2 giugno 1946 – 2 giugno 2020. Quando, d’un tratto, l’evoluzione darwiniana fece sciopero.

Giugno 1946

2 giugno 1946.
L’Italia, pur se malconcia, era da poco uscita dalla tragedia della seconda guerra mondiale e, assieme ad essa, dall’incubo della dittatura.
Era il momento delle macerie materiali ed emotive. La speranza e la gioia per una vita e una libertà ritrovata, da un lato, il dramma di un’economia insussistente e di un sistema politico-istituzionale frantumato e tutto da ripensare, dall’altro.
Quel 2 giugno si iniziò con un primo grande passo: il Referendum “Repubblica vs Monarchia”. Gli Italiani e, per la prima volta, le italiane vennero chiamati a votare, a scegliere la forma istituzionale dello Stato con cui avrebbe dovuto abbigliarsi e identificarsi, fino alla sua ultima molecola istituzionale (appunto!), l’Italia in ricostruzione.

Referendum. Suffragio universale. Repubblica.
Spirito di ricostruzione, memoria del dramma passato e speranza per un futuro migliore
. Perché si trattava di un futuro tutto da scrivere e, partendo da tutto quel dolore e quel “nulla in mano” con attorno solo le macerie della guerra e della dittatura, a scrivere quel futuro sarebbero state le italiane e gli italiani che avevano conosciuto il peggio dell’umanità. E proprio per questo erano pronti a mostrare al mondo tutto il meglio a cui, fino a quel momento, non avevano potuto dare voce.
Dalle macerie allo spirito di ricostruzione. Dal dolore degli italiani, che avevano dovuto combattere anche contro loro concittadini nella lotta al nazifascismo, alla speranza di un’Italia unita e solidale.
Questa, la sintesi di quel 2 giugno 1946.

2 giugno 2020.
L’Italia, sulla soglia della fase 3, si muove in mezzo alle macerie di una pandemia da cui ancora non si è completamente usciti, ma che in qualche modo – stando ai dati italiani attuali – si è riusciti a contenere.
È tutto incerto. Vi è paura, sgomento e sconforto. Il richiamo all’unità, allo spirito morale unitario auspicato dal Presidente Mattarella sembra rimanere lettera morta.

E così, mentre ci sarebbe bisogno del contributo di tutti per ripensare un sistema economico-sociale che faccia finalmente i conti con la nuova realtà, che, ormai da qualche decennio, bussa alla porta per dirci che quel modello socio-economico che ha avuto il suo massimo sviluppo nel corso del ‘900, prendendo le mosse dal secolo precedente, non funziona più, perché gli elementi disfunzionali superano di gran lunga i meccanismi che si muovono correttamente e con buoni risultati.
Mentre quella realtà, che con il Covid-19 ci ha investito come un pugno in faccia, urla di immaginare dinamiche economico-sociali nuove e migliori, che mirino a ridurre quanto più possibile le disuguaglianze e a mettere in atto meccanismi che riescano a garantire in modo fisiologico una redistribuzione delle risorse.
Mentre serpeggiano con sempre più insistenza la rabbia, la paura, la disperazione per le ingiustizie e le disuguaglianze, a lungo nascoste come polvere sotto il tappeto di una società iperconnessa e fatta di una globalizzazione che, se provassimo per un attimo ad immaginarla come una retta, ci renderemmo immediatamente conto che, ferma restando la direzione di questa “retta” (ossia l’essenza stessa della globalizzazione), essa si è mossa palesemente nel verso sbagliato: in sostanza, si è sviluppata seguendo l’orientamento opposto a quello che solidarietà e giustizia sociale avrebbero richiesto.

