UNA STORIA DI TERRAZZE E DI VITA. Di quell’anziana signora dallo sguardo gentile

Le onde bianche dei capelli, tenute in ordine da qualche forcina appuntata qui e là. Gli occhi azzurri e pieni. Il viso dolce e solare, solcato dai segni di un tempo che, nel bene e nel male, le aveva visto attraversare gran parte della sua vita. Le vesti ben stirate e mai di colori accesi: di solito variavano dal grigio al blu, per virare talvolta sul verde tenue o sul viola. Nelle giornate più fredde d’inverno si concedeva, però, il rosso scuro di un cardigan di lana pesante.

Ogni mattina, puntualmente, si sentiva il cigolare delle ante del balcone e delle finestre del suo appartamento che dava sulla strada: sorgeva il sole e lei era pronta ad accoglierlo in quelle due stanze che ne attendevano la luce. La camera da letto e il salone. Il resto della casa dava sull’atrio interno del palazzo e non era quello, il primo mattino, il momento della giornata in cui il sole poteva illuminare i mobili e i pavimenti delle altre stanze: avrebbero dovuto attendere il primo pomeriggio per accogliere il chiarore della bella luce solare in quella città che viveva di sole e di mare.

Ogni mattina, dopo aver aperto le ante verde bosco di balcone e finestre, si affacciava al terrazzino della camera da letto, appoggiava le braccia sulla ringhiera di cemento e osservava per qualche minuto la strada, mentre l’aria fresca mattutina investiva i muri tinti di giallo ocra della stanza che fino a quel momento aveva accolto i suoi sogni. E si sa, i sogni di chi si ritrova, dopo una vita intera, ad affrontare solitaria l’ultimo tratto di strada sono sogni di un passato che bussa alle porte per rasserenare il presente. Lasciava le ante di balcone e finestre aperte e poi la si vedeva tornare nella camera da letto; togliere lenzuola e coperte dal suo letto matrimoniale, con la testata in ferro battuto e con al centro una decorazione dai colori tenui. Sistemava il letto con una calma serena e facendo attenzione a non lasciare grinze, una volta tirate le coperte. Poi, tornava per qualche altro minuto sul balcone e guardava il cielo, gli alberi presenti lungo la strada, qualcuno che in quelle prime ore della mattina camminava trafelato per raggiungere la fermata del bus di fronte alla chiesa vicina e gli altri che si attardavano sul marciapiede, mentre portavano a spasso il cane.

Era un piccolo rito mattutino, che cadenzava le sue giornate e non c’era giorno di sole che non la vedesse affacciata a quel piccolo balcone per accogliere quel nuovo pezzo di tempo che il sorgere del sole le aveva portato in dono. Accadeva di non vederla affacciata solo nei giorni di pioggia battente, ché dalla pioggerellina, invece, non si faceva scoraggiare, nonostante l’età.
Rientrava, poi, in casa; lasciava le ante verdi aperte e chiudeva soltanto i vetri di balcone e finestre, adornati con graziose tende, che cambiava di volta in volta, avendo tutte, però, sempre ricami floreali e dalle chiare sfumature pastello.

Buona parte del resto della sua giornata diventava un piccolo mistero vissuto nelle belle mura, solcate di tempo e ricordi, della sua casa al secondo piano di quel vecchio palazzo ben tenuto e tinteggiato di grigio chiaro, con decori floreali di un grigio che virava quasi al bianco, a segnare le linee divisorie dei singoli piani dell’edificio.
Tre giorni a settimana, verso metà mattinata, di solito si vedeva una giovane ragazza filippina, dai lunghi capelli neri, dagli occhi scuri ma incredibilmente brillanti e dai lineamenti dolci del viso, che apriva i vetri di balconi e finestre e la aiutava nelle pulizie della casa. Si sentiva la voce acuta, giovane e fresca della ragazza, che parlava un buon italiano con una leggera inflessione straniera, e con più difficoltà, dato il tono basso, si udiva la sua voce sottile e con i segni del tempo: parlavano della spesa da fare e delle commissioni che la ragazza avrebbe dovuto svolgere per lei nel corso del pomeriggio o nei giorni a seguire; talvolta si concentravano sui programmi a lungo termine della giovane. La ragazza ne parlava con entusiasmo e lei le regalava frasi di supporto e ripeteva come una cantilena: “Se hai bisogno di una mano, non chiedere ad altri; chiedi a me, che mi conosci e sai che ho buon cuore. Dell’aiuto di chi non conosci, guardati sempre. E se sei intenzionata ad accettarlo, parlane prima con i tuoi genitori o con me, che è come se fossi mia nipote”. Era sempre la stessa frase e di solito la pronunciava stando ferma, in piedi. La giovane filippina le rispondeva sempre di non preoccuparsi, che sapeva di poter contare su di lei.

