano e fanno campare i loro sostenitori politici. Perché di soldi si tratta, così come l’antico barone tendeva a tener divisi e far figli e figliastri fra i suoi contadini, così oggi, si cerca di speculare sulla miseria degli ultimi per mantenersi carriere politiche, ruoli dirigenziali nel pubblico come nel privato, visibilità ovunque e comunque. “Dividi et impera”, diceva un vecchio adagio, sempre attuale e sempre più vivo. Nei periodi di crisi, il vento dell’intolleranza, che soffia non solo sull’ignoranza (falsa)di chi lo alimenta e (spesso reale) di chi lo riceve, diventa veicolo di abbrutimento sociale e contrasti orizzontali nell’ambito delle classi più deboli. Non dimentichiamoci che nel nostro beneamato Paese siamo stati razzisti per legge! Dopo quasi vent’anni di lavaggio del cervello, il sig. M. e i suoi sottoposti, hanno trovato il momento giusto per creare una legge che di fatto ha reso ufficiale l’intolleranza e il pregiudizio. Cose di cui ancora oggi, passati circa 80 anni, abbiamo l’odore addosso. Così come i cartelli alle porte dei piemontesi o dei lombardi con la scritta “non si affitta a cani e calabresi” degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso; così come i nostri concittadini del Sud venivano ipersfruttati nelle fabbriche dei “signur” e fatti abitare in dieci o più in delle stamberghe, e di come oggi i figli e i nipoti di quella generazione vota partiti che fino a ieri li chiamava “terroni”. Ma di soldi si tratta, come dicevo sopra, solo e semplicemente di denaro. Il padrone della cava sfruttava Rosso Malpelo (e tutti gli altri operai) per il dio denaro, oggi si mescola dentro il secchio dell’intolleranza per lo stesso e infimo fine. Mantenere un corretto e onesto giudizio politico, o ideologico, è faticoso. Bisogna studiare, spiegare, confrontarsi, dare soluzioni reali e soddisfacenti. Appellarsi all’insano detto “faccio come volontà popolare detta” è un dribblare su un terreno pieno di falsità e opportunismo, scivolando inevitabilmente sul semplicismo, fonte primaria di disgrazie politiche di cui il mondo ne ha piene le tasche.

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