E qui, me ne scuso, ma una breve parentesi è d’obbligo.
La globalizzazione, per come l’abbiamo conosciuta in questi decenni, non ha spinto i luoghi della Terra che conoscevano pochi diritti e scarse tutele (per i cittadini, per i lavoratori, per le donne, per i minori, per le minoranze linguistiche e religiose) a livellarsi allo standard più elevato di diritti e tutele già consolidati in Stati giuridicamente più maturi. Piuttosto quegli stessi “Stati più maturi” hanno sfruttato le debolezze dei Paesi meno solidi, dei luoghi della Terra che arrancavano: e lo hanno fatto attraverso le ben note delocalizzazioni, l’utilizzo e l’abuso di manodopera a basso costo (e a basse pretese), il turismo sessuale (anche minorile), la vendita di armi (seppure “formalmente” sottobanco) per fomentare le guerre civili e gli scontri etnici presenti in quei Continenti dai quali pretendiamo che uomini, donne, vecchi e bambini non scappino per venire da noi, perché da noi non c’è posto! “Aiutiamoli a casa loro” è il vuoto slogan che viene declamato a destra – e in parte anche in un certo centro-sinistra (pendente a destra) – , ma poi tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare (e non solo metaforicamente!).
E tali “Stati più all’avanguardia, più maturi, più solidi giuridicamente” (e con Stato intendo anche lo Stato-comunità: quindi nessuno è assolto!) hanno fatto tutto questo, credendosi furbi, ma non capendo che di lì a poco quelle debolezze altrui, fino ad allora sfruttate, sarebbero diventate anche le loro.
E proprio il mercato del lavoro e la tutela del lavoratori ne sono l’esempio più lampante. Oggi , in piena crisi, più che mai.
L’homo homini lupus di hobbesiana memoria purtroppo ha mostrato la sua egemonia non solo nell’azione dei governi dei Paesi di quasi l’intero globo terracqueo, ma anzitutto nell’azione dei singoli, dei cittadini che da quella classe politica sono rappresentati (direttamente o indirettamente).
Perché possiamo pure raccontarci la favola bella che “questi politici non sono capaci”, che “questi politici badano solo al proprio tornaconto personale”, ma la realtà è che ogni classe politica è lo specchio della società da cui emerge. Quindi diciamolo chiaramente: se non ci piace la politica di oggi, significa che non ci piacciamo noi per primi. E, onestamente, credo che tutti noi dovremmo farci un bell’esame di coscienza per capire quanto ciascuno, anche con le sue piccole azioni quotidiane, partecipi al brutto della società che ci troviamo per le mani!

Ritornando al nostro 2 giugno 2020, mentre oggi, ancora in piena pandemia (pandemia “contenuta” in Italia quanto vogliamo, ma sempre pandemia resta!), si dovrebbe riflettere su tutto questo e ripensare meccanismi e dinamiche che possano risollevare il nostro Paese, inquadrando il tutto in un’idea di ricostruzione reale, che dovrebbe trovare la sua prima culla nelle organizzazioni sovranazionali e, anzitutto, in quelle formate dai governi dei singoli Paesi: perché sono i vari governi, in seno agli Stati, a dover poi, di fatto, trasformare il pensiero in azione concreta in ciascuna società in cui si muovono.
Mentre c’è tutto questo sullo sfondo e Mattarella col suo discorso alla nazione incita allo “spirito morale unitario, che viene prima della politica“ e -aggiungo io – anche dei calcoli di piccolo cabotaggio (unica realtà numerica nota a molti degli inetti politicanti degli anni 2000); mentre negli USA i cittadini si rivoltano contro le violenze e il razzismo della polizia locale (anche se – poichè la Storia si ripete sempre, ahinoi! – purtroppo gruppi di facinorosi sfruttano questa giusta rabbia per infiltrarsi nelle manifestazioni pacifiche e fare razzie e devastazioni, sperando di annullare la forza di quella protesta sacrosanta!), in Italia, a cosa assistiamo in questa importante giornata in cui si celebra la Festa della Repubblica?

Assistiamo a “proclamati” simil-flashmob, concretizzatisi poche ore fa in una calca di gente – ché parlare di assembramenti non rende l’idea! – senza mascherine e senza distanziamento sociale, organizzata dall’opposizione di (centro-)destra.
Folla (di fatto, oggi, ingrassata da gruppi della destra estrema e riottosi!) sollecitata espressamente, giorni fa, a partecipare alla manifestazione odierna “in presenza”, nelle strade e nelle piazze , dallo stesso Salvini, nella sua totale irresponsabilità e assenza di senso delle istituzioni, ma , ancor prima, di buon senso. Per onestà intellettuale, è bene precisarlo, la rimanente parte dell’opposizione parlamentare, fra cui la stessa Meloni – e qui forse quel “sono Giorgia, sono una donna, sono una madre”, che fino a qualche tempo fa ci strappava un sorriso, ci sta tutto, nel senso buono e ragionato del termine! -, aveva, pur con qualche remora, proposto una partecipazione dei militanti esclusivamente via social, con presenza in piazza solo di pochi parlamentari e amministratori locali, a mo’ di simbolo.
Certo, fa specie sentire oggi politici navigati di destra meravigliarsi di come si sia evoluta inaspettatamente la manifestazione (“non è quello che ci aspettavamo”): da politici navigati, e che sanno come gira il mondo, sarebbe normale attendersi un minimo di capacità previsionale sui movimenti delle masse che dagli stessi vengono sollecitate e aizzate. Ma tant’è, questa è la classe politica con cui abbiamo a che fare!
Assistiamo, perdipiù, a un ex ministro dell’interno che, in mezzo a mille problemi, continua a voler tirare fuori il suo cavallo di battaglia zoppo, dichiarando di voler raccogliere le firme per cancellare la “sanatoria” – nella realtà dei fatti la regolarizzazione (temporanea) del lavoro nero – decisa dal governo a favore degli immigrati che venivano sfruttati come bestie e schiavi sul territorio italiano da quegli stessi italiani che si lamentano a ogni piè sospinto, nascondendo, però, agli altri (e forse anche a se stessi!) che parte del problema italiano sono loro, con l’illegalità disumana che praticano a danno degli ultimi e, a cascata, dell’intera collettività, a proprio esclusivo vantaggio personale!
Assistiamo a gruppuscoli di manifestanti inconsapevoli e con scarse competenze e conoscenze scientifiche (tanti, purtroppo) e di manifestanti furbi (pochi), che parlano senza cognizione di causa. Quei “pochi furbi”, a capo delle proteste, sono coloro che sfruttano l’inconsapevolezza, la poca conoscenza, l’ingenuità, la scarsa capacità critica di quei tanti, guardandosi bene, ovviamente, dal volerli spingere sulla strada della conoscenza. Perché è noto che chi più sa, più può e allargare la platea di “chi può” perché “più sa” ai furbi non aggrada! Questi gruppi di manifestanti non chiedono che le classi dirigenti operino affinché si dia il via alla costruzione di una società con dinamiche politico-istituzionali ed economico-sociali migliori, in uno spirito di ricostruzione solidale. No, loro semplicemente manifestano perché ritengono che la pandemia sia una invenzione, che il lockdown sia stata una furfanteria, che le regole di igiene sanitaria siano cose da citrulli e, non saprei, forse pensano anche che il sole ruota attorno alla terra, oltre al fatto che la Terra è piatta?
Mi auguro di no, ma a questo punto tutto è possibile , ahinoi!

E così, mentre quel 2 giugno 1946 un’Italia giovane, ma nel contempo matura, iniziava a ricostruire la sua casa comune e iniziava a scrivere il suo futuro.
In questo 2 giugno 2020, l’Italia , o meglio, la parte dell’Italia che fa rumore inutile continua a mostrare la sua immaturità e la sua miopia.

Il fatto è che a muoversi a tentoni nel mondo, quasi mai finisce bene.
La speranza è che, presto o tardi, qualcuno inforchi gli occhiali, sgrani gli occhi, rendendosi conto che ci si trova tutti quanti sul ciglio di un burrone, e decida di costruire un ponte che ci faccia superare la voragine imminente e ci faccia giungere nel futuro per il quale quelle italiane e quegli italiani di 74 anni fa hanno lottato, lavorato, sudato e che hanno sognato di portare in dote ai loro figli, nipoti, pronipoti.
Non vi è colpa più grande che distruggere i sacrifici che hanno fatto i nostri bisnonni e le nostre bisnonne, le nostre nonne e i nostri nonni, i nostri padri e le nostre madri per costruire un futuro giusto per tutti coloro che sarebbero venuti dopo di loro, facendogliene dono prezioso.
Io non voglio macchiarmi di questa colpa. E voi?

2020… e poi? – ph. arialmac

La speranza è che, presto o tardi, qualcuno inforchi gli occhiali, sgrani gli occhi, rendendosi conto che ci si trova tutti quanti sul ciglio di un burrone, e decida di costruire un ponte che ci faccia superare la voragine imminente e ci faccia giungere nel futuro per il quale quelle italiane e quegli italiani di 74 anni fa hanno lottato, lavorato, sudato e che hanno sognato di portare in dote ai loro figli, nipoti, pronipoti.

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