Arrivava poi il tardo pomeriggio, in prossimità del tramonto, e a partire dalla primavera inoltrata e per tutta la durata dell’estate, dopo aver sistemato bene e con cura le forcine dei capelli candidi, affinché il vento non glieli scompigliasse, chiudeva la porta di casa alle sue spalle e percorreva le scale che separavano il piano in cui abitava dalla terrazza posta sul tetto del palazzo, in corrispondenza del suo appartamento. Quella grande terrazza era separata, tramite una griglia di legno adornata d’edera, dalla terrazza dell’attico accanto. Ed era in quelle ore vespertine che lei arrivava, poggiava tutto il peso del suo corpo sulle braccia incrociate sul bordo della ringhiera di cemento e attendeva che arrivasse la vicina dai capelli biondo platino, che viveva in quell’attico. Trascorrevano lì un’ora, a volte due, a parlare: lei, da un lato del divisorio di legno ed edera, e la vicina dai capelli biondo platino, dall’altro. Per lo più le folate di vento portavano in circolo il suono pungente della voce della signora dell’attico, ché la sua, di voce, invece, si sentiva poco e niente, ma si udiva la sua bella risata, aperta e gioviale: ché quelle chiacchierate con la vicina “su tutto e niente” le riempivano la mente e il cuore.
Soprattutto negli ultimi anni, poco prima che queste belle incursioni sul terrazzo del palazzo vedessero la fine, la sua voce era diventata quasi un sussurro e la sua camminata, dalla porta di accesso sul grande terrazzo fino alla ringhiera in prossimità del divisorio, era diventata sempre più lenta e affaticata.

Accadde che quelle incursioni di chiacchiere, sole al tramonto e risate, si interruppero. Si vedeva di tanto in tanto la giovane filippina, ormai un po’ più cresciuta in anni ed esperienze e la cui presenza in casa si era fatta più assidua, che, chiamata a gran voce dalla vicina dai capelli biondo platino, saliva sul terrazzo e prendeva in consegna qualche piatto dal buon profumo, destinato a colei che, della signora dell’attico, era stata compagna di dialoghi vespertini per anni.

La mattina, nonostante tutto, sistemati i capelli e indossata la veste ben stirata, continuava ad aprire il balcone e la finestra, ad affacciarsi dal terrazzino della camera da letto, a guardare i passanti per strada per qualche minuto; ma i minuti diventavano sempre più corti e lo sguardo pieno di vita e di luce iniziava ad essere meno aperto, come il sorriso che era solito carezzarle le labbra.

Alla fine a quel terrazzino non si affacciò più. Le ante, però, continuavano ad essere aperte, talvolta dalla giovane ragazza dai lunghi capelli neri, talaltra dalla vicina dai capelli biondo platino.

Finché una mattina di primavera, mentre il sole splendeva, i passanti attraversavano, chi di fretta e chi a passo lento, la strada alberata che per anni aveva ricevuto il suo saluto alle prime ore del mattino, le ante verde bosco del balcone e della finestra di quell’appartamento al secondo piano, del vecchio palazzo ben tenuto di quella città di sole e di mare, non si aprirono. E non accade neanche nei giorni e nei mesi a venire.
Non accadde più.

E fu come se quella strada, tutto ad un tratto, avesse perso la sua anima gentile, che ogni mattina, per anni, le aveva portato in dono un saluto e un sorriso gioviale.
Ne resta il ricordo, ad aleggiare sereno su quello scorcio di strada, incastonato in quel quartiere fatto di antichi palazzi pieni di storia, di storie e di vita, in quella città lambita dal mare, dal sole e dal vento, che sa di salsedine, di passato, di attesa e di futuro.

Illustrazione di Michelle Pas
“E fu come se quella strada, tutto ad un tratto, avesse perso la sua anima gentile, che ogni mattina, per anni, le aveva portato in dono un saluto e un sorriso gioviale.”

7 pensieri riguardo “UNA STORIA DI TERRAZZE E DI VITA. Di quell’anziana signora dallo sguardo gentile

  1. Leggere dell’anziana signora, dal viso dolce e solare e avere l’impressione di vederla mentre saluta ogni nuovo giorno affacciandosi dal piccolo balcone…merito e bravura indiscussa di chi scrive!

    Piace a 2 people

  2. E’ inevitabile che l’unione di due forze artistiche porti all’eccellenza. Il piacere profondo della delicata e lineare lettura diventa un insopprimibile senso di pacatezza e di antica nostalgia dentro il tratto di una artistica matita, dai dolci colori, che ottimamente fotografa il breve e raffinato racconto.

    Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: